CLASSICI
Alfredo Ronci
Ma che roba è? “La Bambolona” di Alba De Cespedes.

Giulio pensò che qualcosa l’avrebbe aiutato, in ogni caso: il fatto di non sapere dov’era il bene e dove il male. Di non aver mai cercato di saperlo. Di essere proprio un fungo, una pianta, un albero, non molto alto da terra.
Inizio questa disamina riportando una breve annotazione del protagonista del libro a due pagine dalla fine del romanzo, annotazione che, senza troppi confronti, potrei adottarla anche io per una sorta di sconvolgimento emotivo che mi ha preso dopo aver terminato di leggere la storia.
Della serie: dov’è il bene e dov’è il male ma, soprattutto, e lo dico alla scrittrice (per modo di dire ovviamente) ma cosa cacchio hai combinato?
Andiamo con ordine. Ma iniziamo con (per noi) una certezza. Alba De Cespedes era una femminista, nel senso compiuto del termine. E a tal proposito mi ritorna in mente una citazione, tratta dal suo fondamentale Nessuno torna indietro, romanzo scritto nel ’34, poi pubblicato nel ’38 ma alla diciassettesima edizione censurato dal regime fascista, che diceva: noi possiamo benissimo fare a meno di loro, che li sopportiamo per secolare tradizione di schiavitù, non per vera attrazione fisica. Dico, anzi, della istintiva ripugnanza che la donna prova per l'uomo...
Precisiamo, non è che la De Cespedes rifiutasse il confronto con gli uomini, semplicemente aborriva l’uomo fatto in un certo modo e il modello di comportamento che ne conseguiva. Dunque, la De Cespedes era molto avanti rispetto alla morale del tempo. E allora mi chiedo: come mai, questa figura femminile così ardita e avanti virtuosamente ed eticamente negli anni, sia finita nello stupidario di un romanzo, appunto La Bambolona, che, senza troppi malintesi, avrebbe meritato quanto meno la repulsione?
La bambolona è Ivana, una diciassettenne romana di estrazione popolare, che fa perdere la testa (fino ad un certo punto, ma il suo corpo a tratti è assai giusto per risvegliare gli istinti più animaleschi degli uomini, in questo caso Giulio Broggini, il protagonista della vicenda) a questo avvocato di grido, quarantenne ancora piacente, che crede di rinunciare a donne più economicamente elevate.
E cosa propone questa diciassettenne al ‘simpatico’ avvocato di grido? Semplicemente che dovrà aspettare il matrimonio prima di avere un rapporto completo e, ancora di più, donare un anello di fidanzamento di un certo rilievo. Non solo, la ragazza fa anche notare che la sua ‘sorte’ è seguita con una certa attenzione da suo zio Raffaele che occupa un posto di assoluta rilevanza presso il Ministero degli Interni.
La continua presenza di quell’invisibile testimone lo stizziva: s’era umiliato, di fronte a lui, e, forse ne aveva accresciuta la diffidenza con la propria fretta, indice inequivocabile di scarsa sicurezza o di colpa.
Ed effettivamente è vero, questo misterioso uomo mette in seria difficoltà Giulio Broggini tanto da farlo pensare di essere seguito negli affari ‘mediani’ della sua attività.
Fin qui direte voi lettori, ma anche io, nulla di particolare anche se la relazione tra una diciassettenne e un quarantenne, nonostante gli anni, possa sembrare un po’ ‘equivoca’. Il problema è che la ragazza, appunto diciassettenne, è una scaltra ed ipocrita bugiarda. Verso la fine del romanzo prima confessa al presunto sposo che è incinta e che lui è il responsabile (episodio del tutto inventato dal momento che nella storia non succede nulla di così ‘erotico’), ma poi di fronte alla possibilità che l’uomo accetti anche il fatto di essere padre di un figlio non suo, si concede un’altra rivelazione: il bambino che attende effettivamente non è suo, ma di un suo quasi coetaneo, e il regalo di fidanzamento che nel frattempo ha ricevuto (un anello di dieci milioni di lire) rimarrà nelle sue mani dal momento che vuole farsi una famiglia.
Non solo: confessa anche che lo zio Raffaele in realtà non esiste, o meglio, è esistito ma nel frattempo è morto e non può davvero mettere bocca sugli ‘imbrogli’ che ha deciso di commettere.
Ora, ma voi lettori ce la vedete una diciassettenne (ricordate l’anno di pubblicazione de La bambolona, 1967) che combina ‘sto sacco di guai, che inganna con facilità il quarantenne e si vive il suo misfatto con assoluta libertà? Ma siamo sicuri che Alba De Cespedes non abbia avuto un improvviso cedimento intellettuale? E soprattutto che ai giorni nostri un libro del genere verrebbe fiondato fuori dalla finestra (come minimo)?
