ATTUALITA'
Stefano Torossi
Giovanni Bottesini 1821 - 1889

Carlo Antonio Testore lo costruisce nel 1716; negli anni passa da un archetto all’altro, in mano a vari strumentisti di cui non è rimasta traccia e poi rischia di fare una brutta fine, abbandonato nel retro di un teatro di marionette a Milano.
Bottesini lo vede, lo compra per 900 lire, lo salva e se lo porta dietro per tutta la vita (pare che oggi riposi nella collezione di un musicofilo giapponese).
Si tratta di un contrabbasso, molto ben costruito e con un vocione particolarmente sonoro. Su quello che per definizione è uno strumento grosso, pigro e ostile alle acrobazie Giovanni costruisce la sua fama di funambolo, tanto che a forza di insistere diventa per tutti il “Paganini del contrabbasso”.
Comincia a studiare musica molto presto, sostenuto dal padre clarinettista; canta come sopranino nelle chiese e suona i timpani nell’orchestra del Teatro di Crema. Probabilmente sarebbe diventato un ottimo virtuoso di qualche strumento normale se non fosse successo quanto segue.
Anno 1835. Il Conservatorio-convitto di Milano offre due posti gratuiti: per uno studente di fagotto e per uno di contrabbasso. La famiglia Bottesini è povera e per andare avanti con la musica Giovanni ha bisogno di una borsa di studio. Sceglie il secondo strumento, in poche settimane si prepara, supera brillantemente l’esame di ammissione ed eccolo iscritto. Nel 1840 dà il primo concerto pubblico e ha già al suo fianco il futuro compagno di successo e di viaggi: il Testore.
Subito dopo si scatena una vita nomade di impegni e trionfi, come solista in duo con l’amico violinista Luigi Arditi, ma anche come direttore d’orchestra, altrettanto applaudito. Centro e Sud America, Messico, Stati Uniti, Russia e naturalmente tutta l’Europa. È membro onorario della Philarmonic Society di New York e dell’Accademia Filarmonica di Bologna; a un certo punto ottiene la direzione del Conservatorio di Città del Messico e quella del Teatro Nazionale dell’Avana.
Ormai Bottesini è un protagonista del panorama musicale internazionale e le sue serate a teatro seguono questo programma: apre il concerto dirigendo l’orchestra per il primo atto di un’opera del repertorio corrente (spesso anche di sua composizione – ne ha scritte otto).
All’epoca c’è la simpatica usanza di riempire l’intervallo fra un atto e l’altro con numeri di virtuosismo strumentale. Senza pensarci due volte lui posa la bacchetta da direttore, la sostituisce con l’archetto, acchiappa il suo voluminoso strumento e insieme ad Arditi o con un altro accompagnatore procede a mandare in visibilio il pubblico con le sue acrobazie, suonando le fantasie che ha composto sui temi delle stesse opere che dirige (Bellini, Donizetti, Paisiello; e Bottesini naturalmente).
Poi riprende la bacchetta e avanti con l’opera in cartellone. Successo garantito.
È un personaggio che fa impazzire le folle con la sua strabiliante abilità di comandare l’orchestra e di far cantare il suo strumento, ma è anche uno spendaccione, dedito alla bella vita, alla tavola, alla cantina di livello e purtroppo anche al gioco, quindi con un patologico bisogno di denaro e non può permettersi di rallentare e ancora meno fermare l’infernale carosello che ormai è diventata la sua esistenza.
In una pausa di questo turbine, a Venezia, conosce Giuseppe Verdi e ne diventa amicissimo. Ottimo investimento grazie al quale, nel 1871, la sua carriera raggiunge la vetta con la direzione, che gli affida lo stesso Verdi, della prima mondiale dell’Aida in Egitto. Un evento che si potrebbe definire, anche se con un termine prematuro, da Mondovisione.
Pubblica con Ricordi un “Metodo per contrabbasso”, a quanto dicono seguitissimo. Sarà; proprio non crediamo siano mai stati tanti gli studenti e i suonatori di quell’ingombrante e poco affascinante strumento, fratello maggiore del ben più seducente violoncello. Almeno fino all’apparizione dell’elettrico, poi è cominciata un’altra storia (Jaco Pastorius e altri benemeriti).
Quando ritorna in Italia, stremato dalla sua vita di viaggiatore, è proprio grazie all’amicizia e la raccomandazione di Verdi che riceve la nomina a direttore del Conservatorio di Parma, dove ha finalmente la possibilità di riposarsi. Troppo tardi: muore pochi mesi dopo e da allora riposa nel cimitero di città, a pochi passi, guarda caso, dalla tomba di Paganini.
