RECENSIONI
Alice Hoffman
Il matrimonio degli opposti
Neri Pozza, Traduzione di Laura Prandino, Pag. 428 Euro 18,00
Preparatevi. Il matrimonio degli opposti di Alice Hoffman è un melò, quasi un romanzo d’altri tempi, gradevole da leggere e a tratti entusiasmante. Siamo ai Caraibi, Isola di St. Thomas, quella che Colombo definì il “Paradiso in terra”, per le sue acque azzurre e le spiagge incantevoli.
Anno 1807. Rachel Pomié è una ragazza di una famiglia ebrea benestante. Suo padre commercia in canna da zucchero e quando torna la sera le legge delle fiabe. Rachel gira tutto il giorno insieme alla sua amica Jestine, una creola figlia della cuoca di famiglia. Della storia non vogliamo dire di più, ma è certo che il suo sviluppo è in alcuni momenti coinvolgente, così come coinvolgente è la lussureggiante natura tropicale che avvolge e fa da sfondo alle vicende umane di questa ragazza e della sua amica. Attraverso gli occhi di Rachel infatti salterà subito agli occhi la netta contrapposizione tra le mille regole e divieti della comunità ebraica dell’isola, chiusa nelle sue tradizioni millenarie, e la prorompente vitalità di una natura nella quali la fanno da padroni i colori del “Paradiso in Terra”, il verde e soprattutto azzurro che domina su tutto. Qualcuno ha parlato di una sorta di realismo magico: la cosa certa è che l’irrazionale pervade tutta la narrazione, fino a diventare una sorta di animismo benevolo e a tratta quasi consolatorio.
“Fin dall’inizio volevo la libertà”. Insomma rompere le regole: è questa l’unica vera regola di Rachel che dopo un matrimonio molto tradizionale (suo marito ha il doppio dei suoi anni) che mette fine all’età dei sogni e dei desideri, decide di vivere la vita in modo molto diverso. Rachel sogna ad occhi aperti, sogna di andare a Parigi, ma il destino gli riserverà molte sorprese. La storia è densa, ricca e Alice Hoffman opta per una narrazione in “presa diretta”: la cosa funziona, anche se questo narratore passando attraverso vari personaggi — Rachel, ma anche Lydia e Camille Pizarro — in qualche maniera disorienta, almeno inizialmente, il lettore. Romanzo potente, forse un po’ troppo lungo. Comunque da leggere.
di Marco Minicangeli
Anno 1807. Rachel Pomié è una ragazza di una famiglia ebrea benestante. Suo padre commercia in canna da zucchero e quando torna la sera le legge delle fiabe. Rachel gira tutto il giorno insieme alla sua amica Jestine, una creola figlia della cuoca di famiglia. Della storia non vogliamo dire di più, ma è certo che il suo sviluppo è in alcuni momenti coinvolgente, così come coinvolgente è la lussureggiante natura tropicale che avvolge e fa da sfondo alle vicende umane di questa ragazza e della sua amica. Attraverso gli occhi di Rachel infatti salterà subito agli occhi la netta contrapposizione tra le mille regole e divieti della comunità ebraica dell’isola, chiusa nelle sue tradizioni millenarie, e la prorompente vitalità di una natura nella quali la fanno da padroni i colori del “Paradiso in Terra”, il verde e soprattutto azzurro che domina su tutto. Qualcuno ha parlato di una sorta di realismo magico: la cosa certa è che l’irrazionale pervade tutta la narrazione, fino a diventare una sorta di animismo benevolo e a tratta quasi consolatorio.
“Fin dall’inizio volevo la libertà”. Insomma rompere le regole: è questa l’unica vera regola di Rachel che dopo un matrimonio molto tradizionale (suo marito ha il doppio dei suoi anni) che mette fine all’età dei sogni e dei desideri, decide di vivere la vita in modo molto diverso. Rachel sogna ad occhi aperti, sogna di andare a Parigi, ma il destino gli riserverà molte sorprese. La storia è densa, ricca e Alice Hoffman opta per una narrazione in “presa diretta”: la cosa funziona, anche se questo narratore passando attraverso vari personaggi — Rachel, ma anche Lydia e Camille Pizarro — in qualche maniera disorienta, almeno inizialmente, il lettore. Romanzo potente, forse un po’ troppo lungo. Comunque da leggere.
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