CLASSICI
Alfredo Ronci
Il tocco delicato della conoscenza: “L’invenzione” di Alberto Vigevani.

Il primo sentimento che m’ispirò fu di repulsione, al punto che evitavo di fissarlo, preoccupato che trasparisse. Nemmeno si può dire, semplicemente, che fosse brutto. Anzi, il suo volto assunse per me, col tempo, una bellezza particolare: la bellezza che risulta da una faticosa conquista su di sé, che all’inizio non avevo certo sospettato. In più, la mia repulsione nasceva turbata da una sorta di riverenza – non trovo altra parola – e insieme di vergogna. Vergogna di non essere malato, soprattutto. E di non avere il coraggio di guardarlo in faccia, oltreché, ripeto, di essermi ostinato a fare piani su di lui per soddisfare la mia ambizione. La facile superiorità di godere una salute normale, di possedere genitori, amici, non mi bastava.
Ci vuole molto a pubblicare un piccolo capolavoro?
Ci vuole molto a restituire al lettore la magia di avvenimenti che sembrano distanti nel tempo (poco appropriati) ma che invece costituiscono l’essenza stessa della storia?
Sellerio ha pubblicato questo romanzo a quasi cinquanta anni dalla prima edizione, e lo ha fatto stando dietro ad un autore che già nel corso della sua esistenza aveva ottenuto stima e considerazione dai grandi. Autore che si lasciò amare per una sorta di candore quasi adolescenziale delle vicende, e che qui, ne L’invenzione, trova il rendiconto più realistico e poetico della sua narrativa.
Una storia ambientata negli anni trenta, precisamente nel ’38, ma che, pur presentando personaggi ben inseriti nella questione razziale, non tratta le vicende che l’Italia adottò per compiacere anche le aspettative del regime nazista di Hitler. Una storia che vede protagonisti due giovani ebrei, di cui uno più spigliato ed attivo e l’altro, Leonardo, chiuso tra un’effettiva ritrosia e una malattia che lo costringerà spesso alla costrizione e all’assenza.
Dice colui che racconta: Lo scarso spazio che vi credevo occupato da Leonardo si dilata, indica una zona vuota e in fondo ambigua, che è meglio tenti di colmare andando alla ricerca di me stesso allora.
Ma nello tempo insiste nell’atteggiamento contrario: Eppure, a voler indagare i miei sentimenti, non mi trovavo del tutto a mio agio, con Leonardo. Un che di ruvido mi respingeva ancora, e m’impediva d’abbandonarmi.
In realtà non nasce, tra i due, una vera e propria amicizia, ma la resistenza dell’uno e la vitalità dell’altro sembrano in qualche modo allargare la possibilità di far presa e di essere l’uno la conseguenza dell’altro.
E il punto d’incontro tra i due è l’invenzione, cioè una storia inventata da colui che racconta e che in qualche modo stregherà Leonardo: Belle, una ragazza biondissima e di alto rango. Inseguivo Belle in mezzo al giostrare della primavera: la sua agile figura vi guizzava come una trota d’argento in una pozza.
Ma Belle rimarrà un’epifania mai concretizzata. Ma una debole luce che in qualche modo farà riavvicinare i due ragazzi.
Ma questa storia inventata, questa idea fissa di Belle, che a qualcuno può sembrare anche l’impossibilità stessa del protagonista di avere un rapporto che lo maturi, rimane tale anche nel momento in cui a Leonardo rimane poco da vivere. E nell’attimo in cui il ragazzo sembra non farcela più, l’amico, per non scontentare l’unica cosa che lo ha avvicinato, completa l’inganno.
La grossa testa affossata nel guanciale, col naso tumefatto dall’ombra, la fronte ancora combattiva ma come avulsa, sembrava quella ossuta e ostinata dei piccoli elefanti del corco, costretti ai passi caricaturali d’una cattività che già appartiene alla morte.
Si è detto abbastanza di questo libro che forse, nella sua concretezza editoriale, rappresenta il punto più alto della produzione artistica di Vigevani, e si è detto anche che ricorda in modo evidente altri due romanzi: L’amico ritrovato di Fred Uhlman e Tutto ciò che ho amato di Aharon Appelfeld. Tutto vero.
Ma su questo scriveva Bacchelli: Una storia della quale non si perde e non si dimentica niente.
