ATTUALITA'
Eleonora del Poggio
Il Poliziesco: “Pietr il lettone” di Georges Simenon (13)

Il commissario Maigret, della 1° Squadra Mobile, alzò la testa ed ebbe l’impressione che il brontolio della stufa di ghisa posta al centro dell’ufficio e collegata al soffitto da un grosso tubo nero si stesse affievolendo. Spinse da parte il telegramma, si alzò pesantemente, regolò la valvola e gettò tre palate di carbone nel focolare.
La prima avventura del commissario Maigret, dell’anno 1931, inizia proprio così, con la descrizione, abbastanza familiare e urbana, di quello che poi sarebbe diventato, nel corso degli anni, e anche grazie al seguito letterario che ebbe Simenon non solo in Francia ma praticamente il tutto il mondo, uno degli indagatori più seguiti, e nel corso del tempo, più imitati della storia del poliziesco internazionale.
Oddio, per capire come operasse e come fosse controllata l’attività indagatrice di Maigret, Simenon, ancora più avanti nel romanzo Pietr il lettone, dice: Maigret non possedeva auto, né milioni, né una schiera di collaboratori. E se si permetteva di disporre di uno o due agenti doveva poi mostrarne l’utilità.
Dunque un commissario ben legato ai tempi in cui viveva e soprattutto legato ai vincoli della sua professione. Ma perché, in definitiva, Maigret piacque tanto ai lettori di tutto il mondo? Noi italiani potremmo rispondere… perché nessuno degli spettatori del mondo intero poteva vantare, televisivamente, un attore come Gino Cervi, che tra l’altro, pare, era anche l’attore di Maigret preferito dallo stesso Simenon.
Ovviamente stiamo scherzando, diciamo piuttosto che la fama internazionale del commissario Maigret, al di là poi dei requisiti essenziali della professione indagatrice in quei tempi fosse totalmente diversa (penso alla presenza in campo di Agatha Christie, di John Dickson Carr, di Freeman Wills Croft, di Ellery Queen, di Austin Freeman che basavano quasi tutti sull’importanza del dettaglio materiale) fosse quell’aura di cittadino come ne esistono a milioni e soprattutto del dettaglio umano e psicologico diverso da quello, appunto, dei suoi colleghi.
Negli anni trenta ci fu una vera svolta autonoma del romanzo francese: vengono pubblicate alcune opere destinate a lanciare alcuni autori di talento, come Pierre Very, Claude Aveline, Pierre Boileau (poi in seguito accoppiatosi con Narcejac e noi orchi lo abbiamo già visto) che pur non distanziandosi effettivamente dalle regole formulate da Van Dine, molto meccaniche a dirla in parole povere, si distanziavano per avvicinarsi di più al romanzo puro, per la cura con cui gli autori dedicavano all’aspetto letterario vero e proprio e soprattutto all’impegno che dimostravano nel dar vita piena, fisicamente e assai di più psicologicamente, a tutti i protagonisti della vicenda, compresa la vittima.
E in tutto questo Maigret fu uno straordinario commissario e Simenon uno straordinario scrittore.
Perché, dirà qualcuno, dei 75 romanzi e 28 racconti dedicati a Maigret, abbiamo scelto proprio Pietr il lettone?
La risposta è molto semplice: perché, come abbiamo già detto, il romanzo è il primo della serie (e secondo noi questo è importate) e soprattutto perché, al di là di certe ambientazioni francesi, Simenon si è fatto aiutare, in questo primo romanzo, da certe soluzioni investigative che, non abbiamo difficoltà ad ammetterlo, richiamano certi schemi già utilizzati (primo fra tutti, la persona che ha un doppio, cioè un fratello gemello).
Comunque poi Simenon assumerà una posizione tutta sua, e questo, al di là di tutto, anzi, più di tutti, favorirà la sua presenza costante nel panorama delittuoso internazionale.
La prima avventura del commissario Maigret, dell’anno 1931, inizia proprio così, con la descrizione, abbastanza familiare e urbana, di quello che poi sarebbe diventato, nel corso degli anni, e anche grazie al seguito letterario che ebbe Simenon non solo in Francia ma praticamente il tutto il mondo, uno degli indagatori più seguiti, e nel corso del tempo, più imitati della storia del poliziesco internazionale.
Oddio, per capire come operasse e come fosse controllata l’attività indagatrice di Maigret, Simenon, ancora più avanti nel romanzo Pietr il lettone, dice: Maigret non possedeva auto, né milioni, né una schiera di collaboratori. E se si permetteva di disporre di uno o due agenti doveva poi mostrarne l’utilità.
Dunque un commissario ben legato ai tempi in cui viveva e soprattutto legato ai vincoli della sua professione. Ma perché, in definitiva, Maigret piacque tanto ai lettori di tutto il mondo? Noi italiani potremmo rispondere… perché nessuno degli spettatori del mondo intero poteva vantare, televisivamente, un attore come Gino Cervi, che tra l’altro, pare, era anche l’attore di Maigret preferito dallo stesso Simenon.
Ovviamente stiamo scherzando, diciamo piuttosto che la fama internazionale del commissario Maigret, al di là poi dei requisiti essenziali della professione indagatrice in quei tempi fosse totalmente diversa (penso alla presenza in campo di Agatha Christie, di John Dickson Carr, di Freeman Wills Croft, di Ellery Queen, di Austin Freeman che basavano quasi tutti sull’importanza del dettaglio materiale) fosse quell’aura di cittadino come ne esistono a milioni e soprattutto del dettaglio umano e psicologico diverso da quello, appunto, dei suoi colleghi.
Negli anni trenta ci fu una vera svolta autonoma del romanzo francese: vengono pubblicate alcune opere destinate a lanciare alcuni autori di talento, come Pierre Very, Claude Aveline, Pierre Boileau (poi in seguito accoppiatosi con Narcejac e noi orchi lo abbiamo già visto) che pur non distanziandosi effettivamente dalle regole formulate da Van Dine, molto meccaniche a dirla in parole povere, si distanziavano per avvicinarsi di più al romanzo puro, per la cura con cui gli autori dedicavano all’aspetto letterario vero e proprio e soprattutto all’impegno che dimostravano nel dar vita piena, fisicamente e assai di più psicologicamente, a tutti i protagonisti della vicenda, compresa la vittima.
E in tutto questo Maigret fu uno straordinario commissario e Simenon uno straordinario scrittore.
Perché, dirà qualcuno, dei 75 romanzi e 28 racconti dedicati a Maigret, abbiamo scelto proprio Pietr il lettone?
La risposta è molto semplice: perché, come abbiamo già detto, il romanzo è il primo della serie (e secondo noi questo è importate) e soprattutto perché, al di là di certe ambientazioni francesi, Simenon si è fatto aiutare, in questo primo romanzo, da certe soluzioni investigative che, non abbiamo difficoltà ad ammetterlo, richiamano certi schemi già utilizzati (primo fra tutti, la persona che ha un doppio, cioè un fratello gemello).
Comunque poi Simenon assumerà una posizione tutta sua, e questo, al di là di tutto, anzi, più di tutti, favorirà la sua presenza costante nel panorama delittuoso internazionale.
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