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CLASSICI

Alfredo Ronci

L'ultimo feuilleton di Elsa Morante: 'Aracoeli'.

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Qualcuno potrebbe obiettare che ossequiare una scrittrice ricordando un suo libro non perfettamente riuscito può sembrare un omaggio irriverente (se fosse ancora in vita Giovanni Raboni sai i fulmini! Lui che inserì Aracoeli tra i cento romanzi più importanti del novecento letterario): in realtà la scissione vera e propria che ha provocato in me la lettura dell'ultimo romanzo della Morante mi porta in definitiva a tentare una sorta di rendiconto finale con la scrittrice e con la sua arte, della quale molti hanno confessato l'amore ed un vero trasporto ed io, nel ruolo di semplice fruitore, un distacco consapevole e per nulla sdegnoso.

Amo altre colleghe: la Ortese, per esempio, gigantessa ormai riconosciuta delle nostre patrie lettere, o la Cialente, sconsideratamente dimenticata, ma la Morante no, non mi va giù, nonostante riconosca la prodigiosa propensione al dettaglio (il finale di Aracoeli è meraviglioso e quasi felliniano, con quella donna obesa e carapace che nella posizione supina e drammatica riesce a ridere e a beffarsi del destino e della guerra ormai finita) e la sua infinita pazienza di cesellatrice.

Non mi si venga a disconoscere l'origine di Aracoeli che sembra un compendio fin troppo svelato dei suoi ultimi anni e dei suoi rapporti con amici e colleghi: la storia di questo quarantenne, omosessuale e triste (capisco certo la situazione dei gay italiani nei decenni passati, ma perché la letteratura nostrana ha sempre mostrato, tranne eccezioni anche rilevanti, un mondo 'diverso' maledetto e disperato, come se l'unica alternativa ad una vita di incompletezza dovesse essere quella del suicido, come carta finale, o dell'autocensura fisica e psicologica?), che va alla ricerca delle tracce di sua madre di origini andaluse, è in realtà un viaggio alla ricerca di un gesto d'amore: Fra i vari, possibili beni, di cui la gente è ghiotta, io, per tutto il mio tempo, domandavo quest'unico: d'essere amato. Ma presto mi fu chiaro ch'io non posso piacere a nessuno, come non piaccio a me stesso; eppure non sapevo rinunciare alla mia ostinata illusione – o pretesa; mentre la mia domanda assillante ormai si legava inesorabilmente, per me, al tema della colpa e della vergogna.

Quest'ultime parole sembrano rubate a pie' pari dai libri di Dario Bellezza e soprattutto da uno L'amore felice (è solo una mera questione di date: 1986 quest'ultimo, 1982 Aracoeli, ma le corrispondenze sono davvero impressionanti), e se qualcuno rifiutasse la 'liaison' solo con l'alibi che i romanzi non son fatti di rimandi, ma di arte originale, ingannerebbe se stesso e soprattutto la letteratura.

Mi spingo oltre: il protagonista di Aracoeli è Dario Bellezza col suo carro di Tespi di tensione e di desideri ferali, di ricerca d'amore e del suo subitaneo allontanamento, del catulliano odi et amo ahinoi sorretto dal tema, appunto, della colpa e della vergogna.

Scrisse la Ortese, molto amica del poeta, a proposito de L'amore felice: La storia felice, quindi, è quella di un odio infelice, mortale, dove la rapina (del povero io e le sue virtù) dell'altro, è sempre tentata; e la caccia all'umiliazione e sottomissione di quest'io (che si rifiuta al presunto dovere di ammirare e donare) prosegue nel buio....

Bene, lo stesso v'è, magicamente in Aracoeli: quando il protagonista, appena tredicenne, scopre i veri motivi della morte della madre, non riesce, pur nell'ansia di voler amare ed essere amato, a perdonarla perché lui stesso testimone, negli ultimi momenti di vita vissuta insieme, di un suo degrado morale che l'aveva portata a cercare altri uomini.

Poi il romanzo diventa altro, l'ossessione della Morante di condividere un vissuto tragicamente segnato dalla guerra (straordinario ancora il momento in cui il tredicenne, scappato dalla casa dei nonni in Piemonte, alla fine del conflitto torna a Roma, alla ricerca del padre, e scopre, come fosse un'epifania surreale, il quartiere 'popolare' di San Lorenzo, devastato dalle bombe) e l'assillo per una rappresentazione drammatica e sofferta della pubertà.

Ma Manuelito, come lo chiama la mamma Aracoeli, non ha contraltare: amato-disamato da piccolo, disaffezionato di sé da grande. E così si descrive: Di statura mediocre, di gambe troppo corte rispetto al busto, il mio aspetto riunisce, mal combinate, la gracilità e la corpulenza . Dal torace, folto di pelame scuro, lo stomaco e il ventre con la loro gonfiezza sedentaria sporgono sulle gambe sottili e pesano sulle parti genitali (gli "attributi della virilità") donde io subito allontano la mia vista umiliata.

E' l'uomo-omosessuale per eccellenza della nostra letteratura (negli anni novanta in Scuola di nudo, Walter Siti si descriverà ancor più tragicamente ridicolo), ma Manuelito nella mestizia e nella disgrazia scopre un sé diverso, quasi una rappresentazione, che in parte lo salva dall'annientamento: io sono sempre stato una fabbrica enorme di sogni.

Dunque... Aracoeli è un romanzo pletorico e diseguale, eccessivo e sfrontato, pesante e infastidente, irritante ed aulico (ma era consapevole la Morante della sua propensione ad un'aggettivazione martellante?), ma tuttavia sorretto da un'arte che in alcune sequenze diventa vera e propria cristalleria (del finale prodigioso ne abbiamo già parlato).

Se vogliamo anche La Storia, straordinario successo editoriale, soffriva di questa eccessiva convulsione: non vorremmo essere dei Freud improvvisati e fasulli, ma il carattere autoritario della Morante era riflesso, a tratti seducente, ma rischioso, della sua arte.

Aracoeli è un romanzo di passioni e di ricerca, di accadimenti strani e di morte: un feuilleton intellettuale, come si disse già a proposito di un altro libro della Morante. Pur sempre feuilleton.





L'edizione da noi considerata è:



Elsa Morante

Aracoeli

Einaudi - 1982





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