CLASSICI
Alfredo Ronci
Il contrario di salute: “Agonia di Natale” di Franco Fortini.

Per un attimo lasciamo perdere la figura di Fortini poeta, perché in fondo lo è stato ed anche in maniera superlativa. No, oggi parliamo di Fortini scrittore, meglio ancora, romanziere, perché nel 1948, presso Einaudi, uscì il romanzo (peraltro unico) Agonia di Natale.
Da parecchi anni conservo un volumetto, edito da Il Manifesto, e precisamente Uomini usciti di pianto in ragione (che tra l’altro sono i versi di una poesia di Fortini) in cui alcuni studiosi e critici dell’epoca (correva l’anno 1996) discettavano sulla importanza del poeta-saggista Fortini. E qui, e lo dico con un pizzico d’ironia, si supera l’insuperabile. Del tipo: Il discorso sulle funzioni dell’intellettuale è fatto con la stessa terminologia sociologica impiegata per l’analisi delle mansioni operaie… oppure… la parola dell’io che parla nelle poesie di Fortini…oppure… Contraddizione è concetto chiave dell’opera di Fortini, come intellettuale marxista e come poeta.
E in più (ma questo, devo dire, al passo coi tempi) citazioni di e su Enzensberger, Adorno, Marx, Engels. C’è solo un passo, peraltro citato dallo studioso Luca Lenzini, in cui si fa riferimento al romanzo Giovanni e le mani (così era intitolato il volume in seconda edizione) a proposito dell’assimilazione tra l’io, la figura dell’Empio e quella di Giacobbe.
Ora, in qualche modo abbiamo anche scherzato, ma sull’esordio narrativo di Fortini, cercherei di essere più elementare, non tralasciando i tormenti dello scrittore-intellettuale (tra le altre cose, lui di origini ebraiche che rifiuta i dettami della religione per diventare filo-marxista).
So di essere contestato, ma l’essenza del romanzo è anche riconducibile ad una poesia che Fortini scrisse negli anni quaranta, ma di cui ignoro esattamente la data, in cui si diceva: C’era una donna che sola ho amato/Come nei sogni si ama se stessi/E di bene e di male l’ho colmata/Come gli uomini fanno con se stessi/Essa era quella che avevo voluta/Per essere chiamato col mio nome;/E lo diceva, quando l’ho perduta/Ma forse quello non era il mio nome./ E vo per altre ragioni e pensieri/Altro cercando al di là del suo viso;/Ma più mi stanco per nuovi pensieri/Sempre più chiaro conosco il suo viso./Forse è vero, e i più savi l’hanno scritto:/Oltre l’amore c’è ancora l’amore./Si sperde il fiore e poi si vede il frutto;/Noi ci perdiamo e si vede l’amore.
Ho preferito riportare l’intero passo perché onestamente non sapevo come tagliarlo, soprattutto in considerazione dello splendido finale.
Giovanni Penna è un giovane impiegato che, per motivi che lui stesso non sa decifrare, si ostina a credere di avere una brutta malattia (il suo medico di famiglia conferma la sua malattia ma non ne fa una tragedia. E questo è anche un cenno autobiografico che caratterizzò Fortini). Cerca di ‘sopravvivere’ tenendo conto che nello stesso tempo ha una relazione con una donna di cui pensa… Non c’era nessuna attrattiva nel corpo di Maria, e poi gli oggetti del salotto erano immobili, immersi in una fermissima luce grigia; e faceva freddo. Sembrava a Giovanni che, dentro le vesti, il corpo di Maria non esistesse, non avesse consistenza, calore. Essa non gli era affatto sgradevole; anzi i piccoli denti bianchi del suo sorriso, le orecchie minute e il disegno sottile della fronte, gli piacevano molto. Ma non riusciva a rendersi conto come mai avesse potuto, in altri tempi, accarezzare con piacere quel corpo, quello stesso che adesso gli pareva tanto cambiato.
Non è l’amore della poesia, ma Giovanni è in uno stato fisico e mentale dove le idee e gli atteggiamenti possono cambiare da un momento all’altro (nella poesia Fortini non dice che la donna che ha tanto amato è ormai perduta?). Ricorrerà ad un altro medico, esonerato dalla attività perché curava anche gli ammalati che non avevano nulla, ma il risultato è sempre lo stesso: è cagionevole, ma non è in fin di vita.
Vorrei sentirmi guarito del tutto. E invece sono ancora qui, come tante altre volte o come tanti altri inverni, come quando ero adolescente o ragazzo, a fissare dai vetri della finestra, appannati dal mio alito, il cortile, con le sue tubature che gorgogliano a intervalli, un cencio vecchio dimenticato al ferro della persiana; a guardare senza ragione, ascoltando il tic-tac dell’orologio, che è alle mie spalle, nella stanza; o gli organi del mio corpo che si muovono piano.
Uscito nel 1948, Agonia di Natale potrebbe inserirsi facilmente nell’ondata neo-realista. Anche Giovanni, se vogliamo, può ricordare certi essere perduti della filmografia di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini. In realtà nel romanzo c’è qualche cosa di più (se vogliamo dirla tutta, pur nella messa in scena guerresca, ricorda molto La noia di Alberto Moravia).
