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CLASSICI

Alfredo Ronci

Un piccolo universo: “Le lune di Hvar” di Lalla Romano.

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Per me la veridicità è un aspetto della verità (poetica). Semplicemente, la veridicità non mi fa paura.so che in un senso più profondo è anch’essa illusoria. Ma per me è eccitante. Ed è quasi sacra: non posso violarla.
Queste sono le parole che Lalla Romano scriveva alla prefazione all’edizione 1989 delle Parole tra noi leggere, libro che segnava la sensibilità quasi indiscreta dell’autrice avvertendo una competenza della stessa a raccontar vita, a raccontare segni di una vitalità contagiosa (soprattutto il rapporto vivo e conflittuale col figlio).
Qui siamo in un'altra dimensione. Chi scrive ha avvertito inizialmente un vuoto quasi geografico, forse perché la storia (ma davvero è questa oppure è soltanto una serie di appunti che si rifanno ad una storia?) è ambientata (il libro uscì nel 1991) in Jugoslavia. Sì la vecchia Jugoslavia, che pochi anni dopo sarà ‘emotivamente’ sbranata da una guerra tutt’ora incomprensibile.
Come disse Montale che recensendo Maria (romanzo della Romano del 1953) disse che il romanzo era la poesia dei petits riens intendendo con ciò una vicenda fatta di dettagli minuscoli, ma preziosi e di sfumature quasi impercettibili, così Le lune di Hvar soffre (credetemi, il verbo non è esagerato anche se la storia vibra di giovanili considerazioni) di una frammentarietà che poi lentamente si trasforma e si ricompatta.
Narra la vicenda di un amico della Romano (momentaneamente solo, ‘lontano’ dalla moglie) che decide di passare un po’ di tempo con la scrittrice nelle terre di Jugoslavia. In un posto un po’ particolare … L’albergo nel suo squallore è familiare, perché “fascista”.
Ma qual è il rapporto tra i due? Sarebbe sbagliato e oltretutto fuori da ogni considerazione cercare di individuarne una causa o un motivo. Non c’è, un po’ per la diversa età tra i due (non viene detta ma ci si rende conto che copre un po’ di decine di anni) e un po' perché certe attente valutazioni allontanano ogni eventuale relazione.
Dice Antonio: Non posso identificarti con mia madre. L’ho vista solo giovane, è morta alla mia età di adesso. Solo con mia nonna, anche se tu non potresti esserlo.
Oppure… al caffè, a Hvar, il cavaliere mi indica: - La mamma? – A: - Sì -. Cameriere contento.
Nella seconda di copertina la Romano dice: Per curiosità, ricopiai a macchina quei frammenti: pigramente, a tempo perso. Quando poi li lessi, rivelarono una sorprendente unità. Avevano creato un ritmo, un racconto. Io detesto dire troppo: ma quello che è rigorosamente vero: voglio dire limpido, non logico. Le parole devono essere poche, tra spazi e silenzi: così vivono.
Il lettore può intravedere una storia (immaginaria), e magari trovarla commovente: come fosse reale.
Tutto vero: in questo stile che è assolutamente improvvisato, si riprendono temi, che noi lettori credevamo importanti, che non lo erano, ma ritornano comunque: Io: - Mi domando perché stiamo bene insieme. A: - Perché ci somigliamo. - No, io amo il primo mattino, tu il mezzogiorno, che a me fa paura. – Entrambi vogliamo ‘assoluto. – A me piacciono i vecchi asciutti, tu sei giovane e umido (sudato).
E tra considerazioni tristi e invece ironiche (cos’è quella mania della scrittrice di “annotare” la patta degli uomini in costume da bagno?), ed haiku partoriti quasi per sbaglio (Il mare è tornato blu, le vele come spine bianche, sottili… Mattina solitaria, silenzio. (Pensavo: devo amare di più A…. A parlare, fino alle due; la luna entra attraverso le tendine, sempre più rossa, ma dolce, amica… le madri col seno pendulo al vento), arriva il pensiero finale, onnicomprensivo (per tutti) … viene un tempo che l’amore si fa soltanto in sogno.
Non sostituibile.




L’edizione da noi considerata è:

Lalla romano
Le lune di Hvar
Einaudi




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