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RECENSIONI

Maeve Brennan

Racconti di New York

BUR, Pag.178 Euro 9,50
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Scrivevo di lei tempo fa: la prosa della Brennan ha la capacità filmica di impressionare paradossalmente lo sguardo del lettore, che pone l'attenzione sul dettaglio, sulla 'crosta', sull'apparente insignificanza di un gesto o di un oggetto. In realtà nella piccolezza, in quella sorta di rifinitura quasi matematica del mondo, vi è l'universo della scrittrice-donna.

Il suo era un tocco e, in questa 'nuova' antologia offerta dalla stupenda collana della BUR 'scrittori contemporanei ', ne da di nuovo un saggio: come uno schizzo di colore in un quadro di dimensioni gigantesche.

E il dettaglio in qualche modo invade la tematica, che in questo caso preciso offre uno spaccato un po' diverso: la Brennan in genere preferiva, nonostante si fosse trasferita prima a Washington e poi a New York, raccontare i luoghi della sua infanzia e la struggente malinconia che da essi ricavava. Racconti di New York, ça va sans dire, è ben altra cosa e non me ne vogliano i fans della scrittrice se il risultato, pur se accattivante e riuscito, è meno emozionale e partecipativo.

Siamo dalle parti di una cinica rappresentazione di una borghesia già malata (sono gli anni sessanta) e della perdita di valori: la solidarietà è sostituita da un falso altruismo e da una filantropia che può crollare anche a causa di uno storto sorriso. Siamo dalle parti di una rappresentazione alla Woody Allen se quest'ultimo, dati i tempi, non si ostinasse nel rimarcare certe distanze con la psicanalisi e con un'ironia al vetriolo.

Ma la narrazione, come si diceva all'inizio, non può fare a meno del dettaglio. Dice John Updile nella postfazione: Entro questi confini la Brennan è costantemente all'erta, la vista acuta di un passero, attenta alle briciole della realtà, a quanto udito per caso, visto di sfuggita, ipotizzato, che costituisce il passatempo più economico di una donna di città dal temperamento solitario.

E questo temperamento si riflette nei personaggi sconfitti delle sue storie: come Isobel Bailey, altruista di mestiere, che mette alla scoperto la sua falsa filantropia nel momento in cui un accattone non apprezza il 'suo' dolce ('Il burlone'). O Leona Harkey, donna apparentemente di mondo, ma in realtà succuba dell'amico Charles, che non solo le condiziona la vita, ma gliela occupa fisicamente, andando ad abitare nella sua villa. ('Lo scaldino' e 'Il ballo della servitù').

Geograficamente le storie sono schizofrenicamente collocate: nella sezione vera e propria dei racconti, il luogo principe è Herbert's Retreat, una sorta di fortilizio a villini distante qualche decina di chilometri da New York, residenza di quelli che noi definiremmo nuovi ricchi, o burini ripuliti (ossari umani che Ballard ha magistralmente, e più volte, distrutto nelle sue opere più recenti). Nella sezione conclusiva, quella in cui la Brennan racconta le sue esperienze di neworkese, è la metropoli con i suoi grattaceli a farla da padrone: Quasi tutte le più banali abitudini di vita scompaiono, quando si comincia a vivere in cielo.

Resta in ambedue i casi un senso frustrante di distacco, un perdurare ossessivo di una straniante percezione della solitudine. Negli ultimi anni della sua esistenza si perse in lunghi periodi di solitudine e depressione, prima di smarrire qualsiasi barlume di lucidità. Scriveva in una lettera: Tutto ciò che dobbiamo affrontare nel futuro è ciò che è accaduto in passato. E' insopportabile.

Per questo chiuse, scusate la metafora, i battenti della vita. Come darle torto.



di Alfredo Ronci


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