I Classici

Un prodotto del maccartismo: ‘L’occhio nel cielo’ di Philip K. Dick
Oserò fare la recensione a un romanzo di Philip Dick? No, non oserò. Ormai tutto è stato detto e ci si può solo inchinare al maestro. Le icone sacre non si recensiscono. Però una rilettura si può fare anche in chiave diversa, per esempio cercando di ricostruire la genesi del romanzo. È quello che ho fatto dopo aver letto la biografia di Philip Dick scritta da Emmanuel Carrère (e qui recensita). Perché mi è sembrato gustoso l’aspetto aneddotico della faccenda.

Un caso editoriale mai rientrato: 'Il cacciatore ricoperto di campanelli' di Giuseppe Lo Presti.
(...) Non credo che per diventare scrittori si debba indulgere nella frequentazione di scrittori e di ambienti intellettuali, e voglio sottolineare che diffido degli scrittori inclini alla debolezza dello scoutismo, sia pure perché stipendiati apposta da una casa editrice...
Così scriveva Aldo Busi presentando Il cacciatore ricoperto di campanelli di Giuseppe Lo Presti. Un piccolo romanzo uscito alla chetichella per gli Oscar Originals nel 1990 e diventato – forse grazie anche alla prefazione e all'interessamento dello scrittore bresciano – un piccolo caso editoriale.

Da vittima del becero moralismo a falsario vaticano: la storia ‘originale’ di Vittorio Scattolini e del suo autobiografico ‘Il processo di Cesarina’.
In un articolo su ‘La Stampa’ dell’aprile del 1948, Ugo Zatterin (giornalista di lungo corso che i meno giovani ricordano anche in tv come moderatore delle noiosissime ‘Tribune elettorali’ in bianco e nero) lo definiva così: La polizia lo conobbe giovanissimo come istigatore di reato, come austriacante, infine come pornografo.

“L’amore” ai tempi del fascismo.
Forse facciamo una forzatura a indicare un “oggetto” nella letteratura di Ercole Patti. Non perché temi ‘illustri’ ed altisonanti non siano determinanti nella sua arte, ma perché tutto quello che scorre e si presenta al lettore è obnubilato da un senso forte e caratteristico dell’ambiente e dei suoi colori.

La lingua rimpastata di Aldo Palazzeschi: I fratelli Cuccoli.
Sorelle Materassi era, permettetemi di dirlo, un dono di Dio, una bellezza linguistica che trovava un perfetto assemblaggio tra il fare e il contendere. Ma soprattutto era un quadro ossessivo e dinamico prima della tragedia.

Il concreto nichilismo di J. Rodolfo Wilcock: 'La sinagoga degli iconoclasti'.
La prima edizione di quest'opera risale al 1972. E sono principalmente due i motivi per leggerla: era il libro preferito di Roberto Bolaño e ha dato il nome ad una nostra rubrica (e non mi sembra una debole motivazione). Amico di Borges, Ocampo e Bioy Casares ( diceva di loro: Questi tre nomi e queste tre persone furono la costellazione e la trinità dalla cui gravitazione, in special modo, trassi quella leggera tendenza, che si può avvertire nella mia vita e nelle mie opere, a innalzarmi, sia pur modestamente, al di sopra del mio grigio, umano livello originario) Rodolfo Wilcock nel 1957 si trasferisce definitivamente in Italia, a Roma.

Una piccola perla di rara dolcezza: 'Le svedesi' di Silvano Ambrogi.
Chi ha conosciuto Silvano Ambrogi ne ha capitalizzato la verve ironica ed una sveltezza alla battuta più arguta e al vetriolo (una fra tutte: Mafioso: persona che dice di non esistere a persone che dicono di non conoscerlo). Lui è l'autore dei Burosauri, pièce teatrale che prendeva a cazzotti l'immane 'tragedia', quasi sempre italica, dell'ottusa, inutile e pedante burocrazia (la commedia fu ripresa più volte durante i decenni, perdendo sempre qualcosina in più, perché quel male è come certi virus, cambia secondo le stagioni, variando e peggiorando) ed è anche lo scrittore

La letteratura come arte povera: 'I compagni sconosciuti' di Franco Lucentini.
Per correttezza devo ammettere che il titolo non è mio: nel senso che la definizione che la letteratura è un'arte povera, intuizione folgorante e che mette a tacere diatribe funeste sul futuro dell'arte del narrare, è del prefatore dell'edizione da noi considerata: Domenico Scarpa.
Intendendo con ciò l'abilità di raccontare con pochi mezzi, non perché inadeguato l'autore e il suo mestiere, ma perché proprio l'autore attua una sorta di sottrazione perché convinto dell'inutilità dello spreco.

La pigrizia dell'uomo libero: 'Onan' di Francesco Saba Sardi.
Qui si maneggia dinamite, perché l'involucro, una volta aperto, potrebbe esplodervi in mano. O magari l'esatto contrario: ovvero, essendo materia contorta e non facilmente esplicabile, finirebbe con l'essere ignorata. Come disse Ferdinando Giannessi tanti anni fa: Non è escluso che qualche lettore, preso dal capogiro, si fermi dopo venti o trenta pagine.
Romanzo che l'autore di Sesso e Mito stringe nella tenaglia di un linguaggio deflagrante ed inusuale, avanguardistico e gergale.

Tra 'essere poetico' ed 'essere storico': 'Conservatorio di Santa Teresa' di Romano Bilenchi.
Disse Bilenchi anni fa in occasione di un'intervista: Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d'immaginazione. L'importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l'uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prenderne coscienza...
Ad ascoltarsi vivere, in questo romanzo del 1940, è uno dei ragazzini più sensibili, e in qualche modo problematici, della nostra letteratura del Novecento:
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