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Il Paradiso degli Orchi
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INTERVISTE

Maurizio Chiararia

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Nel 2010 dai alle stampe questo tuo 'Alfabetario', una sorta di diario scritto dal 1962 al 1972. Come nasce questa operazione?



E' un'operazione di riscoperta di vecchi miei scritti che ho iniziato da due o tre anni, spinto da un mio lavoro di raccolta di aforismi altrui. Si tratta di un lavoro sulla letteratura e sul linguaggio, che porto avanti tuttora.



Eppure nel tempo si cambia. Come ti poni, adesso, davanti a questa tua opera giovanile? Che cosa condividi e che cosa rinnegheresti?



E' come se ci fossero due me stessi, uno che scriveva quelle cose allora, l'altro che ha letto quelle cose come opera di uno scrittore sconosciuto, magari tradotto da una lingua straniera.



Una specie di sdoppiamento.



Questo non vuol dire disfarsi della responsabilità di riconoscere quegli scritti, anzi, vuol essere quasi una rilettura, e quindi una riscrittura, per formulare un nuovo sistema di analisi e critica letteraria che interessa il mio essere autore oggi, con tutte le contraddizioni che tale operazione comporta.



Parli di allora e di oggi come di due momenti separati. Giusto, è passato tanto tempo. Ma che cosa c'è in mezzo? Che cosa hai fatto dopo il 1972?



Avevo completamente abbandonato la scrittura cosiddetta letteraria. Mi sono cimentato nella scrittura e interpretazione di canzoni: era un linguaggio più consono a quei tempi di contestazione e di opposizione al sistema.



A che età hai cominciato a scrivere, o meglio, a sentirti scrittore?



Lo dichiaravo in una mia ballata del '76: ho cominciato a scrivere che avevo quindic'anni/sopra i banchi del liceo fra professori e inganni.



Quali erano gli inganni?



Erano quelli dei primi tentativi di apprendimento e uso del materiale poetico da parte di un liceale indisciplinato, ma che già allora credeva in una presunta missione del poeta a svelare il mistero dell'universo attraverso la parola.



Parte del tuo Alfabetario è scritto in versi. Ti definisci poeta?



Si tratta di brani poetici. Non la chiamo poesia. Ho messo insieme quei brani e quelle note, a quarant'anni di distanza, in una sorta di "romanzo con parole", dove "romanzo" prende quell'accezione del primo romanticismo secondo la quale tutto era romanzo, e perciò tutto era romantico. All'epoca non avevo ancora scoperto quella poesia e quella filosofia romantica di Coleridge, Schlegel e Novalis, ma è come se le avessi prefigurate in quei miei scritti, dove l'estro e l'intuizione vanno di pari passo con l'elaborazione linguistica, dove l'abbandonarsi al fluire della parola si scontra con il controllo della mano e della testa. Così questa poesia senza oggetto diventa l'oggetto della poesia. Queste carte, pubblicate, diventano uno studio sulla poesia.



Quindi scrivevi da autodidatta, senza riferimento ad altri autori?



Al contrario. Non facevo altro che leggere e trascrivere la maggior parte delle poesie e dei pensieri con cui venivo a contatto sui libri. Leggevo, scrivevo e trascrivevo cose mie e di altri, tanto che tendevo a confondere ciò che era mio con quello che era di altri, in un gioco di rimandi attraverso il quale arrivai a conquistare una certa autonomia di espressione. A questo punto, a diciannove anni, inviai alcune poesie a una rivista letteraria, il "Segnacolo", che le pubblicò e mi fece guadagnare i primi soldi.



Che letture preferivi?



Kafka per un certo periodo fu il mio nume tutelare, e di lui trascrivevo intere pagine dai "Diari" e da "Confessioni ed immagini". Ho sempre cercato scrittori che in qualche modo "parlassero della parola", definissero il senso del leggere e dello scrivere, andassero alle radici del linguaggio. Tuttora raccolgo aforismi, perché la forma aforistica rappresenta un pensiero sintetico e illuminante.



C'è un collegamento fra il tuo approccio alla scrittura e la tua successiva attività di cantautore?



Anche lì partivo da un approccio letterario, cercavo di elaborare una sorta di poesia civile, alla Brecht, anche con citazioni e rimandi ad autori classici, da Apuleio a Goethe. Però partivo anche da un discorso su me stesso, sulle donne incontrate ed amate, come un epistolario a senso unico. Cantare in pubblico quelle lettere mai spedite mi faceva entrare in una sorta di intimità con quelle interlocutrici.



Di che cosa ti occupi attualmente?



Ho ripreso a occuparmi di lettura, cosa che credo debba costituire l'attività principale di uno scrittore, perché in fondo lo scrivere occupa una minima parte del tempo che gli è dato da vivere. Il resto consiste nel leggere quello che si è scritto, rileggere, reinterpretare, ricopiare (che è leggere di nuovo), correggere (poco), inserire nel testo altre cose lette sue o di altri, leggere e rileggere altri secondo un criterio di assonanze, ascoltare, guardare, riascoltare eventuali registrazioni, rivedere foto o filmati, elaborare tutto ciò che sta intorno al testo, dal titolo alla pubblicità, vendere, comprare...



E anche leggere in pubblico?



Sì, anche leggere in pubblico brani inediti, come faceva Kafka o gli scrittori del gruppo 47, o Gertrude Stein.

Non come performance, bensì come verifica delle proprie o altrui composizioni.



O forse come invito alla lettura?



Lettura e scrittura sono parti inscindibili di uno stesso processo. Nel presentare al pubblico il mio Alfabetario insisto sull'indicazione di uno scrittore straniero quale autore di quegli scritti, come se fossero un reperto archeologico giunto fino a noi attraverso il tempo e attraverso un lavoro di traduzione. Questo non per disconoscerne la paternità, ma per mantenere da essi una certa distanza, così che il lettore ne possa fruire nel giusto modo. Mi pongo nella posizione di un Prologo che presenta l'azione teatrale che verrà ma non vi partecipa. In sintesi la funzione di "Alfabetario" è quella di insegnare a leggere, più che a scrivere.



Hai detto che agli inizi credevi in una presunta missione del poeta a svelare il mistero dell'universo attraverso la parola. Poi ti sei orientato su una funzione più concretamente sociale e politica, attraverso la canzone "impegnata". Ora ti chiedo: oggi, nel contesto attuale, pensi che l'arte ci offra una qualche via di salvezza? O forse soltanto un ripiego consolatorio? O che altro?



Un mio aforisma si chiedeva: "L'arte è in questa paura di non farne?", che vuol dire che l'arte è parte di un processo che riguarda qualcos'altro che non è arte, un asterisco che rimanda alla vita, che non è arte anch'essa, ma va vissuta artisticamente. Oggi, purtroppo, la letteratura è diventata "scrittura", la musica "suono", l'arte in generale è diventata "comunicazione". L'aspetto tecnico, produttivo ha sostituito l'aspetto di ricerca, creativo. Il mezzo di produzione è diventato il fine dell'arte. E' come se la macchina da presa, la pellicola, fossero già il film, l'opera. Vivere artisticamente significa (ecco la possibile salvezza) contrastare questa tendenza.







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