ATTUALITA'
Eleonora del Poggio
Il poliziesco: “La pietra di luna” di Wilkie Collins”. (6)

La carrozza giunse nell’attimo stesso in cui arrivai alla portineria, e ne scese un uomo anziano, brizzolato e così penosamente magro che sembrava non aver sulle ossa nemmeno un’oncia di carne. Vestiva correttamente di nero con una sciarpa bianca al collo. Aveva il viso affilato come una scure e la pelle gialla, secca e avvizzita come una foglia d’autunno. Gli occhi, di un grigio acciaio chiaro, avevano la sconcertante abitudine, quando s’incontravano con i tuoi, di guardarti come se si aspettassero qualcosa in più di ciò che tu stesso sapevi. La sua andatura era sciolta, la sua voce malinconica, le sue dita lunghe e sottili s’incurvavano come artigli. Sarebbe potuto essere un parroco o un becchino o qualsiasi altra cosa a vostra scelta tranne quella che veramente era.
(…) “E’ la casa di Lady Verinder?” domandò.
“Sì, sir”
“Io sono il sergente Cuff”.
Dunque, piuttosto che iniziare questo breve ritratto su ciò che disse T.S.Eliot su Collins e su questo testo (ma ora lo passo… Il primo, il più lungo e il più bello dei romanzi polizieschi moderni) ho preferito riportare i brevi cenni che appunto Collins dedicò a quello che probabilmente è stato il primo investigatore della letteratura gialla. Un sergente nemmeno tanto suadente, anche se certe sue caratteristiche lo fanno apparire per nulla normale. E infatti normale non sarà perché risolverà in breve tempo (diciamo breve, ma il libro in questione a volte si dilunga in allungamenti che forse era meglio evitare) il caso della Pietra di luna.
Il romanzo narra la storia di un diamante luminoso come la luna, una rara gemma originaria dell’India, che perviene in eredità a una nobile e graziosa ragazza inglese, tra l’altro per niente accondiscendente. Alla fine di un ricevimento nella casa di campagna della giovane ereditiera il diamante scompare. Il sergente Cuff, attento indagatore, avvia l’indagine, anche se, ad un certo punto del romanzo, l’uomo sembra distogliere l’attenzione dal gioiello, per dedicarsi alla cura di una specie rara di rose (sic!).
Se vogliamo la storia è tutta qua, con un finale nemmeno tanto avvincente, malgrado un modo di scrivere e di raccontare le psicologie di partecipanti che avrà un preciso seguito in altri scrittori di noir, e con la ri-partecipazione dell’investigatore Cuff alla risoluzione del mistero.
Due cose però mi piace aggiungere: ho letto alcune recensioni su vari giornali comprese quelle in cui il Collins viene accusato di una sorta di misoginia e di tradimento socio-culturale delle donne. Ma davvero pensiamo questo, per un libro che cominciò ad essere scritto a metà dell’ottocento (tra l’altro scritto a puntate per i giornali e forse per questo soffre di una eccessiva lentezza che a volte può infastidire il lettore)?
L’altra, forse la più convincente, è che l’avversario che più di altri fu fatto avanti a Collins, soprattutto in considerazione dello stile narrativo, è stato Charles Dickens. Sì, ho detto proprio Charles Dickens. E questo basterebbe a far tacere qualsiasi critica (sebben qualcosa di critico noi lo abbiamo detto).
(…) “E’ la casa di Lady Verinder?” domandò.
“Sì, sir”
“Io sono il sergente Cuff”.
Dunque, piuttosto che iniziare questo breve ritratto su ciò che disse T.S.Eliot su Collins e su questo testo (ma ora lo passo… Il primo, il più lungo e il più bello dei romanzi polizieschi moderni) ho preferito riportare i brevi cenni che appunto Collins dedicò a quello che probabilmente è stato il primo investigatore della letteratura gialla. Un sergente nemmeno tanto suadente, anche se certe sue caratteristiche lo fanno apparire per nulla normale. E infatti normale non sarà perché risolverà in breve tempo (diciamo breve, ma il libro in questione a volte si dilunga in allungamenti che forse era meglio evitare) il caso della Pietra di luna.
Il romanzo narra la storia di un diamante luminoso come la luna, una rara gemma originaria dell’India, che perviene in eredità a una nobile e graziosa ragazza inglese, tra l’altro per niente accondiscendente. Alla fine di un ricevimento nella casa di campagna della giovane ereditiera il diamante scompare. Il sergente Cuff, attento indagatore, avvia l’indagine, anche se, ad un certo punto del romanzo, l’uomo sembra distogliere l’attenzione dal gioiello, per dedicarsi alla cura di una specie rara di rose (sic!).
Se vogliamo la storia è tutta qua, con un finale nemmeno tanto avvincente, malgrado un modo di scrivere e di raccontare le psicologie di partecipanti che avrà un preciso seguito in altri scrittori di noir, e con la ri-partecipazione dell’investigatore Cuff alla risoluzione del mistero.
Due cose però mi piace aggiungere: ho letto alcune recensioni su vari giornali comprese quelle in cui il Collins viene accusato di una sorta di misoginia e di tradimento socio-culturale delle donne. Ma davvero pensiamo questo, per un libro che cominciò ad essere scritto a metà dell’ottocento (tra l’altro scritto a puntate per i giornali e forse per questo soffre di una eccessiva lentezza che a volte può infastidire il lettore)?
L’altra, forse la più convincente, è che l’avversario che più di altri fu fatto avanti a Collins, soprattutto in considerazione dello stile narrativo, è stato Charles Dickens. Sì, ho detto proprio Charles Dickens. E questo basterebbe a far tacere qualsiasi critica (sebben qualcosa di critico noi lo abbiamo detto).
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