RECENSIONI
Anna Bailey
I nostri ultimi giorni selvaggi
Feltrinelli, Traduzione di Elena Cantoni, Pag. 336 Euro 19.00
Loyal May è tornata a Jacknife per badare alla madre che inizia a perdere colpi. E (forse) è tornata per riappacificarsi con Cutter Labasque, una sua vecchia amica con la quale ha rotto anni prima. Quello con Cutter è un conto in sospeso, che però lei non riesce a saldare perché la ragazza muore. Viene infatti ritrovata cadavere nelle acque limacciose della palude che circonda Jacknife, dove a farla da padrone sono gli alligatori. Suicidio, dice il referto ufficiale: Loyal però non ci crede.
È questa la molla che sta sotto la storia de I nostri ultimi giorni selvaggi, secondo romanzo di Anna Bailey. Varrà la pena dirlo subito, si tratta di una storia che ha una scrittura complessa, a tratti quasi barocca che non permette al lettore distrazione alcuna. Tanti sono i personaggi — forse troppi — che animano le sue pagine e delineano il background di un mondo molto vicino all’universo Maga. Bande di filonazisti, poliziotti che fanno il brutto e il cattivo tempo. A farla da padrone sono le paludi della Louisiana, piene di quegli alligatori che i tre fratelli Labasque cacciano per vendere pelli e carne.
È in questo mondo — che poi era stato il suo nell’adolescenza — che Loyal May torna dopo essere diventata giornalista a Houston. Un mondo animato da credenze magiche e leggende cajiun, come il rugaru, lo spirito della palude pronto ad assalirti di notte e soffocarti con le foglie che marciscono. È proprio qui, nelle paludi, che domina la morte, come ciclo della vita che abbraccia uomini e animali e si posa su Cutter, una ragazza problematica. Loyal cercherà di capire, di fare luce sui segreti di Jacknife e scoprire cosa c’è dietro la sua morte. È questo l’unico modo per liberarsi del senso di colpa che non l’ha mai abbandonata.
Da leggere.
di Marco Minicangeli
È questa la molla che sta sotto la storia de I nostri ultimi giorni selvaggi, secondo romanzo di Anna Bailey. Varrà la pena dirlo subito, si tratta di una storia che ha una scrittura complessa, a tratti quasi barocca che non permette al lettore distrazione alcuna. Tanti sono i personaggi — forse troppi — che animano le sue pagine e delineano il background di un mondo molto vicino all’universo Maga. Bande di filonazisti, poliziotti che fanno il brutto e il cattivo tempo. A farla da padrone sono le paludi della Louisiana, piene di quegli alligatori che i tre fratelli Labasque cacciano per vendere pelli e carne.
È in questo mondo — che poi era stato il suo nell’adolescenza — che Loyal May torna dopo essere diventata giornalista a Houston. Un mondo animato da credenze magiche e leggende cajiun, come il rugaru, lo spirito della palude pronto ad assalirti di notte e soffocarti con le foglie che marciscono. È proprio qui, nelle paludi, che domina la morte, come ciclo della vita che abbraccia uomini e animali e si posa su Cutter, una ragazza problematica. Loyal cercherà di capire, di fare luce sui segreti di Jacknife e scoprire cosa c’è dietro la sua morte. È questo l’unico modo per liberarsi del senso di colpa che non l’ha mai abbandonata.
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