ATTUALITA'
Stefano Torossi
GEORGE ANTHEIL 1900 – 1959

1962, Kennedy presidente, la flotta USA naviga su Cuba per creare un blocco e impedire all’URSS di portare sull’isola i suoi missili. Per la prima volta si utilizza la “trasmissione a divisione di spettro”, una tecnologia rivoluzionaria che permette di teleguidare siluri e torpedini senza interferenze nemiche. Il brevetto è stato depositato una ventina di anni prima, durante la Seconda Guerra Mondiale, da una coppia un po’ particolare di inventori.
Forse criticabile questo modo di aprire la biografia di un musicista, eppure è andata proprio così.
George Antheil nasce a inizio secolo in New Jersey, figlio di un negoziante di scarpe immigrato. Va male a scuola e alla fine lo bocciano. Invece è pazzo per la musica e dopo aver scoperto a sei anni il pianoforte, passa vari insegnanti e arriva a Ernest Bloch, il quale, scettico all’inizio, dopo averlo definito “vuoto e pretenzioso” è catturato dal suo entusiasmo e lo adotta sostenendolo anche finanziariamente nella composizione della sua prima sinfonia, mai pubblicata.
Nel ’22, come “pianista-compositore-futurista-ultramoderno” parte per Parigi dove, approfittando del felicissimo e tumultuoso periodo storico e artistico, entra in contatto con gli intellettuali internazionali che gremiscono la città: Pound, Picasso, Dalì, Satie, Strawinskij. Con quest’ultimo nasce una bella amicizia, destinata peraltro a durare poco. Strawinskij, anche se notoriamente parsimonioso di sentimenti e di denaro, colpito dal talento del nuovo amico, per lanciarlo gli organizza un concerto, al quale Antheil pensa bene di non farsi vivo: ha preferito partire per la Polonia. Quando si rincontrano è chiaro che il feeling con Igor non è più quello di prima.
Anche Ezra Pound si autonomina suo promotore e gli commissiona tre sonate per violino da fare eseguire alla sua fidanzata del momento, Olga Rudge. Insieme a James Joyce progetta di realizzare un’opera nuova e intanto lo presentano a Cocteau, che lo introduce nei circoli letterari. Insomma, con padrini di questo livello è ovvio che il lancio del “Ragazzaccio della Musica”, come ormai lo conoscono, è assicurato.
Gira ancora un po’ per l’Europa, dove i suoi concerti, che la critica interpreta come geniali provocazioni, finiscono invariabilmente in risse e interventi della polizia con arresti, manganellate e pubblicità garantita. Le sue composizioni hanno titoli molto futuristi: “Airplane sonata”, “Morte delle macchine”, “Jazz Symphony”. Non ci tiene solo a convincere il pubblico: vuole tramortirlo e sopraffarlo.
Frutto di questo periodo è il “Ballet Mecanique”, originariamente pensato per 16 pianole meccaniche sincronizzate (poi ridotte a una sola per insormontabili, ovvie difficoltà, appunto, di sincronizzazione), 2 pianoforti a coda, xilofoni, claxon di automobili, macchina del vento, una sirena, 3 eliche di aereo, gran cassa, incudini e altre sorprendenti percussioni.
Clamoroso successo nella comunità artistica di Parigi, al suo debutto al Theatre des Champs Elysees nel 1926; altrettanto clamoroso fiasco al Carnegie Hall di New York l’anno successivo. La sirena non parte al momento giusto, la macchina del vento provoca un uragano fra le poltrone e soprattutto il pubblico delude l’autore non scatenandosi nelle risse a cui si è abituato e che ormai si aspetta ai suoi concerti.
Dopo la scapigliatura europea Antheil se ne torna in USA e precisamente a Hollywood dove, messo da parte il suo stile di avanguardia, diventa tonale (addirittura neoromantico) e comincia la sua prodigiosa carriera di compositore di colonne sonore per il cinema. Decine di film di grandissimo livello e successo (“La Conquista del West” di DeMille, “Il Diritto di Uccidere” di Ray, “Nessuno resta solo” di Kramer e innumerevoli altri).
Con la sobrietà che lo contraddistingue, Antheil così parla del suo contributo all’industria cinematografica: “Posso dichiarare di aver salvato con la mia musica almeno un paio di sicuri flop”.
