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CLASSICI

Alessio Parretti

Fuga dalla retorica: "I Piccoli Maestri", di Luigi Meneghello.

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Chissà se Meneghello, scrivendo il suo I Piccoli Maestri, avesse immaginato che suggestioni ne avrebbero tratto certi suoi lettori me compreso, a poco meno di cinquant'anni dalla prima stesura.

Si, perché a leggerli adesso sembrano quasi fantascienza, questi suoi partigiani a far la resistenza in mezzo ai monti, noi che le montagne le abbiamo conosciute sulle funivie e poco più.

Si rischia sincera ammirazione, noi signorine col Google Maps, a sentir raccontare di come se la svignavano il giovane autore e i suoi compagni, su e giù per i boschi anche di notte, a darsela a gambe dai rastrellamenti nazifascisti.

Forse Meneghello non l'ha sospettato, questo nostro gusto nel sentir raccontare cose che forse un po' eccentriche lo erano allora, ma adesso di più. Di certo aveva capito che oltre alle pallottole e al precipitare giù da un dirupo, il rischio a cui correvano incontro lui e i suoi compagni partigiani fosse la retorica.

Ed è con un esplicito proposito civile e culturale, parole sue, che Meneghello ha scritto questo libro. Il dovere era mostrare la Resistenza in chiave anti-retorica e liberare il campo da eroismi posticci, mostrare le contraddizioni di quello che l'autore sembra aver vissuto come un percorso espiativo dai peccati di un intero paese.

I Piccoli Maestri è un libro avvincente e poetico, ricco di una dignità che commuove, soprattutto quando l'autore parla di amici e conoscenti e della fine che hanno fatto, adottando una sobrietà di immagini nella quale il pudore cammina di pari passo con la capacità di linguaggio, e allora poco c'è scritto ma quel che serve si vede, dimostrando quanto la cronaca diventi pornografia, se fa scempio di carne e sangue.

C'è da credere che la propaganda non abbia saputo bene cosa farci, con questo suo I Piccoli Maestri. Meneghello gliel'ha tolto di bocca, quest'osso da mordere, troppo ricco di umani difetti per funzionare, troppo contraddittorio nei dubbi di ragazzi che ciò che erano non l'avevano capito bene neanche loro. Troppi colpi a vuoto e parabelli inceppati, troppa disorganizzazione e fallibilità. Persino le belle contadine che coi partigiani si sdraiavano sul fieno a fare l'amore, nelle canzoni e magari dal vero, Meneghello ce le mostra con gli abiti lezzi e i capelli sudici per il lavoro nei campi, e l'unica volta in cui l'autore ha sentito davvero a rischio la propria vita, in mezzo a tanti rischi nazifascisti, è stato trovarsi solo e disarmato davanti a un cane nero, enorme e minaccioso che lo fissa in mezzo a un campo. Ma non si dubiti, perché se per un momento il grande cane e il piccolo uomo sembrano una metafora politica e storica, un attimo dopo non lo sono più.

Si vede che non gliene importava granché della propaganda, a Luigi Meneghello. Tantomeno voleva avere a che fare con allegorie e favolette, perché nel dopoguerra la lucidità del ricordare sembrava perduta insieme alle vite di tanti suoi compagni, e perciò I Piccoli Maestri andava scritto; per raccontare com'erano andate davvero le cose, e nel frattempo restituire a quegli amici i loro luminosi volti di ragazzi.





L'edizione da noi considerata è:



Luigi Meneghello

I Piccoli Maestri

Rizzoli - BUR - 2009



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