ATTUALITA'
Eleonora del Poggio
Il poliziesco. "Le 3 bare" di John Dickson Carr (3).

“Perché” rispose il dottore, tranquillamente “siamo in una storia poliziesca e non dobbiamo ingannare il lettore fingendo di non esserci. Non dobbiamo inventare scuse elaborate per tirar dentro una discussione sui racconti polizieschi. Occupiamoci beatamente della più esaltante missione concessa dai personaggi di un libro…
E quale sarebbe questa esaltante missione? Quella di scoprire come si possa uccidere un uomo in una camera chiusa dall’interno e come se ne possa far fuori un altro con un coltello e in mezzo ad una strada senza lasciar tracce sulla neve.
Per chi ha cognizione minima della ‘golden age’ del giallo, siamo ovviamente di fronte ad un classicissimo enigma: quello appunto della camera chiusa, sulla cui materia fior fiore di scrittori si sono cimentati, più o meno con abilità e professionalità, ma per il quale solo uno è riuscito a mostrare attitudini e fantasia del tutto speciali: John Dickson Carr.
Stando però alle stesse parole di costui, il più grande romanzo che affronta il tema è di un francese: La soluzione più soddisfacente di questo tipo di trama che include un assassino si trova nel ‘Mistero della Camera Gialla’ di Gaston Leroux, il miglior racconto poliziesco che sia mai stato scritto.
Le tre bare, considerato dai più una pietra miliare del genere ed una delle avventure più mirabolanti del pachidermico dottor Gideon Fell, in realtà offre altre considerazioni che la citazione iniziale mette in evidenza: un raffinato gioco delle apparenze.
Non solo dunque l’apparente mistero di una realtà impossibile che solo una mente lucida e razionalissima può riportare ad una dimensione terrena, ma l’artificio di un meccanismo che trasforma la storia in una sorta di meta romanzo.
Mostrare al lettore di essere ‘in una storia poliziesca’ solo per soddisfare le esigenze di chi legge e appagare le auree leggi del genere.
Sì perché, soprattutto negli anni e trenta e quaranta del secolo scorso, la letteratura gialla era ben lungi dalla rappresentazione della realtà che ad un certo punto il noir, o il ‘polar’ come dicevano e dicono tutt’ora i francesi, certificò. Era piuttosto una scuola di pensiero che vagheggiava il divertimento e l’astrazione, gli artefici della quale, appunto Dickson Carr, o col suo nome de plûme di Carter Dickson, Agatha Christie, Ellery Queen, Gaston Leroux, Dorothy Sayers (cito a ruota, ma sono davvero i più grandi) si ritenevano ‘giustamente’ facenti parte di una ‘massonica’ cerchia del delitto.
Ci volle Raymond Chandler, con il provocatorio La Semplice arte del delitto a stanarli e a ridimensionare la loro ‘ingerenza’ letteraria: ma è indubbio che sulla loro abilità e sul tentativo di stupire i lettori che si giocava la personale reputazione.
Le tre bare è un grande romanzo perché mostra innanzi tutto una spettacolare capacità di Carr di combinare perfettamente delitto e setting: per esempio, la Londra ‘decentrata’ del romanzo è perfettamente compatibile con un’ambientazione ‘gotica’ che attiene alla storia stessa (Più in là c’erano due file di case piatte a tre piani in mattoni rosso scuro, con le intelaiature delle finestre bianche o gialle e le tendine tirate tra le quali qualcuna, al piano terreno, mostrava un allegro bordo si pizzo. La fuliggine le aveva fatte diventare tutte dello stesso colore: sembravano una casa sola, tranne dove la cancellata s’interrompeva a una porta d’ingresso, ed erano disseminate di speranzosi cartelli che offrivano camere ammobiliate. Sopra di esse i comignoli si ergevano bui contro un cupo cielo grigio.
Ma anche gli interni più ‘prestigiosi’, proprio perché conformi ad una linea narrativa che doveva prediligere le tenebre, trasmettono una sensazione di claustrofobia che aumenta esponenzialmente il senso dell’irrealtà e dell’impossibile.
Il romanzo dunque mischia alla perfezione parvenze di ogni tipo: un modulo letterario che introduce elementi differenziati ma non per questo eterogenei, ma omogenei nella realizzazione di una finzione che non appartiene più solo al delitto in sé (spettacolare o meno), ma anche alla destrutturazione della realtà.
Quando Gideon Fell, l’investigatore della storia, cita i ‘veri’ Gaston Leroux, Ellery Queen, Israel Zangwill, non lo fa per disquisire di delitti in camere chiuse, ma lo fa per confondere una matassa che è tale non solo per un apparente delitto impossibile, ma perché è impossibile percepire davvero la realtà così come la vediamo.
