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CLASSICI

Alfredo Ronci

Feuilleton o opera innovativa? Fate voi “L’ultima dea” di Ernesto Ragazzoni.

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Bisogna fare una introduzione necessaria (molto necessaria). L’ultima dea, romanzo attribuito a Ernesto Ragazzoni, in realtà dovrebbe essere imputato anche ad un altro scrittore, di cui, però, nessuno è stato in grado di rivelare la vera identità.
Era d’abitudine, soprattutto tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento (ci limitiamo a questo periodo, ma sicuramente qualcosa di simile è stato fatto anche in tempi meno recenti), finire di scrivere un libro nel momento in cui l’autore era nel frattempo morto. Un caso ‘clamoroso’, in Italia, è quello del libro Memorie di un presbiterio, attribuito sì a Emilio Praga, ma dopo la sua morte fu terminato da Roberto Sacchetti (lasciamo stare, in questa precisa sede, se le intenzioni di Praga furono rispettate oppure no).
Abbiamo parlato dell’Italia ma anche nel resto d’Europa si era di fatto necessario terminare quello che eventi definitivi sembravano escludere: pensiamo a quello che successe a Il mistero di Edwin Drood, romanzo di Charles Dickens, portato alla conclusione da un altro scrittore.
Ma chi era Ernesto Ragazzoni? Preferirei partire dalla fine, cioè da quanto è scritto sull’epigrafe nel cimitero di Piossasco dove è sepolto: D’essere stato vivo non gl’importa.
In realtà gli importava eccome. Sin dalla più giovane età s’interessò alla scrittura, pubblicando i suoi primi racconti, nel 1891, su Il Cittadino novarese, e una raccolta di poesie Ombra, che ha persino due edizioni. A questo si aggiunga la sua carriera lavorativa divisa tra l’essere bancario o, quando si trasferisce a Torino, essere impiegato nell’ufficio di spedizioni di Porta Nuova a compilare bollette ferroviarie.
Ma il suo interesse principale era la cultura e in poco tempo in Ragazzoni si sviluppò un vero e proprio interesse per l’occultismo e per un’idea anarchica dell’eguaglianza tra gli uomini in un mondo privo di barriere nazionali.
E tutto questo si riversò su L’ultima dea, o meglio, sulla prima parte del romanzo perché come abbiamo detto, la seconda parte fu scritta da un altro scrittore che, approfittando delle contestazioni che gli editori facevano a Ragazzoni, indirizzò il tutto verso significative adesioni appendiciste.
Adesioni appendiciste che Ragazzoni aveva già ampiamente criticato in un articolo che scrisse su Il cittadino novarese: La mania di scrivere minaccia di prendere in Italia le proporzioni di un male epidemico. Gli autori nascono all’improvviso come funghi, parlo degli autori incompresi (…) Appendicisti!
Ma di cosa parla L’Ultima dea? Per farla molto breve in pratica il romanzo ha come protagonista principale il conte Orazio Yorghi Pescara, che abita in un castello sull’Appennino e della giovane Maria, considerata da questi sua figlia ma che in realtà si disconoscono le origini… Il conte Orazio incominciò a prendersi cura della bimba. In principio lo fece per distrarsi, ma dopo un anno la dolce poesia dell’infanzia lo aveva penetrato tutto, e Maria dopo il suo mondo di sogni era diventato l’altro suo mondo: e così egli divideva la sua vita tra un fantasma e una bambola.
A contrastare il tranquillo procedere della vita si fa avanti un certo Polycroniade  (che significa ‘di molte epoche’) … Polycroniade, l’abbiamo già detto, era una di quelle coscienze che non si lasciano leggere, era l’uomo di tutti i tempi e di tutti i paesi; il suo aspetto era quello dell’Ebreo Errante, la sua anima era quella dell’universo: informe ed enorme.
Uomo di origini indiane che presto si capirà, avanzerà pretese ben definite nei confronti della giovane Maria, che nel frattempo si è innamorata di un altro uomo.
Diciamolo subito: la seconda parte del romanzo tralascerà sia la provocazione del Ragazzoni che implicitamente metteva in discussione i romanzi a puntate, sia tutta una serie di agganci culturali (lo abbiamo detto in precedenza, l’occultismo, l’anarchia, ma anche riferimenti letterari a Poe, a William Blake, poeta londinese e, per certi versi della trama, a Salgari) per trasportare L’Ultima dea verso risultati chiaramente appendicisti più consoni alle esigenze dei tempi.
Anche un lettore meno pratico saprà distinguere, senza grossi intendimenti, le differenze tra la prima e la seconda parte del romanzo.



L’edizione da noi considerata è:

Ernesto Ragazzoni
L’Ultima dea
Interlinea edizioni



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