Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina

Il Paradiso degli Orchi
Home » I Classici » Un ottocentesco Casanova in pieno furore anti-romanzo: 'La dura spina' di Renzo Rosso.

Pagina dei contenuti


CLASSICI

Alfredo Ronci

Un ottocentesco Casanova in pieno furore anti-romanzo: 'La dura spina' di Renzo Rosso.

immagine
Si domandava Attilio Bertolucci nell'introduzione: E' ancora possibile scrivere un romanzo? La questione era lecita, perché La dura spina uscì proprio nel 1963, anno problematico per le sorti del nostro panorama letterario. Aggiungeva sempre Bertolucci: ... mi è d'obbligo comunque ricordare che nel non lontano 1963 il romanzo poteva ancora dare una prova di sicura vitalità con 'La dura spina' di Renzo Rosso. Era l'anno, qualcuno se ne ricorderà, che pareva urgessero ai confini i rivoluzionari, i distruttori, i rinnovatori. Ahimé ai confini si sono fermati.

Il poeta sembrerebbe dar per scontato quanto può sopravvivere un'opera classica e quanto, forse, ne esca a pezzi un tentativo di molti di relegare la stessa nel limbo delle cose obsolete e quindi defunte.

In ogni caso La dura spina non sembrò allora una provocazione: è assai più un 'vezzeggiar' il romanzo ottocentesco e di scuola - la lezione sveviana senza la dovuta ironia - e condurlo per sentieri più idonei al presente dello scrittore.

Il nucleo geografico del racconto è la Trieste del 1945: Erano quelli tempi oscuri per la città, un alto medioevo di violenze, che essa affrontava male, perché nonostante i molteplici segni ammonitori non aveva saputo prevederlo nemmeno l'ultimo anno di guerra. Distaccamenti stranieri la presidiavano e un altro esercito che vi era entrato vittorioso stava alle sue porte con ira, per esserne stato espulso in virtù di carte bollate.

Ma i cenni ad una Trieste divisa nel precario assetto geografico dell'immediato dopoguerra paradossalmente finiscono là, anche se aleggia una contrizione che lo scrittore vuole tacere, tanto da far confessare al suo personaggio principale, il pianista Ermanno Cornelis, questo suo apparente distacco: Io ho altro da pensare che alla politica, un musicista deve restarne fuori.

Non possiamo però nascondere che, soprattutto nella prima parte, aleggia un senso di disfacimento etico-politico: siamo alla fine del '45 ed il regime nazista è morto, ma nella memoria e negli occhi dei sopravvissuti, e quindi anche in quelli del protagonista, vi sono ancora i segni dell'immane tragedia (del resto Rosso non è nuovo a questo confronto coi fantasmi più angoscianti: nella sua opera prima Adescamento, nel racconto 'Breve viaggio nel cuore della Germania' vi era la ricerca ed il contatto con la sconvolgente normalità di un ex criminale nazista).

L'uomo però è ossessionato dalle donne, da quelle che ha all'estero (la Eckart a Vienna, temporaneamente tenuta 'in sospeso') e da quelle che ritrova di ritorno a Trieste (l'amica di vecchia data De Berg, Marta, la cameriera dell'albergo dove risiede, e per ultimo colei che lo costringerà a fare i conti col futuro, la sua giovanissima allieva Giuliana Cheremìsi).

Sembra travolto da un turbine di sensi ... quindi l'eccitazione emotiva, il sentirsi nuovo ogni volta, l'innamoramento dice Bertolucci nell'introduzione. Forse di più: nonostante abbia quasi sessant'anni e nonostante abbia il riconoscimento di tutte le donne del suo innegabile fascino, al musicista sembra occorrere, oltre il contatto fisico urgente e necessario, un indizio perché la sua passione per la sua città d'origine e quindi per la propria vita, venga fuori decisa e definitiva... e pensò che era suo pieno diritto riguardare quella città come cosa della sua vita più di qualunque altro posto della terra.

Benché non sia affatto attratto, inizialmente, dalla diciassettenne Giuliana (accetta di farle lezione, su insistenza della famiglia, nonostante avverta un talento modesto) il Cornelis si lascia sedurre da una sorta di richiamo giovanile, dove è l'età, più che la presenza, la chiave di volta del suo innamoramento. Che lo costringe pure ad azioni che lui stesso non riconosce per audacia ed azione degenere, come quando la segue e la spia, poi, di nascosto: Ecco i momenti della vergogna. E' davvero assurdo: perché faccio queste cose? Io! Perché godo nel farle, e l'abiezione mi diverte, quasi?

Ma il suo incedere, d'amore e di sensi meno carnali, sembra davvero essere l'anticamera della morte: quando scoprirà che Giuliana si vuole concedere perché la famiglia la vuole sposata, conoscerà l'abbandono e la decadenza fisica... "Verrai?" e quando disse "si" lei aveva già gli occhi chiusi, per cui egli si chinò a baciarla sentendo assieme all'affanno, alla cadente pelle del corpo, alla vecchiaia e al resto, anche il suo nessun amore.

Dunque in un'atmosfera spesso grigia e plumbea, al racconto di un amore fallito anche per consunzione fisica del protagonista (nel finale si scoprirà che per una malattia non potrà più usare la mano sinistra) vi è il contraltare geografico, l'approdo al capolinea di una città che la si vede contesa e divisa tra alleati, italiani e slavi.

Un romanzo triste ed elegante (anche colto, con tutti quei riferimenti musicali che forse solo un appassionato può cogliere), non spocchioso, che come abbiamo detto all'inizio, rinverdisce la tradizione letteraria classica (pure triestina, perché no?) in un periodo di assalti 'rivoluzionari'.

Lo si legge con incanto immutato.





L'edizione da noi considerata è:



Renzo Rosso

La dura spina

Oscar Mondadori 1981









CERCA

NEWS

RECENSIONI

RACCONTI

SEGUICI SU

facebookyoutube