Chiamate questa intuizione come volete, rimane il fatto che è estremamente affascinante.
Sulla risoluzione poi dell’intreccio se ne può discutere con più calma.
L’edizione da noi considerata è:
John Dickson Carr
Le tre bare
Classici Giallo Mondadori
E quale sarebbe questa esaltante missione? Quella di scoprire come si possa uccidere un uomo in una camera chiusa dall’interno e come se ne possa far fuori un altro con un coltello e in mezzo ad una strada senza lasciar tracce sulla neve.
Per chi ha cognizione minima della ‘golden age’ del giallo, siamo ovviamente di fronte ad un classicissimo enigma: quello appunto della camera chiusa, sulla cui materia fior fiore di scrittori si sono cimentati, più o meno con abilità e professionalità, ma per il quale solo uno è riuscito a mostrare attitudini e fantasia del tutto speciali: John Dickson Carr.
Stando però alle stesse parole di costui, il più grande romanzo che affronta il tema è di un francese: La soluzione più soddisfacente di questo tipo di trama che include un assassino si trova nel ‘Mistero della Camera Gialla’ di Gaston Leroux, il miglior racconto poliziesco che sia mai stato scritto.
Le tre bare, considerato dai più una pietra miliare del genere ed una delle avventure più mirabolanti del pachidermico dottor Gideon Fell, in realtà offre altre considerazioni che la citazione iniziale mette in evidenza: un raffinato gioco delle apparenze.
Non solo dunque l’apparente mistero di una realtà impossibile che solo una mente lucida e razionalissima può riportare ad una dimensione terrena, ma l’artificio di un meccanismo che trasforma la storia in una sorta di meta romanzo.
Mostrare al lettore di essere ‘in una storia poliziesca’ solo per soddisfare le esigenze di chi legge e appagare le auree leggi del genere.
Sì perché, soprattutto negli anni e trenta e quaranta del secolo scorso, la letteratura gialla era ben lungi dalla rappresentazione della realtà che ad un certo punto il noir, o il ‘polar’ come dicevano e dicono tutt’ora i francesi, certificò. Era piuttosto una scuola di pensiero che vagheggiava il divertimento e l’astrazione, gli artefici della quale, appunto Dickson Carr, o col suo nome de plûme di Carter Dickson, Agatha Christie, Ellery Queen, Gaston Leroux, Dorothy Sayers (cito a ruota, ma sono davvero i più grandi) si ritenevano ‘giustamente’ facenti parte di una ‘massonica’ cerchia del delitto.
Ci volle Raymond Chandler, con il provocatorio La Semplice arte del delitto a stanarli e a ridimensionare la loro ‘ingerenza’ letteraria: ma è indubbio che sulla loro abilità e sul tentativo di stupire i lettori che si giocava la personale reputazione.
Le tre bare è un grande romanzo perché mostra innanzi tutto una spettacolare capacità di Carr di combinare perfettamente delitto e setting: per esempio, la Londra ‘decentrata’ del romanzo è perfettamente compatibile con un’ambientazione ‘gotica’ che attiene alla storia stessa (Più in là c’erano due file di case piatte a tre piani in mattoni rosso scuro, con le intelaiature delle finestre bianche o gialle e le tendine tirate tra le quali qualcuna, al piano terreno, mostrava un allegro bordo si pizzo. La fuliggine le aveva fatte diventare tutte dello stesso colore: sembravano una casa sola, tranne dove la cancellata s’interrompeva a una porta d’ingresso, ed erano disseminate di speranzosi cartelli che offrivano camere ammobiliate. Sopra di esse i comignoli si ergevano bui contro un cupo cielo grigio.
Ma anche gli interni più ‘prestigiosi’, proprio perché conformi ad una linea narrativa che doveva prediligere le tenebre, trasmettono una sensazione di claustrofobia che aumenta esponenzialmente il senso dell’irrealtà e dell’impossibile.
Il romanzo dunque mischia alla perfezione parvenze di ogni tipo: un modulo letterario che introduce elementi differenziati ma non per questo eterogenei, ma omogenei nella realizzazione di una finzione che non appartiene più solo al delitto in sé (spettacolare o meno), ma anche alla destrutturazione della realtà.
Quando Gideon Fell, l’investigatore della storia, cita i ‘veri’ Gaston Leroux, Ellery Queen, Israel Zangwill, non lo fa per disquisire di delitti in camere chiuse, ma lo fa per confondere una matassa che è tale non solo per un apparente delitto impossibile, ma perché è impossibile percepire davvero la realtà così come la vediamo.
Chiamate questa intuizione come volete, rimane il fatto che è estremamente affascinante.
Sulla risoluzione poi dell’intreccio se ne può discutere con più calma.
L’edizione da noi considerata è:
John Dickson Carr
Le tre bare
Classici Giallo Mondadori
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