CLASSICI
Alfredo Ronci
Un amico dei reietti e dei disperati: “I vàgeri” di Lorenzo Viani.

La vita è un correre alla morte.
E’ la seconda volta che ci interessiamo a questo scrittore molto particolare e di caratura. Nella prima si diceva: Andiamo sullo scrittore, che conosciamo meglio e che più s'addice all'occasione. Sullo scrittore e sulle 'sue' creature, quelle che amò e sulle quali costruì un universo letterario, ma che era solo specchio della vita: i reietti, i diseredati, gli esclusi, gli emarginati, i disgraziati, i soli e disperati.
Non è facile raccapezzarsi sull'opera narrativa di Viani ma, in questa, un punto solido e in comune v'è: l'amore per il diverso, colui che la società emargina, vuoi per condizioni 'oggettive', vuoi per gli accadimenti incerti del destino.
Ma non si può parlar della solidarietà dell'uomo se non s'accenna alle sue innumerevoli passioni politiche: prima anarchico, poi socialista, poi socialista rivoluzionario, infine fascista. Ma di quest'ultima ne fece, pare, una sorta di paravento per le sue stringenti necessità economiche.
Insomma un irrequieto, fin da bambino, e l'urgenza del vivere lo portò spesso in giro per altri paesi (soprattutto la Francia e Parigi), alla ricerca di un centro di gravità: ma nei pochi momenti di tranquillità dipingeva, illustrava e scriveva, come primiera risorsa.
Poi, noi che in quell’occasione si parlava di Angiò, uomo d’acqua, elencammo anche una serie di romanzi che però non inficiavano affatto il percorso narrativo del Viani. Tra questi, quello che in qualche modo l’ha caratterizzato di più e lo ha fatto diventare una specie di istituzione soprattutto nelle terre toscane: I vàgeri. Che sono i disperati, i perseguitati, gli emarginati quelli cioè, che pure in una terra dedita alla pietà e alla commiserazione, non hanno avuto una condizione di vita diciamo sostenibile. E anche, e soprattutto, gli ubriachi.
Innanzi tutto spieghiamo perché il Viani è diventato una sorta di istituzione, pur se accettato e venerato dall’intelligenza nostrana: perché il suo linguaggio è espressione, voluta ed amata, delle sue origini e della sua terra (per essere ancora più precisi, la zona di Viareggio e dintorni). E certe sue “locuzioni” ce lo inquadrano alla perfezione, tipo: La carne marmata freddava l’acqua e la schiuma non saliva (…) aveva sul viso soltanto il pel gattino (…) gli orecchi che aveva dritti come lepri, gli s’erano abbracchiti (…) Bartolone sagratava Santi, Cristi, e Madonne come un indemoniato (…) Pioveva a bocca barile (…). Non ci vuole molto a decifrare gli appunti. Sono soltanto il più di una condizione che Viani riteneva insostituibile.
Lui stesso, nei suoi scritti, cercò oltre. Qui, nei Vàgeri scrive: A dimostrazione che i miei amici non son tutti della specie degli ubriachi, narrerò la storia di questo speziale e cerusico col quale fui per tanti anni in dimestichezza.
Ma la questione è più forte di tutto. Più avanti, sempre nei Vàgeri, scrive: Una mattina mi capitò in casa il signor Gedeone, vitreo, tremante, pulsante. Gli afferrai le mani convulse. Il signor Gedeone mi si gettò sopra una spalla affranto, poi si rialzò di scatto: - Mi dia un bicchier di vino, signor Viani; - E’ morta la signora Gilda!!
- Sì – e dalla bocca gli colava il vino, e dagli occhi delle lacrime amare.
Dice Marco Marchi nell’introduzione alla antologia che stiamo trattando: Non lasciamoci ingannare. Molti, moltissimi i personaggi che Viani scrittore mette in scena, ma in definitiva – ben al di là dei propositi dell’autore, e ben al di là delle intenzioni di una scelta di testi come questa, dichiaratamente valorizzante di uno specifico tematico – il personaggio di Viani è sempre lo stesso, uno e uno solo: il vagero, protagonista anche quando gli altri recitano la loro parte e lui si muove di sfondo, o è già dietro le quinte, o si è calato (immerso? Tuffato?) nella buca del suggeritore. Lui, il vagero, perfino nel suo suono, vàgero, ha il carisma e l’efficienza degli archetipi infallibili, a cui è difficile sottrarsi.
Insomma, accanto a Angiò, uomo d’acqua, I vàgeri rappresenta, per Viani, la stessa faccia della medaglia, di chi cioè, nonostante gli avvenimenti e le intemperie (ricordiamoci il fascismo). ha saputo regalare alla letteratura italiana un piccolo spazio per i diseredati. E francamente non è poco.
