CLASSICI
Massimo Grisafi
Il tema ricorrente, l’immortalità: "L'immortalità" di Milan Kundera.

Devo confessare che l’approccio a questo libro è stato per me tra i più difficili che abbia mai affrontato. Innanzitutto il titolo: l’immortalità. Già questo di per sé mi ha fatto sentire un brivido; il fatto che poi, nell’edizione che avevo, non ci fosse il benché minimo accenno alla trama, mi ha ancor di più destabilizzato. Niente in seconda di copertina, niente nella terza e nella quarta. Solo una semplice frase sull’autore. Ho capito subito di essermi cacciato in un guaio, ma si sa che la curiosità va soddisfatta e così… ho cominciato a leggere.
Già dall’inizio la situazione appare strana: c’è l’autore in prima persona seduto al tavolino di un bar di una piscina pubblica, in attesa di un fantomatico professor Avenarius (una sorta di alter ego di Kundera, o comunque un personaggio che gli farà da contrappunto a molti dei passaggi del libro) che nota una scena apparentemente banalissima. Un’anziana signora che prende lezioni di nuoto da un giovane istruttore. Terminato il tempo della lezione, la signora esce dall’acqua e, mentre si allontana, si gira a metà e lancia un gesto col braccio al suo istruttore di una grazia e una leggerezza commovente. Attenzione, questo gesto apparentemente banale anche se delicato, ritornerà come leitmotiv per quasi tutto il libro. È forse questa la prima cosa che resterà immotale.
Kundera ne rimane talmente affascinato da attribuire immediatamente un nome a quella donna (Agnes) e a farne un personaggio di un suo nuovo romanzo.
Bene, mi sono detto: adesso comincerà questo romanzo. Invece no. Kundera crea i suoi personaggi, ce li descrive, li caratterizza ma poi, nelle parti successive, inizia a parlarci d’altro. Vedremo apparire un Goethe ormai anziano che già rincorre la sua immortalità letteraria e che viene tormentato da quella che oggi chiameremmo una stalker: tale Bettina Brentano, una donna che ha mantenuto gli atteggiamenti più fanciulleschi e ambigui di una bambina, e che lo tormenterà per diverso tempo scrivendogli e cercando di frequentarlo. Stessa cosa che farà con Beethoven e con altri personaggi dell’epoca.
E così via, passando per un Rubens che del pittore fiammingo ha solo il nome e un briciolo di talento e che ha la passione di collezionare storie amorose con giovani fanciulle. Qui Kundera si dilunga in una sorta di lezione sull’amore fisico e le sue varie fasi. Non abbandona del tutto i suoi personaggi che ricompaiono più volte e sviluppano la loro storia che è un fitto intreccio di rapporti e scontri tra diverse personalità. Per poi ritornare al professor Avenarius e alla sua assurda attività di squarciatore di pneumatici.
Ma in tutto questo zibaldone non bisogna dimenticare il tema ricorrente, l’immortalità. Che cosa rimane di noi quando non ci saremo più per poter controllare il modo con cui saremo ricordati? Sembra essere questa la domanda che Kundera ci pone, senza troppi sconti né promesse di vite future. Il suo non è un libro e basta, è un contenitore con tanti libri dentro, ciascuno diverso ma tutti legati tra loro da un filo comune. E poi c’è Agnes, la donna che dato il via a tutto. La fine che farà porta la storia del libro al suo culmine: lei se ne infischia dell’immortalità, a tal punto da cancellare ogni traccia di sé. Solo quel gesto col braccio, il gesto all’apparenza così banale, rimarrà. Quel piccolo gesto, forse, le concederà l’immortalità.
Per quello che riguarda noi, invece, Kundera è spietato: l’immortalità è destinata a pochi eletti, agli artisti eccelsi e ai grandi uomini e alle grandi donne della storia. Per tutti noi altri, comuni mortali, il destino sarà qualche decennio al massimo di memoria altrui.
Con buona pace di tutti…
Milan Kundera
L'immortalità
Adelphi
Già dall’inizio la situazione appare strana: c’è l’autore in prima persona seduto al tavolino di un bar di una piscina pubblica, in attesa di un fantomatico professor Avenarius (una sorta di alter ego di Kundera, o comunque un personaggio che gli farà da contrappunto a molti dei passaggi del libro) che nota una scena apparentemente banalissima. Un’anziana signora che prende lezioni di nuoto da un giovane istruttore. Terminato il tempo della lezione, la signora esce dall’acqua e, mentre si allontana, si gira a metà e lancia un gesto col braccio al suo istruttore di una grazia e una leggerezza commovente. Attenzione, questo gesto apparentemente banale anche se delicato, ritornerà come leitmotiv per quasi tutto il libro. È forse questa la prima cosa che resterà immotale.
Kundera ne rimane talmente affascinato da attribuire immediatamente un nome a quella donna (Agnes) e a farne un personaggio di un suo nuovo romanzo.
Bene, mi sono detto: adesso comincerà questo romanzo. Invece no. Kundera crea i suoi personaggi, ce li descrive, li caratterizza ma poi, nelle parti successive, inizia a parlarci d’altro. Vedremo apparire un Goethe ormai anziano che già rincorre la sua immortalità letteraria e che viene tormentato da quella che oggi chiameremmo una stalker: tale Bettina Brentano, una donna che ha mantenuto gli atteggiamenti più fanciulleschi e ambigui di una bambina, e che lo tormenterà per diverso tempo scrivendogli e cercando di frequentarlo. Stessa cosa che farà con Beethoven e con altri personaggi dell’epoca.
E così via, passando per un Rubens che del pittore fiammingo ha solo il nome e un briciolo di talento e che ha la passione di collezionare storie amorose con giovani fanciulle. Qui Kundera si dilunga in una sorta di lezione sull’amore fisico e le sue varie fasi. Non abbandona del tutto i suoi personaggi che ricompaiono più volte e sviluppano la loro storia che è un fitto intreccio di rapporti e scontri tra diverse personalità. Per poi ritornare al professor Avenarius e alla sua assurda attività di squarciatore di pneumatici.
Ma in tutto questo zibaldone non bisogna dimenticare il tema ricorrente, l’immortalità. Che cosa rimane di noi quando non ci saremo più per poter controllare il modo con cui saremo ricordati? Sembra essere questa la domanda che Kundera ci pone, senza troppi sconti né promesse di vite future. Il suo non è un libro e basta, è un contenitore con tanti libri dentro, ciascuno diverso ma tutti legati tra loro da un filo comune. E poi c’è Agnes, la donna che dato il via a tutto. La fine che farà porta la storia del libro al suo culmine: lei se ne infischia dell’immortalità, a tal punto da cancellare ogni traccia di sé. Solo quel gesto col braccio, il gesto all’apparenza così banale, rimarrà. Quel piccolo gesto, forse, le concederà l’immortalità.
Per quello che riguarda noi, invece, Kundera è spietato: l’immortalità è destinata a pochi eletti, agli artisti eccelsi e ai grandi uomini e alle grandi donne della storia. Per tutti noi altri, comuni mortali, il destino sarà qualche decennio al massimo di memoria altrui.
Con buona pace di tutti…
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