Bottesini lo vede, lo compra per 900 lire, lo salva e se lo porta dietro per tutta la vita (pare che oggi riposi nella collezione di un musicofilo giapponese).
Si tratta di un contrabbasso, molto ben costruito e con un vocione particolarmente sonoro. Su quello che per definizione è uno strumento grosso, pigro e ostile alle acrobazie Giovanni costruisce la sua fama di funambolo, tanto che a forza di insistere diventa per tutti il “Paganini del contrabbasso”.
Comincia a studiare musica molto presto, sostenuto dal padre clarinettista; canta come sopranino nelle chiese e suona i timpani nell’orchestra del Teatro di Crema. Probabilmente sarebbe diventato un ottimo virtuoso di qualche strumento normale se non fosse successo quanto segue.
Anno 1835. Il Conservatorio-convitto di Milano offre due posti gratuiti: per uno studente di fagotto e per uno di contrabbasso. La famiglia Bottesini è povera e per andare avanti con la musica Giovanni ha bisogno di una borsa di studio. Sceglie il secondo strumento, in poche settimane si prepara, supera brillantemente l’esame di ammissione ed eccolo iscritto. Nel 1840 dà il primo concerto pubblico e ha già al suo fianco il futuro compagno di successo e di viaggi: il Testore.
Subito dopo si scatena una vita nomade di impegni e trionfi, come solista in duo con l’amico violinista Luigi Arditi, ma anche come direttore d’orchestra, altrettanto applaudito. Centro e Sud America, Messico, Stati Uniti, Russia e naturalmente tutta l’Europa. È membro onorario della Philarmonic Society di New York e dell’Accademia Filarmonica di Bologna; a un certo punto ottiene la direzione del Conservatorio di Città del Messico e quella del Teatro Nazionale dell’Avana.
Ormai Bottesini è un protagonista del panorama musicale internazionale e le sue serate a teatro seguono questo programma: apre il concerto dirigendo l’orchestra per il primo atto di un’opera del repertorio corrente (spesso anche di sua composizione – ne ha scritte otto).
All’epoca c’è la simpatica usanza di riempire l’intervallo fra un atto e l’altro con numeri di virtuosismo strumentale. Senza pensarci due volte lui posa la bacchetta da direttore, la sostituisce con l’archetto, acchiappa il suo voluminoso strumento e insieme ad Arditi o con un altro accompagnatore procede a mandare in visibilio il pubblico con le sue acrobazie, suonando le fantasie che ha composto sui temi delle stesse opere che dirige (Bellini, Donizetti, Paisiello; e Bottesini naturalmente).
Poi riprende la bacchetta e avanti con l’opera in cartellone. Successo garantito.
È un personaggio che fa impazzire le folle con la sua strabiliante abilità di comandare l’orchestra e di far cantare il suo strumento, ma è anche uno spendaccione, dedito alla bella vita, alla tavola, alla cantina di livello e purtroppo anche al gioco, quindi con un patologico bisogno di denaro e non può permettersi di rallentare e ancora meno fermare l’infernale carosello che ormai è diventata la sua esistenza.
In una pausa di questo turbine, a Venezia, conosce Giuseppe Verdi e ne diventa amicissimo. Ottimo investimento grazie al quale, nel 1871, la sua carriera raggiunge la vetta con la direzione, che gli affida lo stesso Verdi, della prima mondiale dell’Aida in Egitto. Un evento che si potrebbe definire, anche se con un termine prematuro, da Mondovisione.
Pubblica con Ricordi un “Metodo per contrabbasso”, a quanto dicono seguitissimo. Sarà; proprio non crediamo siano mai stati tanti gli studenti e i suonatori di quell’ingombrante e poco affascinante strumento, fratello maggiore del ben più seducente violoncello. Almeno fino all’apparizione dell’elettrico, poi è cominciata un’altra storia (Jaco Pastorius e altri benemeriti).
Quando ritorna in Italia, stremato dalla sua vita di viaggiatore, è proprio grazie all’amicizia e la raccomandazione di Verdi che riceve la nomina a direttore del Conservatorio di Parma, dove ha finalmente la possibilità di riposarsi. Troppo tardi: muore pochi mesi dopo e da allora riposa nel cimitero di città, a pochi passi, guarda caso, dalla tomba di Paganini.
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