I Classici

Ma se il giudizio ‘positivo’ non fosse del tutto vero? “La pelle” di Curzio Malaparte.
Perché nel titolo dico questo? Andiamo con ordine. Nel parlare in modo entusiasta del capolavoro di Malaparte, e cioè Kaputt (in questa rubrica, tempo fa), tra le altre cose dicevo

Qual era la verità? “Amori d’Oriente” di Giovanni Comisso.
La questione è proprio questa. Dov’è la verità in questo libro, ammettendo che l’autore ce ne abbia voluta dare una?

Un camminatore deciso: “I ratti d’Europa” di Mario Lunetta.
Fermi tutti, siamo di nuovo in quel luogo. Che chiamo logo ma in realtà è una sorta di accademia della provocazione. Mi riferisco al Gruppo 63 e alle sue teorie sulla letteratura, ma in genere su tutto lo scibile umano.

Le confessioni di un ex-uomo: “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli.
E’ il secondo libro che trattiamo in questa rubrica di Guido Morselli. Il primo fu quello che scrisse tra il 1966 e il 1967 ma che venne alla luce soltanto nel 1974 per le edizioni Adelphi

La nostalgia del lottatore: “Il supplente” di Fabrizio Puccinelli.
Devo dire la verità, quando mi sono accinto a leggere Il supplente di Fabrizio Puccinelli: di lui non sapevo assolutamente nulla, tranne le poche indicazioni che ricavai dalla lettura del libro che lo stesso autore ha scritto insieme a Giovanni Mariotti

Il tocco delicato della conoscenza: “L’invenzione” di Alberto Vigevani.
Il primo sentimento che m’ispirò fu di repulsione, al punto che evitavo di fissarlo, preoccupato che trasparisse. Nemmeno si può dire, semplicemente, che fosse brutto. Anzi, il suo volto assunse per me, col tempo, una bellezza particolare:

Un bel sentire: “La vita involontaria” di Brianna Carafa.
Lo abbiamo detto anche nella presentazione del libro di Laura Di Falco Miracolo d’estate: è mai possibile che in certi anni e in certi ambienti (in questo caso ovviamente editoriali)

Una bella sorpresa: “Miracolo d’estate” di Laura Di Falco.
Montale è stato il mio primo recensore e mi ha sempre mantenuto, fino ad ora, il privilegio della sua amicizia. Palazzeschi per sua bontà diceva che ero una delle sue più serie scrittrici italiane.

Una garbata raccontatrice del Novecento: “Ritratto in piedi” di Gianna Manzini.
Scriveva Giacomo Debenedetti nel suo esemplare Intermezzo su Gianna Manzini: Gianna Manzini è un amalgama di istinto e di consapevolezza talmente straordinario, che persino il suo modo di accaparrarci, pure così accattivante, ci fa più volte temere di essere in difetto.

Ma cosa c’è di tanto strano? “Sillabari” di Goffredo Parise.
Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi.
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