Nel frattempo, non è che si accontenti di fare solo il musicista. Scrive una autobiografia molto pittoresca: “Il Ragazzaccio della Musica”, collabora con la stampa come critico musicale, pubblica un romanzo giallo il cui protagonista richiama Ezra Pound, e scrive di argomenti militari (profetico è un suo articolo del 1939 in cui predice con esattezza di particolari la sconfitta finale del Nazismo).
Pubblica anche una serie di articoli sull’endocrinologia ghiandolare femminile e proprio grazie a questo suo interesse (e al fatto che bazzica il mondo del cinema) accade l’incontro più sorprendente della sua vita, e di questa storia.
L’attrice Hedy Lamarr, che in quel momento, a Hollywood è la “donna più bella del mondo”, li legge e subito lo cerca per avere consigli su come migliorare l’estetica del proprio seno. Si incontrano, lui le suggerisce estratti ghiandolari, poi la conversazione passa rapidamente dall’endocrinologia ai siluri e alle torpedini.
Hedy non è quell’oca che gli studios della MGM ritengono indispensabile presentare al pubblico. Studentessa di ingegneria a Vienna, emigrante per sfuggire a Hitler e poi diventata una star di prima grandezza, è anche una dotatissima scienziata, padrona della tecnologia delle frequenze radio.
I due entrano subito in sintonia. La guerra è scoppiata e l’antinazismo è il carburante del loro fuoco comune. Nel 1942 progettano e brevettano insieme un sistema di trasmissione di impulsi a divisione di spettro basato sulla suddivisione delle frequenze in 88 sottocampi (88 sono i tasti del pianoforte e qui c’è di sicuro lo zampino di Antheil).
Presentano il brevetto al Comando Militare degli Stati Uniti, il quale, con la lungimiranza tipica di quelle istituzioni, neanche lo prende in considerazione.
Devono passare vent’anni per arrivare alla crisi di Cuba, alla rivalutazione del brevetto e all’adozione della loro idea da parte delle Forze Armate USA; ecco che a questo punto diventano comprensibili anche le prime righe del nostro racconto.
Il cui finale è che, anche se la loro idea è diventata la base di innumerevoli applicazioni non solo militari (siluri e torpedini) ma pure civili (telefonini e satelliti), Lamarr e Antheil non hanno mai intascato neanche un centesimo.
Non che ne avessero bisogno, al top delle rispettive professioni come erano, ma un piccolo riconoscimento sarebbe stato giusto.
Forse criticabile questo modo di aprire la biografia di un musicista, eppure è andata proprio così.
George Antheil nasce a inizio secolo in New Jersey, figlio di un negoziante di scarpe immigrato. Va male a scuola e alla fine lo bocciano. Invece è pazzo per la musica e dopo aver scoperto a sei anni il pianoforte, passa vari insegnanti e arriva a Ernest Bloch, il quale, scettico all’inizio, dopo averlo definito “vuoto e pretenzioso” è catturato dal suo entusiasmo e lo adotta sostenendolo anche finanziariamente nella composizione della sua prima sinfonia, mai pubblicata.
Nel ’22, come “pianista-compositore-futurista-ultramoderno” parte per Parigi dove, approfittando del felicissimo e tumultuoso periodo storico e artistico, entra in contatto con gli intellettuali internazionali che gremiscono la città: Pound, Picasso, Dalì, Satie, Strawinskij. Con quest’ultimo nasce una bella amicizia, destinata peraltro a durare poco. Strawinskij, anche se notoriamente parsimonioso di sentimenti e di denaro, colpito dal talento del nuovo amico, per lanciarlo gli organizza un concerto, al quale Antheil pensa bene di non farsi vivo: ha preferito partire per la Polonia. Quando si rincontrano è chiaro che il feeling con Igor non è più quello di prima.
Anche Ezra Pound si autonomina suo promotore e gli commissiona tre sonate per violino da fare eseguire alla sua fidanzata del momento, Olga Rudge. Insieme a James Joyce progetta di realizzare un’opera nuova e intanto lo presentano a Cocteau, che lo introduce nei circoli letterari. Insomma, con padrini di questo livello è ovvio che il lancio del “Ragazzaccio della Musica”, come ormai lo conoscono, è assicurato.
