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CLASSICI

Alfredo Ronci

Un verista dimenticato: Mario Pratesi e ‘L’eredità’.

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Quando si parla di verismo, per noi italiani l’unico protagonista assoluto è Giovanni Verga. Per carità, nulla da obiettare, ma si sa che una moda, una tendenza, addirittura una scuola, diventano più grandi e incisive se accanto ad un maestro riconosciuto attorno a quell’aura di concretezza sopravvivano altre figure di marcata validità.
Nomi come Farina, Fucini, Paolieri, Valera, Longoni, Calandra, Rovetta, Barrili e tanti altri dicono ben poca cosa agli scrittori contemporanei eppure, nel tempo in cui hanno prodotto, sono risultati attenti al corso della storia e soprattutto della storia letteraria.
Mario Pratesi, secondo alcuni, e secondo una suo famoso estimatore, Vasco Pratolini, sembra essere lo scrittore che più di altri si è avvicinato all’arte del Verga e abbia prodotto romanzi che hanno lasciato un’impronta decisamente più potente.
Dice Pratolini: Quando invece si volge ai deboli, agli inermi, ai vagabondi, alle creature della strada e alle creature della terra, commozione nasce in lui, confidenza, e sulla confidenza e l’amore lo scrittore ha un controllo preciso dei mezzi espressivi. Appare chiaro che di questo mondo egli tutto sa o intuisce, di tutto s’è fatto ragione e coscienza; lo soccorre una nozione precisa degli animi, una contemplazione attiva e sempre nuova della natura. E se prima si esprimeva con una scrittura piena di risentimento, spesso rabbiosa, protratta come alla ricerca di un’immagine definitiva che non si precisa mai, ora una luce si diffonde nelle sue pagine, in virtù di una prosa sostanziosa ed efficace, fra gli esempi più belli di prosa toscana che l’Ottocento ci abbia lasciato.
Parole senza dubbio di grande efficacia, anche se lo stesso Pratolini, nel tentativo di spiegare il silenzio caduto su Pratesi, ammette che in certe situazioni e in certi cambi di tensione (primo fra tutti, anche nel romanzo che stiamo curando, i colloqui e le sparate che avvengono in determinati ambienti, ma fuori da un contesto più preciso e determinato dello scritto) la verve più ironica ed indigena tolga di spessore e di incisività alla storia.
In L’eredità due sono i temi che prevalgono e che prendono il soprassalto: la morte di Amerigo, il figlio scapestrato di Stefano (di cui lo stesso aveva dato un’opinione precisa e consona: io se torna a casa non gli dico niente, e se lavora bene: la vita dell’uomo è così, Dio eterno! Troppo s’approfittò di trova la madia bassa! Se non vuole lavorare fa bene a non comparire alla mia presenza…) e la tragedia quasi personale della madre del ragazzo, Giovanna, e la sfida per l’eredità tra i due fratelli contendenti.
Per quanto il romanzo prenda il titolo da quest’ultimo episodio, gran parte della storia è rivolta alla tragedia che avviene per le inadempienze di Amerigo e la sua triste fine in una bettola. E soprattutto la delicata ed incisiva figura della madre, Giovanna appunto, che segue le vicenda con l’assoluta partecipazione di una donna addolorata e solitaria.
Il resto se vogliamo è parte del tutto: Pratesi, come ebbe a sottolineare il Pratolini (ma a suo tempo rivelato anche da altri critici attenti dell’epoca, da Emilio Cecchi a Luigi Baldacci), non fu uno scrittore insolito e passeggero, pur avendo avuto una adolescenza segnata da richiami reazionari, a cui non fu facile sottrarvisi, ma un letterato vigile agli avvenimenti letterari, collaboratore di riviste e giornali, e ancor di più attento osservatore delle situazioni politiche del tempo.
Quello che lo contraddistingueva era un preciso studio della classe più infima e povera. I suoi inizi letterari erano una lotta specifica tra la società padronale e i contadini e i vagabondi. Una continua variazione sulla nota costante di quel conflitto.
L’eredità, per quanto strutturata in modo abbastanza uguale, sposta un po’ il centro dell’attenzione. Non più il conflitto tra due fazioni che mai avrebbero trovato risposta, ma un’attenta ricostruzione di un mondo, quello dei contadini e dei poveracci, che il Pratesi conosceva e che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua storia.
Un filo conduttore che lo scrittore non tralasciò: anche il successivo romanzo che scrisse, e che per alcuni critici fu davvero la sua migliore testimonianza, nella precisione Il mondo di Dolcetta, si percepisce un’unica tematica e rappresenta quanto di più robusto e vitale Pratesi ci abbia consegnato.
Nel 1961 L’eredità, col titolo La viaccia, diventò un film con la regia di Mauro Bolognini e con protagonisti Jean Paul Belmondo e Claudia Cardinale.



L’edizione da noi considerata è:

Mario Pratesi
L’eredità
Bompiani



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