I Classici

Lo scrittore dell’esilio? “La città di Miriam” di Fulvio Tomizza.
Lo scrittore Giorgio Voghera lo definì lo scrittore dell’esilio. Ma non è soltanto questo il motivo che portò Tomizza ad avere un notevole successo in Italia

Un libro ahimé trascurato: “Era l’anno del sole quieto” di Carlo Bernari.
In uno dei suoi innumerevoli scritti dedicati alla letteratura italiana, Walter Pedullà commette un errore (lo so, è difficile ammetterlo, ma è così, per quanto non si abbia una conoscenza totale delle sue opere):

C’è del vero e del falso ne “La Califfa” di Alberto Bevilacqua.
Devo ammetterlo, Alberto Bevilacqua non mi è mai piaciuto, nonostante non avessi mai letto nulla di lui. I motivi? Francamente mi sfuggono anche se

Un intellettuale “meraviglioso”: “Una storia meravigliosa” di Dino Terra.
In realtà il suo vero nome era Armando Simonetti, ma cambiò il suo cognome nel lontano 1920 quando, non ancora diciassettenne, esordì in campo saggistico-letterario con una sorta di pamphet dal titolo D’Annunzio e il caso Fiume

Un amore finalmente vero: “Un cuore di troppo” di Aldo Busi.
Penso che Un cuore di troppo rappresenti per Busi una sorta di limite. Per carità, attenti alle parole quando si tratta di parlare dello scrittore bresciano

Fallimento di una socializzazione: “Il gelo” di Romano Bilenchi.
Che scrittore è Romano Bilenchi? Una domanda questa che veniva posta da Massimo Onofri in un passo della Storia generale della Letteratura italiana.

L’intellettuale che fa i conti con l’infanzia: “Tragedia dell’infanzia” di Alberto Savinio.
Scriveva tempo fa Walter Pedullà: Alberto Savinio fu scrittore, musicista, pittore, drammaturgo e regista teatrale. Scrisse racconti, poesie, romanzi, saggi, testi teatrali, libri di viaggi, articoli per riviste e giornali,

Uno Strega “mancato”: “La grande sera” di Giuseppe Pontiggia.
La questione è vecchia da quando è nato: ma il premio Strega è attendibile? Meglio ancora, il premio è davvero così importante da offrire al pubblico una scelta “definitiva” delle opere editoriali?

L’arte della semplicità ‘impegnata’: “I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy.
L’uscita, nel 1989 per Adelphi, di questo libro mi procurò dei sommovimenti che solo anni più tardi, anzi abbastanza recentemente, sono riuscito a risolvere.

L’uomo della ‘ministerialità’ (con un appunto): “Un capitano a riposo” di Augusto Frassineti.
Seguo con particolare attenzione, e districandomi, almeno spero, tra quanto i critici del passato (passato relativo) hanno detto, o fantasticato, sui nomi che hanno fatto grande la nostra letteratura, ma confesso che non riesco a uscir fuori da quella tentazione di reductio ad unum a cui spesso i più ascoltati si lasciano andare.
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