Comunque rimane un classico (sic).
L’edizione da noi considerata è:
Alba De Cespedes
La bambolona
Mondadori
Inizio questa disamina riportando una breve annotazione del protagonista del libro a due pagine dalla fine del romanzo, annotazione che, senza troppi confronti, potrei adottarla anche io per una sorta di sconvolgimento emotivo che mi ha preso dopo aver terminato di leggere la storia.
Della serie: dov’è il bene e dov’è il male ma, soprattutto, e lo dico alla scrittrice (per modo di dire ovviamente) ma cosa cacchio hai combinato?
Andiamo con ordine. Ma iniziamo con (per noi) una certezza. Alba De Cespedes era una femminista, nel senso compiuto del termine. E a tal proposito mi ritorna in mente una citazione, tratta dal suo fondamentale Nessuno torna indietro, romanzo scritto nel ’34, poi pubblicato nel ’38 ma alla diciassettesima edizione censurato dal regime fascista, che diceva: noi possiamo benissimo fare a meno di loro, che li sopportiamo per secolare tradizione di schiavitù, non per vera attrazione fisica. Dico, anzi, della istintiva ripugnanza che la donna prova per l'uomo...
Precisiamo, non è che la De Cespedes rifiutasse il confronto con gli uomini, semplicemente aborriva l’uomo fatto in un certo modo e il modello di comportamento che ne conseguiva. Dunque, la De Cespedes era molto avanti rispetto alla morale del tempo. E allora mi chiedo: come mai, questa figura femminile così ardita e avanti virtuosamente ed eticamente negli anni, sia finita nello stupidario di un romanzo, appunto La Bambolona, che, senza troppi malintesi, avrebbe meritato quanto meno la repulsione?
La bambolona è Ivana, una diciassettenne romana di estrazione popolare, che fa perdere la testa (fino ad un certo punto, ma il suo corpo a tratti è assai giusto per risvegliare gli istinti più animaleschi degli uomini, in questo caso Giulio Broggini, il protagonista della vicenda) a questo avvocato di grido, quarantenne ancora piacente, che crede di rinunciare a donne più economicamente elevate.
E cosa propone questa diciassettenne al ‘simpatico’ avvocato di grido? Semplicemente che dovrà aspettare il matrimonio prima di avere un rapporto completo e, ancora di più, donare un anello di fidanzamento di un certo rilievo. Non solo, la ragazza fa anche notare che la sua ‘sorte’ è seguita con una certa attenzione da suo zio Raffaele che occupa un posto di assoluta rilevanza presso il Ministero degli Interni.
La continua presenza di quell’invisibile testimone lo stizziva: s’era umiliato, di fronte a lui, e, forse ne aveva accresciuta la diffidenza con la propria fretta, indice inequivocabile di scarsa sicurezza o di colpa.
Ed effettivamente è vero, questo misterioso uomo mette in seria difficoltà Giulio Broggini tanto da farlo pensare di essere seguito negli affari ‘mediani’ della sua attività.
Fin qui direte voi lettori, ma anche io, nulla di particolare anche se la relazione tra una diciassettenne e un quarantenne, nonostante gli anni, possa sembrare un po’ ‘equivoca’. Il problema è che la ragazza, appunto diciassettenne, è una scaltra ed ipocrita bugiarda. Verso la fine del romanzo prima confessa al presunto sposo che è incinta e che lui è il responsabile (episodio del tutto inventato dal momento che nella storia non succede nulla di così ‘erotico’), ma poi di fronte alla possibilità che l’uomo accetti anche il fatto di essere padre di un figlio non suo, si concede un’altra rivelazione: il bambino che attende effettivamente non è suo, ma di un suo quasi coetaneo, e il regalo di fidanzamento che nel frattempo ha ricevuto (un anello di dieci milioni di lire) rimarrà nelle sue mani dal momento che vuole farsi una famiglia.
Non solo: confessa anche che lo zio Raffaele in realtà non esiste, o meglio, è esistito ma nel frattempo è morto e non può davvero mettere bocca sugli ‘imbrogli’ che ha deciso di commettere.
Ora, ma voi lettori ce la vedete una diciassettenne (ricordate l’anno di pubblicazione de La bambolona, 1967) che combina ‘sto sacco di guai, che inganna con facilità il quarantenne e si vive il suo misfatto con assoluta libertà? Ma siamo sicuri che Alba De Cespedes non abbia avuto un improvviso cedimento intellettuale? E soprattutto che ai giorni nostri un libro del genere verrebbe fiondato fuori dalla finestra (come minimo)?
Comunque rimane un classico (sic).
L’edizione da noi considerata è:
Alba De Cespedes
La bambolona
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