Gira ancora un po’ per l’Europa, dove i suoi concerti, che la critica interpreta come geniali provocazioni, finiscono invariabilmente in risse e interventi della polizia con arresti, manganellate e pubblicità garantita. Le sue composizioni hanno titoli molto futuristi: “Airplane sonata”, “Morte delle macchine”, “Jazz Symphony”. Non ci tiene solo a convincere il pubblico: vuole tramortirlo e sopraffarlo.
Frutto di questo periodo è il “Ballet Mecanique”, originariamente pensato per 16 pianole meccaniche sincronizzate (poi ridotte a una sola per insormontabili, ovvie difficoltà, appunto, di sincronizzazione), 2 pianoforti a coda, xilofoni, claxon di automobili, macchina del vento, una sirena, 3 eliche di aereo, gran cassa, incudini e altre sorprendenti percussioni.
Clamoroso successo nella comunità artistica di Parigi, al suo debutto al Theatre des Champs Elysees nel 1926; altrettanto clamoroso fiasco al Carnegie Hall di New York l’anno successivo. La sirena non parte al momento giusto, la macchina del vento provoca un uragano fra le poltrone e soprattutto il pubblico delude l’autore non scatenandosi nelle risse a cui si è abituato e che ormai si aspetta ai suoi concerti.
Dopo la scapigliatura europea Antheil se ne torna in USA e precisamente a Hollywood dove, messo da parte il suo stile di avanguardia, diventa tonale (addirittura neoromantico) e comincia la sua prodigiosa carriera di compositore di colonne sonore per il cinema. Decine di film di grandissimo livello e successo (“La Conquista del West” di DeMille, “Il Diritto di Uccidere” di Ray, “Nessuno resta solo” di Kramer e innumerevoli altri).
Con la sobrietà che lo contraddistingue, Antheil così parla del suo contributo all’industria cinematografica: “Posso dichiarare di aver salvato con la mia musica almeno un paio di sicuri flop”.
Nel frattempo, non è che si accontenti di fare solo il musicista. Scrive una autobiografia molto pittoresca: “Il Ragazzaccio della Musica”, collabora con la stampa come critico musicale, pubblica un romanzo giallo il cui protagonista richiama Ezra Pound, e scrive di argomenti militari (profetico è un suo articolo del 1939 in cui predice con esattezza di particolari la sconfitta finale del Nazismo).
Pubblica anche una serie di articoli sull’endocrinologia ghiandolare femminile e proprio grazie a questo suo interesse (e al fatto che bazzica il mondo del cinema) accade l’incontro più sorprendente della sua vita, e di questa storia.
L’attrice Hedy Lamarr, che in quel momento, a Hollywood è la “donna più bella del mondo”, li legge e subito lo cerca per avere consigli su come migliorare l’estetica del proprio seno. Si incontrano, lui le suggerisce estratti ghiandolari, poi la conversazione passa rapidamente dall’endocrinologia ai siluri e alle torpedini.
Hedy non è quell’oca che gli studios della MGM ritengono indispensabile presentare al pubblico. Studentessa di ingegneria a Vienna, emigrante per sfuggire a Hitler e poi diventata una star di prima grandezza, è anche una dotatissima scienziata, padrona della tecnologia delle frequenze radio.
I due entrano subito in sintonia. La guerra è scoppiata e l’antinazismo è il carburante del loro fuoco comune. Nel 1942 progettano e brevettano insieme un sistema di trasmissione di impulsi a divisione di spettro basato sulla suddivisione delle frequenze in 88 sottocampi (88 sono i tasti del pianoforte e qui c’è di sicuro lo zampino di Antheil).
Presentano il brevetto al Comando Militare degli Stati Uniti, il quale, con la lungimiranza tipica di quelle istituzioni, neanche lo prende in considerazione.
Devono passare vent’anni per arrivare alla crisi di Cuba, alla rivalutazione del brevetto e all’adozione della loro idea da parte delle Forze Armate USA; ecco che a questo punto diventano comprensibili anche le prime righe del nostro racconto.
Il cui finale è che, anche se la loro idea è diventata la base di innumerevoli applicazioni non solo militari (siluri e torpedini) ma pure civili (telefonini e satelliti), Lamarr e Antheil non hanno mai intascato neanche un centesimo.
Non che ne avessero bisogno, al top delle rispettive professioni come erano, ma un piccolo riconoscimento sarebbe stato giusto.
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