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Il Paradiso degli Orchi
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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Gustav Holst 1874 - 1934

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Papà Holst professore di musica, sposa una sua allieva. Nasce Gustav. Quando ha otto anni la mamma-allieva muore. Papà, recidivo, ne sposa subito un’altra, che invece sopravvive e in questa nuova famiglia amante della musica, dell’arte e della letteratura Gustav cresce circondato da tanta, rassicurante cultura.
Presto però cominciano i guai. La sua salute fa pena, è asmatico, fragile; gli piacerebbe suonare il pianoforte ma deve farne a meno per un disturbo neurologico che gli rende impossibili stare alla tastiera per più di pochi minuti (“Sentivo le braccia come gelatina attraversata dalla corrente elettrica”). 
La famiglia Holst è povera ma papà, quando ascolta l’operetta che Gustav ha composto a sedici anni, decide che il talento del figlio merita un sacrificio economico e lo iscrive al Royal College of Music di Londra. Per quel maledetto impiccio neurologico non può studiare il pianoforte; allora ripiega sul trombone, il che gli permetterà in seguito di lavorare come orchestrale e in più soffiare nello strumento, come gli ha consigliato il medico di famiglia, lo aiuta a combattere l’asma.
Mentre studia segue le conferenze di GB. Shaw e W. Morris di cui adotta le teorie e la pratica strettamente vegetariana. Naturalmente la sua salute già malandata risente di questa alimentazione insufficiente e in poco tempo si procura un bel calo della vista insieme a problemi di stomaco che non lo abbandoneranno più.
A vent’anni gli esplode un vivissimo interesse per il misticismo e la letteratura indiana. Si racconta che preso da questa fissazione sia andato un giorno al British Museum e abbia chiesto di consultare un certo numero di testi sull’argomento. Quando i libroni arrivano, si accorge che sono tutti in sanscrito. Allora va di filato a iscriversi alla Scuola di Lingue Orientali. Con risultati risibili, come c’era da aspettarsi. Alla fine è obbligato a usare le traduzioni in inglese.

Nel frattempo non ha abbandonato la musica. Per mantenersi suona il trombone nell’orchestra della Carl Rosa Opera Company. Comincia a produrre una serie di composizioni tutte sull’esotico e tutte regolarmente rifiutate dagli editori. Si sposa, e adesso sono in due a fare la fame. Non regge e accetta un posto di direttore musicale in una scuola femminile a Londra.
Tanto per continuare con la malasorte, una sua opera, esoticheggiante come le altre: “Sita” è sonoramente bocciata al concorso di composizione Ricordi. Amareggiato e depresso, Holst parte per l’Algeria e se ne va in giro per il deserto del Sahara in bicicletta (!) a incontrare nomadi e intervistare beduini. Al ritorno, sulle sensazioni del viaggio compone la suite “Beni Mora”, anch’essa rigorosamente ignorata dalla critica.
1912: fiasco dell’opera “The Cloud Messenger”. Di nuovo il bisogno di consolarsi con un altro viaggio. Stavolta è la Spagna, in un giro finanziato da un donatore anonimo, insieme ad alcuni colleghi musicisti, uno dei quali lo inizia all’astrologia. Al ritorno comincia (e non smetterà più per tutta la vita) a fare oroscopi a destra e a sinistra. Questa nuova mania porterà alla sua più impegnativa composizione: la suite “I Pianeti”, una raccolta di bozzetti che scrutano umori e caratteri associati agli influssi planetari con richiami al linguaggio ancora oggi in uso sulle rubriche dei settimanali popolari (Venere: amore ed emotività; Marte: indipendenza e ambizione; eccetera).
È musica di grande suggestione che ritroviamo utilizzata o citata in molte colonne sonore di film epici degli ultimi anni: “Star Wars”, “Titanic”, “Bravehart”, “La Bibbia”.
Finalmente è il successo, clamoroso e senza riserve. Finalmente basta con la miseria. Holst però non ama per niente la popolarità, rifiuta le interviste e quando qualcuno gli chiede un autografo risponde passandogli un bigliettino con la scritta: ”Non faccio autografi”.
Finita anche la sfortuna? Macché. In prova con l’orchestra scivola dal podio e dà una gran testata sul pavimento. Si ritira nella casa di campagna e con il cranio ammaccato lavora a due composizioni, la “Choral symphony” e “At the Boar’s Head”, entrambe accolte, di nuovo, con clamorosissimi fischi dal pubblico e unanime disprezzo dalla critica.
Nel 1932 ricovero urgente per ulcera duodenale. Poco dopo si trova a dover decidere se affrontare o no una grossa operazione che lo libererà definitivamente dei problemi di stomaco. Osa, entra in sala, l’operazione va benissimo ma due giorni dopo muore. Il suo cuore, distrutto da una vita di stress non ce l’ha fatta.

C’è un altro gancio fra Holst e Hollywood: è suo fratello Emil, uomo dalla presenza impeccabile, attore specializzato da anni nei ruoli di maggiordomo: “Il sommo mestiere donato dall’Impero Britannico a Hollywood” – The New York Times.
E se vogliamo dilettarci con un’ulteriore postilla, Holst, insieme a molti colleghi, è anche lui un “Compositore monotitolare” nel senso che, benché abbia composto montagne di musica, è e sempre sarà conosciuto solo per “I Pianeti”.
Appunto un solo titolo che sostituisce un intero catalogo.



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