CLASSICI
Massimo Grisafi
Un piccolo capolavoro “La caduta” di Albert Camus.

È un piccolo capolavoro “la caduta” di Albert Camus. Esistono davvero pochissimi libri importanti che abbiano usato uno stile letterario così difficile da gestire.
Il monologo.
Solo Dostoevskij probabilmente ha fatto meglio di lui con le “memorie del sottosuolo”, ma nel russo, si sa, coabitava quella genialità che è destino di pochi.
Camus ci intrattiene con un racconto lungo una novantina di pagine interamente sorrette dal monologo di un avvocato parigino trasferitosi ad Amsterdam. In questa città magica, sospesa sulle acque e nella nebbia, probabilmente non scelta a caso dall’autore, l’avvocato passa il tempo, con apparente innocenza, a intrattenere gli avventori di un infimo bar.
Abile oratore, attento a qualsiasi esigenza dei suoi interlocutori, Clamence si definisce un “giudice pentito”. Bisognerà arrivare fino in fondo al romanzo per capire appieno il significato di questo termine, anche perché il monologo dell’avvocato non è per niente lineare e immediato. Con mille espedienti e mille trucchi, Camus ci affascina e ci accompagna nel resoconto serrato della vita di Clamence.
Quella che può apparire in un primo momento una sorta di confessione e di autocritica che coinvolge solo il protagonista, in realtà diventa un sistema sibillino per far sentire in qualche modo coinvolta anche l’atra parte. Altra parte che, del resto, rimane anonima fino all’ultimo, ma che reagisce attivamente, pur non comparendo mai in un dialogo, al soliloquio dell’avvocato.
Così, parola dopo parola, Camus ci svela il suo pensiero, sull’ipocrisia morale e l’impossibilità di essere davvero innocenti. Le colpe che Clamence confessa, in realtà sono un espediente per poter ottenere il diritto di giudicare tutti gli altri. Accusando se stesso, cerca di accusare tutti gli altri.
Della serie, siamo tutti colpevoli. E, se in Dostoevskij alla colpa può seguire il pentimento, sembra proprio che per Camus questa strada non sia possibile.
Non si salva nessuno.
I momenti di svolta nella vita del protagonista sono principalmente due: la risata che, attraversando un ponte sulla Senna, lo disorienta e lo annienta al tempo stesso, e il suicidio misterioso di una sconosciuta che Clamence non cerca neanche di salvare o di sapere se si è mai salvata.
Due momenti topici nella vita dell’avvocato, entrambi forse superabili attraverso mille giustificazioni tipicamente umane, ma insormontabili per lui. A partire da questi due episodi inizierà la discesa nel sottosuolo di Clamence, discesa che probabilmente, prima o poi, dovremo tutti affrontare.
Leggere Camus non è facile per niente, ma ogni volta è un incanto scoprire in che modo riuscisse a usare le parole e a formulare i suoi pensieri. Sarebbe bello, mi piacerebbe poterlo leggere nella sua lingua originale.
Chissà. In un’altra vita, forse?
Il monologo.
Solo Dostoevskij probabilmente ha fatto meglio di lui con le “memorie del sottosuolo”, ma nel russo, si sa, coabitava quella genialità che è destino di pochi.
Camus ci intrattiene con un racconto lungo una novantina di pagine interamente sorrette dal monologo di un avvocato parigino trasferitosi ad Amsterdam. In questa città magica, sospesa sulle acque e nella nebbia, probabilmente non scelta a caso dall’autore, l’avvocato passa il tempo, con apparente innocenza, a intrattenere gli avventori di un infimo bar.
Abile oratore, attento a qualsiasi esigenza dei suoi interlocutori, Clamence si definisce un “giudice pentito”. Bisognerà arrivare fino in fondo al romanzo per capire appieno il significato di questo termine, anche perché il monologo dell’avvocato non è per niente lineare e immediato. Con mille espedienti e mille trucchi, Camus ci affascina e ci accompagna nel resoconto serrato della vita di Clamence.
Quella che può apparire in un primo momento una sorta di confessione e di autocritica che coinvolge solo il protagonista, in realtà diventa un sistema sibillino per far sentire in qualche modo coinvolta anche l’atra parte. Altra parte che, del resto, rimane anonima fino all’ultimo, ma che reagisce attivamente, pur non comparendo mai in un dialogo, al soliloquio dell’avvocato.
Così, parola dopo parola, Camus ci svela il suo pensiero, sull’ipocrisia morale e l’impossibilità di essere davvero innocenti. Le colpe che Clamence confessa, in realtà sono un espediente per poter ottenere il diritto di giudicare tutti gli altri. Accusando se stesso, cerca di accusare tutti gli altri.
Della serie, siamo tutti colpevoli. E, se in Dostoevskij alla colpa può seguire il pentimento, sembra proprio che per Camus questa strada non sia possibile.
Non si salva nessuno.
I momenti di svolta nella vita del protagonista sono principalmente due: la risata che, attraversando un ponte sulla Senna, lo disorienta e lo annienta al tempo stesso, e il suicidio misterioso di una sconosciuta che Clamence non cerca neanche di salvare o di sapere se si è mai salvata.
Due momenti topici nella vita dell’avvocato, entrambi forse superabili attraverso mille giustificazioni tipicamente umane, ma insormontabili per lui. A partire da questi due episodi inizierà la discesa nel sottosuolo di Clamence, discesa che probabilmente, prima o poi, dovremo tutti affrontare.
Leggere Camus non è facile per niente, ma ogni volta è un incanto scoprire in che modo riuscisse a usare le parole e a formulare i suoi pensieri. Sarebbe bello, mi piacerebbe poterlo leggere nella sua lingua originale.
Chissà. In un’altra vita, forse?
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