L’edizione da noi considerata è:
Lorenzo Viani
Storie di vàgeri
Vallecchi editore
E’ la seconda volta che ci interessiamo a questo scrittore molto particolare e di caratura. Nella prima si diceva: Andiamo sullo scrittore, che conosciamo meglio e che più s'addice all'occasione. Sullo scrittore e sulle 'sue' creature, quelle che amò e sulle quali costruì un universo letterario, ma che era solo specchio della vita: i reietti, i diseredati, gli esclusi, gli emarginati, i disgraziati, i soli e disperati.
Non è facile raccapezzarsi sull'opera narrativa di Viani ma, in questa, un punto solido e in comune v'è: l'amore per il diverso, colui che la società emargina, vuoi per condizioni 'oggettive', vuoi per gli accadimenti incerti del destino.
Ma non si può parlar della solidarietà dell'uomo se non s'accenna alle sue innumerevoli passioni politiche: prima anarchico, poi socialista, poi socialista rivoluzionario, infine fascista. Ma di quest'ultima ne fece, pare, una sorta di paravento per le sue stringenti necessità economiche.
Insomma un irrequieto, fin da bambino, e l'urgenza del vivere lo portò spesso in giro per altri paesi (soprattutto la Francia e Parigi), alla ricerca di un centro di gravità: ma nei pochi momenti di tranquillità dipingeva, illustrava e scriveva, come primiera risorsa.
Poi, noi che in quell’occasione si parlava di Angiò, uomo d’acqua, elencammo anche una serie di romanzi che però non inficiavano affatto il percorso narrativo del Viani. Tra questi, quello che in qualche modo l’ha caratterizzato di più e lo ha fatto diventare una specie di istituzione soprattutto nelle terre toscane: I vàgeri. Che sono i disperati, i perseguitati, gli emarginati quelli cioè, che pure in una terra dedita alla pietà e alla commiserazione, non hanno avuto una condizione di vita diciamo sostenibile. E anche, e soprattutto, gli ubriachi.
Innanzi tutto spieghiamo perché il Viani è diventato una sorta di istituzione, pur se accettato e venerato dall’intelligenza nostrana: perché il suo linguaggio è espressione, voluta ed amata, delle sue origini e della sua terra (per essere ancora più precisi, la zona di Viareggio e dintorni). E certe sue “locuzioni” ce lo inquadrano alla perfezione, tipo: La carne marmata freddava l’acqua e la schiuma non saliva (…) aveva sul viso soltanto il pel gattino (…) gli orecchi che aveva dritti come lepri, gli s’erano abbracchiti (…) Bartolone sagratava Santi, Cristi, e Madonne come un indemoniato (…) Pioveva a bocca barile (…). Non ci vuole molto a decifrare gli appunti. Sono soltanto il più di una condizione che Viani riteneva insostituibile.
Lui stesso, nei suoi scritti, cercò oltre. Qui, nei Vàgeri scrive: A dimostrazione che i miei amici non son tutti della specie degli ubriachi, narrerò la storia di questo speziale e cerusico col quale fui per tanti anni in dimestichezza.
Ma la questione è più forte di tutto. Più avanti, sempre nei Vàgeri, scrive: Una mattina mi capitò in casa il signor Gedeone, vitreo, tremante, pulsante. Gli afferrai le mani convulse. Il signor Gedeone mi si gettò sopra una spalla affranto, poi si rialzò di scatto: - Mi dia un bicchier di vino, signor Viani; - E’ morta la signora Gilda!!
- Sì – e dalla bocca gli colava il vino, e dagli occhi delle lacrime amare.
Dice Marco Marchi nell’introduzione alla antologia che stiamo trattando: Non lasciamoci ingannare. Molti, moltissimi i personaggi che Viani scrittore mette in scena, ma in definitiva – ben al di là dei propositi dell’autore, e ben al di là delle intenzioni di una scelta di testi come questa, dichiaratamente valorizzante di uno specifico tematico – il personaggio di Viani è sempre lo stesso, uno e uno solo: il vagero, protagonista anche quando gli altri recitano la loro parte e lui si muove di sfondo, o è già dietro le quinte, o si è calato (immerso? Tuffato?) nella buca del suggeritore. Lui, il vagero, perfino nel suo suono, vàgero, ha il carisma e l’efficienza degli archetipi infallibili, a cui è difficile sottrarsi.
Insomma, accanto a Angiò, uomo d’acqua, I vàgeri rappresenta, per Viani, la stessa faccia della medaglia, di chi cioè, nonostante gli avvenimenti e le intemperie (ricordiamoci il fascismo). ha saputo regalare alla letteratura italiana un piccolo spazio per i diseredati. E francamente non è poco.
L’edizione da noi considerata è:
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