Di Vigevani noi orchi abbiamo già affrontato un’altra opera, per la precisione Estate al lago, anch’essa storia di una delicatezza e di una emotività che lascia stupiti. Diciamo, senza mentire, che dello scrittore affronteremo anche altro. Ci pare una soluzione da condividere, senz’altri indugi.
Questo romanzo qua è un piccolo capolavoro.
L’edizione da noi considerata è:
Alberto Vigevani
L’invenzione
Vallecchi editore
Ci vuole molto a pubblicare un piccolo capolavoro?
Ci vuole molto a restituire al lettore la magia di avvenimenti che sembrano distanti nel tempo (poco appropriati) ma che invece costituiscono l’essenza stessa della storia?
Sellerio ha pubblicato questo romanzo a quasi cinquanta anni dalla prima edizione, e lo ha fatto stando dietro ad un autore che già nel corso della sua esistenza aveva ottenuto stima e considerazione dai grandi. Autore che si lasciò amare per una sorta di candore quasi adolescenziale delle vicende, e che qui, ne L’invenzione, trova il rendiconto più realistico e poetico della sua narrativa.
Una storia ambientata negli anni trenta, precisamente nel ’38, ma che, pur presentando personaggi ben inseriti nella questione razziale, non tratta le vicende che l’Italia adottò per compiacere anche le aspettative del regime nazista di Hitler. Una storia che vede protagonisti due giovani ebrei, di cui uno più spigliato ed attivo e l’altro, Leonardo, chiuso tra un’effettiva ritrosia e una malattia che lo costringerà spesso alla costrizione e all’assenza.
Dice colui che racconta: Lo scarso spazio che vi credevo occupato da Leonardo si dilata, indica una zona vuota e in fondo ambigua, che è meglio tenti di colmare andando alla ricerca di me stesso allora.
Ma nello tempo insiste nell’atteggiamento contrario: Eppure, a voler indagare i miei sentimenti, non mi trovavo del tutto a mio agio, con Leonardo. Un che di ruvido mi respingeva ancora, e m’impediva d’abbandonarmi.
In realtà non nasce, tra i due, una vera e propria amicizia, ma la resistenza dell’uno e la vitalità dell’altro sembrano in qualche modo allargare la possibilità di far presa e di essere l’uno la conseguenza dell’altro.
E il punto d’incontro tra i due è l’invenzione, cioè una storia inventata da colui che racconta e che in qualche modo stregherà Leonardo: Belle, una ragazza biondissima e di alto rango. Inseguivo Belle in mezzo al giostrare della primavera: la sua agile figura vi guizzava come una trota d’argento in una pozza.
Ma Belle rimarrà un’epifania mai concretizzata. Ma una debole luce che in qualche modo farà riavvicinare i due ragazzi.
Ma questa storia inventata, questa idea fissa di Belle, che a qualcuno può sembrare anche l’impossibilità stessa del protagonista di avere un rapporto che lo maturi, rimane tale anche nel momento in cui a Leonardo rimane poco da vivere. E nell’attimo in cui il ragazzo sembra non farcela più, l’amico, per non scontentare l’unica cosa che lo ha avvicinato, completa l’inganno.
La grossa testa affossata nel guanciale, col naso tumefatto dall’ombra, la fronte ancora combattiva ma come avulsa, sembrava quella ossuta e ostinata dei piccoli elefanti del corco, costretti ai passi caricaturali d’una cattività che già appartiene alla morte.
Si è detto abbastanza di questo libro che forse, nella sua concretezza editoriale, rappresenta il punto più alto della produzione artistica di Vigevani, e si è detto anche che ricorda in modo evidente altri due romanzi: L’amico ritrovato di Fred Uhlman e Tutto ciò che ho amato di Aharon Appelfeld. Tutto vero.
Ma su questo scriveva Bacchelli: Una storia della quale non si perde e non si dimentica niente.
Di Vigevani noi orchi abbiamo già affrontato un’altra opera, per la precisione Estate al lago, anch’essa storia di una delicatezza e di una emotività che lascia stupiti. Diciamo, senza mentire, che dello scrittore affronteremo anche altro. Ci pare una soluzione da condividere, senz’altri indugi.
Questo romanzo qua è un piccolo capolavoro.
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