I Classici

Riuscito romanzo d’appendice o furbesco strappasoldi: ‘Il cappello del prete’ di Emilio De Marchi.
Cosa diremmo noi, al giorno d’oggi, se un quotidiano di ampia portata decidesse d’invadere le nostre città con cartelloni inerenti ad un magnifico cappello di un prete?

Un verista con singulti d’appendice. “Spasimo” di Federico De Roberto.
Dunque Federico De Roberto, esimio scrittore verista, pur di mettersi in tasca qualche soldo in più (I Viceré, il suo capolavoro, non era stato certo fonte di estremo guadagno) escogita questo piano editoriale pur ammettendo a sé stesso che quel che ne uscirà fuori sarà un romanzo d’appendice, ma che potrà avere il tocco di opera d’arte.

Testo difficile e autocensorio, per questo fondamentale.
Per molti anni si è cercato di capire quali siano stati gli influssi, i modelli del testo d’esordio di Giorgio Manganelli. Il libro, uscito nel 1964, procurò un sano scossone alla intelligenza di palazzo, e ancora oggi se ne sentono i risvolti.

Un libro quasi dimenticato. A torto. “Azorin e Mirò” di Manlio Cancogni.
Strana sorte è toccata a Manlio Cancogni. In quasi tutte le storie o i commenti alla letteratura italiana, tranne brevi connotazioni o richiami, mai lo si è indicato come scrittore serio e appassionato.

Del dire. Una forma sottile del piacere: “La vita intensa” di Massimo Bontempelli.
Nel corso del secolo scorso, in Italia, si è avuta spesso la frenesia di cambiar registro: meno che in politica. Perché se la guerra ha spazzato via un fascismo radicato, nulla abbiamo potuto contro il cinquantennio democristiano e l'ormai ventennio berlusconiano che ne è stata la deriva destrorsa.

Un uomo onesto per un’onesta letteratura: “L’adescamento” di Renzo Rosso.
Breve viaggio nel cuore della Germania risultò alla fine un vero e proprio evento. Per vari motivi, ma uno in particolare sembra favorirci un giudizio che, al di là di tutte le considerazioni, po' davvero risultare incontrovertibile e tutto sommato anche abbastanza banale: l’impressione dell’assoluta negatività della guerra

Un duo snob e gioioso: “L’amante senza fissa dimora” di Fruttero e Lucentini.
Mi sono sempre chiesto il perché dell’amore e della stima letteraria nei confronti di Fruttero e Lucentini. La risposta potrebbe essere semplice (e nello stesso tempo efficace per chi scrive) ma nello stesso modo mi domando se la questione non possa essere ritenuta inadeguata.

Un noir anticipativo ai confini col delirio: “il giocatore invisibile”.
Giuseppe Pontiggia veniva da un precedente libro andato male. Scriveva in proposito: Per me fu una lezione (…), ero convinto di avere scritto un libro che potessero leggerlo in tanti, anche se non un libro “per tutti”,

Un mondo che si autodistrugge: Senso, di Camillo Boito.
Scriveva Camillo Boito a suo fratello Arrigo nel 1861: Se tu mi chiedessi che cosa è questo pesantissimo masso ch’io mi sento legato ai piedi, ond’io batto le ali e mi dimeno senza poter volare, non ti saprei chiaramente rispondere

Solo una semplice donna: “L’Agnese va a morire” DI Renata Viganò.
E’ sulla base di poche informazioni che si basa alla fine il ritratto letterario che la Viganò fa di Agnese, che per uno strano scherzo del destino (e nemmeno tanto, perché gli atti coraggiosi arrivano al di là degli scherzi), uccide un soldato tedesco e da quel momento diventa artefice quasi principale della Resistenza intorno alle Valli di Comacchio.
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