CLASSICI
Alfredo Ronci
La non unicità dell’individuo. “Amore e psiche” di Raffaele La Capria.

Su Raffaele La Capria ho letto tempo fa: D’altronde sarà lui stesso a spiegare in un saggio pubblicato su rivista che Ferito a morte scappa dalla narrativa neorealista, dal suo paternalismo e dalla sua tendenza a rinviare tutto a una sola causa, quella che genera e regge ogni cosa. Il suo obiettivo è il personaggio centrifugo e baricentrico che è diventato il protagonista del romanzo europeo dopo la scuola dello sguardo. Un personaggio che fatica a stare unito da quando è apparso evidente che l’io è diviso e che bisogna raccontare a partire da quella ‘riduzione dell’io’ pretesa da una fenomenologia che fa epoché di quanto il soggetto s’è dato per certo. Insomma una narrazione che si decentra o che si va a cercare di volta in volta il proprio centro in periferia, ai margini del territorio sottoposto al dominio razionalistico.
Insomma, in parole povere, un individuo che non ha unicità. Intanto bisogna dire che le parole espresse in quel saggio riguardavano principalmente Ferito a morte, ma è evidente che anche i passi ulteriori di La Capria non si spostavano di molto, anzi, da quei presupposti indicati.
D’altronde noi stessi, parlando di Ferito a morte, dicevamo che … Il blu e il nero. Colori di un’unica solitudine. Perché si diceva all'inizio romanzo di fascinazione ossimorica? Perché i colori, indicati già nel nostro titolo, sono facilmente accostabili e discosti: una convergenza parallela che determina continui spostamenti sensoriali, fino all'invadenza finale della disillusione.
Il blu (se aggiungessimo una 'e', come fanno spesso gli americani, sarebbe un'extra azzeccato) è quello del mare, vivido protagonista del romanzo e con esso le inevitabili decorazioni... il sole, i riflessi argentei, le onde, il sommesso bisbiglio del mondo. Il nero (avremmo volentieri optato per il grigio, ma la disperazione esistenzialista del protagonista c'ha suggerito un aggravio) è quello della solitudine, della disillusione, di una ricerca ahimé del tempo perduto.
Dunque una non unicità insieme alla ricerca di un tempo che è ormai perduto e nello stesso tempo scisso: questa è la sintesi di Amore e psiche. E anche qui sembra fascinazione ossimorica, perché potrebbe sembrare invece una unicità, ma la unicità dei personaggi in qualche modo sfugge.
Vediamo intanto la trama, o meglio ancora, quella che secondo La Capria potrebbe essere una trama.
Che noi potremmo anche risolvere con poche, povere, parole, perché le parole, quelle vere, appartengono al protagonista.
Protagonista che, come avrebbe detto Brecht… ‘In questo tempo di anarchia e di sangue, di ordinato disordine, di meditato arbitrio”, molto quotidianamente affronta il presente, che però ritiene stato di emergenza e cosa fa per uscirne fuori? Scrive un libro, nel tentativo di superare l’incomprensione di tutto… Un libro ambiguo, bifido, scisso, con ogni parte che genera il suo duplicato: il libro un duplicato del libro, la rappresentazione un duplicato della rappresentazione. E dove sono i personaggi quando c’è una moglie che è il doppio di una moglie e persino una figlia che è il doppio di una figlia, e non si sa mai con chi si ha a che fare? Quanto al narratore, uno, bino, plurimo, i suoi doppi sono decisamente troppo.
Sembrerebbe questo quasi un intoppo pirandelliano (anche se la ‘forma’ del libro, pur se scritto nel 1973, sembrerebbe più appartenere all’area del Gruppo 63), di cui non riesce a trovare una soluzione… Una voce dice io, ma lui non si riconosce in quella voce, capisci? Lui pensa che tutto questo non lo riguarda, non è accaduto a lui.
Nemmeno l’episodio di un suo amico, internato in un ospedale psichiatrico, e poi rilasciato grazie anche al suo interessamento, può essergli d’aiuto: pare che l’amico abbia messo una bomba vicino ad un negozio, che poi scoppia quando il protagonista passa da quelle parti per puro caso.
