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CLASSICI

Alfredo Ronci

La malinconia comica di Cesare Zavattini. L’esordio letterario: “Parliamo tanto di me”.

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A chi un giorno gli chiese come fossero nate quelle storielle tanto divertenti, Zavattini rispose: “Svolgevo le sorprese del pensiero della logica nel mio piccolo ambito, direi, quasi in astratto, più vicino al nonsense che a una forma di osservazione critico-satirica sui fatti. Era un gioco mentale, più geometrico che sociale.
Piuttosto complicato rendere quanto mai comprensibile, (anche se i fatti o le storielle come viene indicato nel periodo precedente, sono abbastanza accessibili al pubblico) il lavoro o l’opera completa di Zavattini. Non soltanto perché il suo intuito e il suo modo d’intendere l’arte erano piuttosto diverse dal resto che lo circondava, ma forse perché c’era in lui una sorta di tangibilità che lo poneva al di sopra e al di fuori del consesso da lui stesso frequentato.
Noi siamo una rivista di letteratura e a questa dobbiamo comunque porci, ma nell’attività umana dell’artista (chiamiamolo così) c’è un che di risoluto che spazia comunque nell’aria. Zavattini fu sceneggiatore? Fu scrittore? Fu poeta? Fu soggettista? Fu un pittore? O forse sarebbe meglio dire che fu un intenso distributore di emozioni?
Parliamo tanto di me, il suo esordio narrativo, uscì nel 1931. Con un piccolo disegnino in apertura che rappresentava il primo funerale della sua carriera pittorica. Già si parlava tanto di lui e al premio Viareggio, dove fu presentato in estate da Massimo Bontempelli (andate a rileggervi, se potete e se lo trovate, l’articolo dello scrittore sull’esordio letterario di Zavattini su la Gazzetta del popolo del 18 novembre 1931) non si faceva altro che disquisire sul suo operato: tutti facevano a gara a tesserne lodi e a leggere pezzetti del libro.
Cosa c’era di tanto originale in questo scritto tanta da agitare le menti, già poco tranquille, dell’intellighenzia italiana, sempre comunque parzialmente compressa da una situazione intellettuale, ma soprattutto politica, del periodo?
Si porta l’esempio della Divina Commedia. Ma attenzione, sembrerebbe stupido metterlo in evidenza, la sua opera è scritta in prosa, non in poesia. E poi c’è la tripartizione dantesca, ma non sembra che ci sia tanta differenza tra le varie posizioni, anche se Zavattini ha una preferenza particolare per il purgatorio … vita in salita ancora per chissà quante centinaia di anni ma con la prospettiva ridente almeno del paradiso terrestre, magari in virtù di una rivoluzione popolare (Walter Pedullà – introduzione).
E a guidare il personaggio principale, in questo mondo onirico, ma nello stesso tempo profondamente reale, non è Virgilio, ma nemmeno Beatrice, ma solo degli spiriti …Fin da bambino mi ero abituato alle visite degli spiriti. (…) Siamo giusti, che cosa fanno di male? Spostano una sedia, fanno scricchiolare i mobili. Aspettano l’oscurità e cominciano i soliti giochi: chi sfoglia un libro, chi soffia nelle tendine delle finestre, chi apre adagio l’armadio. Confesso che talvolta mi diverto a spaventarli. Entro in camera di botto, accendo il lume: allora vedo la sedia sospesa nel vuoto, la pagina del libro alzata.
E poi c’è tutto il resto. Ma i personaggi di Zavattini non sai mai quello che effettivamente fanno. Li puoi mandare all’inferno ma potrebbero non essere colpevoli. Nulla in Zavattini può essere colpevole o il contrario di esso. Niente è buono o cattivo in assoluto, non ti puoi fermare a guardare i fatti solo da una parte, devi correre anche dall’altra parte del crinale.
Il così detto giro del mondo non si realizza attraverso la successione dei canti, come avrebbe fatto Dante, ma tramite la percezione del personaggio principale: Ero in Paradiso. Vi si respirava a pieni polmoni, tutte le cose parevano fatte d’aria. Specchiandomi in una fontana mi accorsi di essere diventato bello. Indossai la camicia nuova che era di seta morbida e rosa, indi mi buttai ai piedi dell’Angelo e confessai la verità.
Ha detto giustamente Pedullà nell’introduzione al testo, che leggendo i romanzi e i testi dei più celebri matti padani, da Malerba a Celati, da Frassineti a Guerra, a Cavazzoni, Zavattini può dire con orgoglio a Cadabra, a Mac Namara (alcuni peccatori del libro) e ad altri immortali narratori orali dell’oltretomba: “Parlano tanto di me”. E in qualunque posto si possa trovare (Paradiso? Inferno? O meglio ancora il Purgatorio) lo scrittore potrebbe sfidare Dio per bontà e generosità e lottare coi poveri per l’eguaglianza degli uomini.
Non male per un libro, per un autore e per una società che dell’eguaglianza faceva merce da mercato (1931).




L’edizione da noi considerata è:

Cesare Zavattini
Parliamo tanto di me
Bompiani



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