Ha detto bene Giorgio Bàrberi Squarotti: … il più singolare dei testi esistenziali dell’immediato dopoguerra.
L’edizione da noi considerata è:
Franco Fortini
Agonia di Natale
Einaudi
Da parecchi anni conservo un volumetto, edito da Il Manifesto, e precisamente Uomini usciti di pianto in ragione (che tra l’altro sono i versi di una poesia di Fortini) in cui alcuni studiosi e critici dell’epoca (correva l’anno 1996) discettavano sulla importanza del poeta-saggista Fortini. E qui, e lo dico con un pizzico d’ironia, si supera l’insuperabile. Del tipo: Il discorso sulle funzioni dell’intellettuale è fatto con la stessa terminologia sociologica impiegata per l’analisi delle mansioni operaie… oppure… la parola dell’io che parla nelle poesie di Fortini…oppure… Contraddizione è concetto chiave dell’opera di Fortini, come intellettuale marxista e come poeta.
E in più (ma questo, devo dire, al passo coi tempi) citazioni di e su Enzensberger, Adorno, Marx, Engels. C’è solo un passo, peraltro citato dallo studioso Luca Lenzini, in cui si fa riferimento al romanzo Giovanni e le mani (così era intitolato il volume in seconda edizione) a proposito dell’assimilazione tra l’io, la figura dell’Empio e quella di Giacobbe.
Ora, in qualche modo abbiamo anche scherzato, ma sull’esordio narrativo di Fortini, cercherei di essere più elementare, non tralasciando i tormenti dello scrittore-intellettuale (tra le altre cose, lui di origini ebraiche che rifiuta i dettami della religione per diventare filo-marxista).
So di essere contestato, ma l’essenza del romanzo è anche riconducibile ad una poesia che Fortini scrisse negli anni quaranta, ma di cui ignoro esattamente la data, in cui si diceva: C’era una donna che sola ho amato/Come nei sogni si ama se stessi/E di bene e di male l’ho colmata/Come gli uomini fanno con se stessi/Essa era quella che avevo voluta/Per essere chiamato col mio nome;/E lo diceva, quando l’ho perduta/Ma forse quello non era il mio nome./ E vo per altre ragioni e pensieri/Altro cercando al di là del suo viso;/Ma più mi stanco per nuovi pensieri/Sempre più chiaro conosco il suo viso./Forse è vero, e i più savi l’hanno scritto:/Oltre l’amore c’è ancora l’amore./Si sperde il fiore e poi si vede il frutto;/Noi ci perdiamo e si vede l’amore.
Ho preferito riportare l’intero passo perché onestamente non sapevo come tagliarlo, soprattutto in considerazione dello splendido finale.
Giovanni Penna è un giovane impiegato che, per motivi che lui stesso non sa decifrare, si ostina a credere di avere una brutta malattia (il suo medico di famiglia conferma la sua malattia ma non ne fa una tragedia. E questo è anche un cenno autobiografico che caratterizzò Fortini). Cerca di ‘sopravvivere’ tenendo conto che nello stesso tempo ha una relazione con una donna di cui pensa… Non c’era nessuna attrattiva nel corpo di Maria, e poi gli oggetti del salotto erano immobili, immersi in una fermissima luce grigia; e faceva freddo. Sembrava a Giovanni che, dentro le vesti, il corpo di Maria non esistesse, non avesse consistenza, calore. Essa non gli era affatto sgradevole; anzi i piccoli denti bianchi del suo sorriso, le orecchie minute e il disegno sottile della fronte, gli piacevano molto. Ma non riusciva a rendersi conto come mai avesse potuto, in altri tempi, accarezzare con piacere quel corpo, quello stesso che adesso gli pareva tanto cambiato.
Non è l’amore della poesia, ma Giovanni è in uno stato fisico e mentale dove le idee e gli atteggiamenti possono cambiare da un momento all’altro (nella poesia Fortini non dice che la donna che ha tanto amato è ormai perduta?). Ricorrerà ad un altro medico, esonerato dalla attività perché curava anche gli ammalati che non avevano nulla, ma il risultato è sempre lo stesso: è cagionevole, ma non è in fin di vita.
Vorrei sentirmi guarito del tutto. E invece sono ancora qui, come tante altre volte o come tanti altri inverni, come quando ero adolescente o ragazzo, a fissare dai vetri della finestra, appannati dal mio alito, il cortile, con le sue tubature che gorgogliano a intervalli, un cencio vecchio dimenticato al ferro della persiana; a guardare senza ragione, ascoltando il tic-tac dell’orologio, che è alle mie spalle, nella stanza; o gli organi del mio corpo che si muovono piano.
Uscito nel 1948, Agonia di Natale potrebbe inserirsi facilmente nell’ondata neo-realista. Anche Giovanni, se vogliamo, può ricordare certi essere perduti della filmografia di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini. In realtà nel romanzo c’è qualche cosa di più (se vogliamo dirla tutta, pur nella messa in scena guerresca, ricorda molto La noia di Alberto Moravia).
Ha detto bene Giorgio Bàrberi Squarotti: … il più singolare dei testi esistenziali dell’immediato dopoguerra.
L’edizione da noi considerata è:
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