I Classici

Il caso Loria: il perché di una semi-conoscenza.
Arturo Loria fu un caso a sé. Nonostante gli interessi di gran parte dell’intellettualità dell’epoca (ricordiamolo, siamo agli inizi degli anni 20) non ebbe mai il successo dovuto, sia perché la sua arte,

Una bella scoperta in fondo allo scaffale: “Un anno di scuola” di Giani Stuparich
Di solito non si ha mai tempo per i libri di seconda fila, restano lì, ci guardano, ci sentiamo un po’ in colpa per il poco rispetto che gli portiamo, ma la vita ci trascina altrove. Invece, nel tempo della tragedia, ci si scopre come Geppetto nella pacia della Balena, con un libro in mano per passare il tempo. Ed ecco che mi capita il bel racconto di Giani (con una N) Stuparich, divertente, allegro, positivo e trascinante, recentemente uscito per Quodlibet.

Uno scrittore ancora da decifrare: “Il prete bello” di Goffredo Parise.
Effettivamente è vero, Goffredo Parise, anno di nascita 1929, è ancora uno scrittore tutto da decifrare, soprattutto col suo libro più fortunato, e se vogliamo dirlo, più accattivante. Il prete bello esce nel 1954.

La religione della Madre: “A.” di Giovanni Mariotti.
Una cosa bisogna dirla, e pure in fretta: si è sempre parlato troppo poco di Giovanni Mariotti, e quel che è stato detto non è stato mai sufficiente per innalzarlo alle vestigia più prestigiose della letteratura natia. Che detto così potrebbe sembrare una bestemmia.

L’intellettuale poco “servito”: Piero Santi e”Il sapore della menta”.
Qualcuno si chiederà: ma chi era Piero Santi? Sembra uno scherzo ma, in alcuni tomi della letteratura italiana, dei soggetto in questione non vi è traccia.

La vita “oscura” di una donna fantasiosa: “Ricordi di una telegrafista” di Nyta Jasmar.
Qualcuno di voi dirà: Nyta Jasmar chi? Ma, tra l’altro, è italiana? Beh, se non fosse stato per il parere fin troppo coinvolgente di Mario Praz che, nel suo lungo saggio dedicato per lo più alla letteratura gotica e liberty Il patto col serpente, ne parla come una vera e propria rivelazione, rimarrebbe di sicuro nella sfera degli sconosciuti se non addirittura degli inesistenti.

Il talento di essere fraintesa: “Teresa” di Neera.
Non vorrei essere di parte anch’io, ma a parte certe cadenze tipiche della letteratura del periodo, si può dire con certezza che Teresa abbia le qualità per essere un gradino sopra il resto dell’umana consorteria.

Il tempo incrostato dell’insegnante: “Il supplente” di Angelo Fiore.
Aveva ragione Geno Pampaloni quando, agli albori degli anni ’80, si permetteva di alludere alla scarsa conoscenza di Angelo Fiore, tanto che, concludendo il suo intervento, nel caso di un abbaglio avrebbe detto, manzonianamente, che, sullo scrittore, non s’è fatto apposta.

L’eterno futurista: “Stefanino” di Aldo Palazzeschi.
All’età di ottantaquattro anni Palazzeschi scriveva, e lo dico senza presunzione o quanto meno imbarazzo, di un mostro che era una vera e propria testa di cazzo.

L’ancor più misterioso Yukio Mishima: La scuola della carne.
Inutile aggiungere altro. Si sono dette tante e troppe cose su Mishima che insistere sul suo affascinante e appunto misterioso comportamento potrebbe infastidire qualche lucido intellettuale.
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