RECENSIONI
Han Kang
Non dico addio
Adelphi, Traduzione di Lia Iovenitti, Pag. 263 Euro 20.00
È vero, quando mi fisso con un autore/autrice, non ce n’è per nessun altro. Se è il Nobel per la letteratura che me l’ha fatta conoscere, non sono certo i premi che ha ricevuto la scrittrice sudcoreana ad avermela fatta apprezzare. No. Sono state invece la sua scrittura, lucida e poetica allo stesso tempo, e la forza incredibile che mette e che trasmette con le sue parole.
“Non dico addio” è una storia di donne, tra donne e per le donne. Donne vittime e coraggiose, donne resistenti nonostante i soprusi e tutto quello che hanno dovuto sopportare di vedere. Donne determinate.
Sullo sfondo, la memoria di un evento terribile, uno dei più atroci massacri che la Corea abbia conosciuto: oltre trentamila civili uccisi alla fine degli anni 40, in quello che è stato definito il massacro di Jeju (l’isola di Jeju). Una storia che da noi occidentali è pressoché sconosciuta, nata dal conflitto tra le due Coree e dall’odio verso il regime comunista. Nella forza che l’autrice mette nel rievocare questi eventi, c’è tutta la potenza narrativa di Han Kang, tutta la sua passione. E tutta la sua poetica.
È proprio questo il punto di forza del libro: la potenza della memoria.
In un mondo che purtroppo tende a dimenticare il passato e, addirittura, a ripetere ciclicamente gli errori commessi nel passato, spetta allora agli intellettuali e agli artisti mantenere vivo il ricordo di quello che è successo. Penso a Pasolini (al suo progetto di Petrolio) o a Picasso (il magnifico Guernica) e a tutti quelli che hanno dato voce a chi non ha potuto mai parlare. Han Kang fa questo, leva cioè in alto la sua voce per richiamarci a un’attenzione dimenticata, stordita, sopita.
Le protagoniste del romanzo sono due donne: Gyeong-ha, scrittrice precipitata in un’abulia depressiva che rischia di comprometterne la stabilità, e Inseon, giornalista/fotografa e documentarista. Il legame tra loro sembrerebbe essere solamente di tipo lavorativo (hanno infatti collaborato a vari reportage), ma la fissazione della prima per un sogno che la tormenta e la determinazione della seconda per realizzarne il progetto, le unisce in maniera determinante. Quando poi Inseon, in seguito a un brutto incidente, chiede a Gyeong-ha (la sua è quasi una supplica) di recarsi nella sua casa di Jeju per dare da mangiare e da bere al suo uccellino perché altrimenti morirebbe, la scrittrice s’imbarca in un viaggio allo stremo delle sue possibilità e delle sue forze. Quel viaggio sarà una vera e propria discesa all’inferno: l’inferno della tempesta di neve che dovrà affrontare, ma anche l’inferno della rivisitazione dell’eccidio dell’isola di Jeju che la madre di Inseon aveva vissuto in prima persona e di cui aveva lasciato traccia in scritti e documenti gelosamente conservati.
In “Non dico addio” l’isola di Jeju rappresenta quasi l’immagine stessa del trauma: quello storico, vissuto dai martiri civili, e quello più intimo delle protagoniste.
La scrittura di Han Kang non è mai completamente lineare, così la storia si dipana e oscilla tra lucidità e follia, tra luce e tenebre. Tra realtà e immaginazione. Personalmente non so dire, a lettura ultimata del libro, chi viva e chi muoia, chi resista e vada avanti e chi invece si arrenda e scompaia. Una cosa però posso dirla: il finale.
Il finale mi ha lasciato senza fiato, stremato, quasi come se fossi passato anch’io attraverso una tempesta di neve; come se avessi calpestato anch’io quei luoghi, visto quei volti sfigurati, udito quegli spari. Sentito quelle grida.
Il finale che mi ha lasciato comunque anche con un forte desiderio: quello di non smettere mai di leggere di chi sa parlare al mondo degli orrori del passato e, perché no, di quelli del presente…
di Massimo Grisafi
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