I Classici

Ma che roba è? “La Bambolona” di Alba De Cespedes.
Giulio pensò che qualcosa l’avrebbe aiutato, in ogni caso: il fatto di non sapere dov’era il bene e dove il male. Di non aver mai cercato di saperlo. Di essere proprio un fungo, una pianta, un albero, non molto alto da terra.

Letteratura come mare: “Il gabbiano azzurro” di Raffaello Brignetti.
Scriveva su Brignetti il critico Bàrberi Squarotti tempo fa: Un margine di mistificazione è pure presente nella letteratura di Raffaello Brignetti, per il carattere alquanto discontinuo dei suoi testi: un inizio “marinaro”

Ma chi era veramente Francesco Mastriani? “I misteri di Napoli”.
Per un attimo lasciamo perdere tutti i riferimenti ‘colti’ che facevo a proposito dell’altro romanzo che diede la popolarità a Francesco Mastriani, e cioè La cieca di Sorrento. Ma vanno comunque ricordati.

Fu vero mito? “Racconti fantastici” di Igino Ugo Tarchetti.
Scriveva Salvatore Farina (autore, tra l’altro, de La mia giornata, memorie autobiografiche da cui è stato estratto questi Ritratto di Iginio Ugo Tarchetti e intimo amico dello scrittore):

Lo diciamo “socialdemocatico”? “Metello” di Vasco Pratolini.
Bisogna iniziare a dire, e credo che nella mia “vita” di recensore di libri classici sia in assoluto la prima volta, che recensire un libro come Metello sia assolutamente inutile.

Un sospiro (e che sospiro) e poi il vuoto: “I parenti del sud” di Carlo Montella.
Ci sono casi nella letteratura italiana che non hanno una vera e propria spiegazione, e crediamo anche che non sia il caso di darla o di cercarla perché la mentalità umana sfugge a qualsiasi chiarimento.

Davvero un romanziere “superiore”? “La miglior vita” di Fulvio Tomizza.
Ho scelto, in questo preciso momento, di presentare due romanzi degli anni settanta. Uno di Saverio Strati (il primo in assoluto, ma non sarà l’ultimo) e il secondo romanzo (secondo inteso solo come scelta, non per importanza, aldi là del fatto che noi scegliamo i titoli non certo o solo per importanza) di Fulvio Tomizza.

Che sorpresa, davvero: “Il selvaggio di Santa Venere” di Saverio Strati.
Il selvaggio di Santa Venere è stato scelto solo e unicamente (e vedremo perché, non c’entra nulla l’importanza dello scrittore coinvolto né tanto meno l’opera) per una complessa e nello stesso tempo affascinante valutazione di un intellettuale che ormai non c’è più: Walter Pedullà.

Un romanzo di fantascienza o cosa? “Il grande ritratto” di Dino Buzzati.
Questo romanzo mi dà modo di precisare un punto sul quale ho disputato a volte e anche con una certa energia. Partirei da una domanda che poi è davvero quella basilare:

Cosa rincorre l’uomo? “E’ tardi Mattia” di Enrico La Stella.
A volte, facendo questo mestiere (una volta lo chiamai servizio, e a cosa servisse mai ho dato una risposta) mi capita di dare interpretazioni diverse da quelle che sono state definite.
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