Si parlava di fascinazione ossimorica: cos’è dunque il titolo, Amore e psiche, se non il risultato di una vita disgregante e mai unica? Così Amore, l’unica parola leggibile scritta sul foglio, è parola di separazione. Lei da una parte della parola, lui da quest’altra. E chi c’è di là con lei?
Romanzo apparentemente ‘incomprensibile’ in realtà un tutt’uno con quello che era stato scritto prima e quello che verrà dopo. Da leggere, con un po’ d’attenzione.
L’edizione da noi considerata è:
Raffaele La Capria
Amore e psiche
Bompiani
Insomma, in parole povere, un individuo che non ha unicità. Intanto bisogna dire che le parole espresse in quel saggio riguardavano principalmente Ferito a morte, ma è evidente che anche i passi ulteriori di La Capria non si spostavano di molto, anzi, da quei presupposti indicati.
D’altronde noi stessi, parlando di Ferito a morte, dicevamo che … Il blu e il nero. Colori di un’unica solitudine. Perché si diceva all'inizio romanzo di fascinazione ossimorica? Perché i colori, indicati già nel nostro titolo, sono facilmente accostabili e discosti: una convergenza parallela che determina continui spostamenti sensoriali, fino all'invadenza finale della disillusione.
Il blu (se aggiungessimo una 'e', come fanno spesso gli americani, sarebbe un'extra azzeccato) è quello del mare, vivido protagonista del romanzo e con esso le inevitabili decorazioni... il sole, i riflessi argentei, le onde, il sommesso bisbiglio del mondo. Il nero (avremmo volentieri optato per il grigio, ma la disperazione esistenzialista del protagonista c'ha suggerito un aggravio) è quello della solitudine, della disillusione, di una ricerca ahimé del tempo perduto.
Dunque una non unicità insieme alla ricerca di un tempo che è ormai perduto e nello stesso tempo scisso: questa è la sintesi di Amore e psiche. E anche qui sembra fascinazione ossimorica, perché potrebbe sembrare invece una unicità, ma la unicità dei personaggi in qualche modo sfugge.
Vediamo intanto la trama, o meglio ancora, quella che secondo La Capria potrebbe essere una trama.
Che noi potremmo anche risolvere con poche, povere, parole, perché le parole, quelle vere, appartengono al protagonista.
Protagonista che, come avrebbe detto Brecht… ‘In questo tempo di anarchia e di sangue, di ordinato disordine, di meditato arbitrio”, molto quotidianamente affronta il presente, che però ritiene stato di emergenza e cosa fa per uscirne fuori? Scrive un libro, nel tentativo di superare l’incomprensione di tutto… Un libro ambiguo, bifido, scisso, con ogni parte che genera il suo duplicato: il libro un duplicato del libro, la rappresentazione un duplicato della rappresentazione. E dove sono i personaggi quando c’è una moglie che è il doppio di una moglie e persino una figlia che è il doppio di una figlia, e non si sa mai con chi si ha a che fare? Quanto al narratore, uno, bino, plurimo, i suoi doppi sono decisamente troppo.
Sembrerebbe questo quasi un intoppo pirandelliano (anche se la ‘forma’ del libro, pur se scritto nel 1973, sembrerebbe più appartenere all’area del Gruppo 63), di cui non riesce a trovare una soluzione… Una voce dice io, ma lui non si riconosce in quella voce, capisci? Lui pensa che tutto questo non lo riguarda, non è accaduto a lui.
Nemmeno l’episodio di un suo amico, internato in un ospedale psichiatrico, e poi rilasciato grazie anche al suo interessamento, può essergli d’aiuto: pare che l’amico abbia messo una bomba vicino ad un negozio, che poi scoppia quando il protagonista passa da quelle parti per puro caso.
Si parlava di fascinazione ossimorica: cos’è dunque il titolo, Amore e psiche, se non il risultato di una vita disgregante e mai unica? Così Amore, l’unica parola leggibile scritta sul foglio, è parola di separazione. Lei da una parte della parola, lui da quest’altra. E chi c’è di là con lei?
Romanzo apparentemente ‘incomprensibile’ in realtà un tutt’uno con quello che era stato scritto prima e quello che verrà dopo. Da leggere, con un po’ d’attenzione.
L’edizione da noi considerata è:
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