ATTUALITA'
Eleonora del Poggio
Il poliziesco: “L’angelo nero” di Cornell Woolrich (10)

Secondo una leggenda alquanto banale, ad avviare alla carriera di romanziere Cornell Woolrich (1903-1968), giovane studente della Columbia University, sarebbe stata una malattia, anzi un incidente. Costretto a una prolungata immobilità per un’infezione a un piede, Woolrich avrebbe “ammazzato il tempo” abbozzando la trama del suo primo romanzo, Cover Charge (che non era un giallo, ma un normale romanzo). Ma chi conosce la sua opera narrativa sa benissimo che Woolrich sarebbe diventato comunque uno scrittore e che “qualunque binario avesse scelto”, sarebbe riuscito a creare qualcosa di assolutamente nuovo e personale ed originale. Cornell Woolrich è infatti considerato l’inventore del cosiddetto novel of suspense, una delle categorie più importanti del genere giallo moderno.
Siamo lontani dagli investigatori che risolvono tutto e si ergono al centro di una moltitudine di esseri alle prese con la lotta alla sopravvivenza (chi è davvero il colpevole?). Spesso e volentieri sono gente comune che alle prese con il delitto e che si da da fare in modo anche convulso per tentare di risolvere il mistero.
La domanda sorge spontanea (come sempre): perché delle opere di Cornell Woolrich abbiamo scelto L’angelo nero? Il romanzo fa parte di una serie dedicata al nero di quattro storie di cui questo è l’ultimo e che presenta una novità assoluta: l’io narrante è una donna il cui marito è stato condannato a morte per un delitto che non ha commesso. Ma l’ambientazione non è diversa però dagli altri gialli di Woolrich: una New York piena di tensione, nera e spesso inaffrontabile.
A questo punto facciamo un gioco (lo è per davvero), precisando però una cosa: si è sempre detto che Woolrich fosse omosessuale e che vivendo da solo con la madre, Claire Attalie, non riuscisse ad essere totalmente indipendente. Questo atteggiamento gli procurava tormenti profondi e cadeva spesso in depressione.
Nel 1943 decide di scrivere L’angelo nero (Mi chiamava sempre “Faccia d’Angelo”. Così mi chiamava quando eravamo soli. Era una cosa speciale, da lui per me.) E il punto cruciale della storia è quello in cui, la moglie che deve scoprire l’innocenza del marito, per una serie di circostanze e di avvenimenti, decide d’incontrare quattro uomini che, in un modo o nell’altro, erano in qualche modo presenti (chi più chi meno) nel periodo in cui veniva messo in pratica il delitto per cui il marito si trovava in prigione.
Avete capito il gioco? Woolrich per un attimo diventa una donna, l’io narrante, per dimostrarci la cattiveria e l’odio di questi quattro uomini di fronte al misfatto, cioè una sorta di compensazione alla vita stessa dello scrittore.
Sembrerebbe tutto ok, ma il gioco riesce fino ad un certo punto, perché la donna, attraverso mirabolanti imprese, alla fine è molto attratta dall’uomo numero tre. Dunque come la mettiamo?
Nello scherzo che abbiamo combinato c’è comunque una realtà: le storie di delitti di Woolrich, pur giungendo alla conclusione della scoperta dell’assassino, non esorcizzano i fantasmi. La suspence non finisce con la dissoluzione dell’incubo, perché per lo scrittore il mondo è tutto un incubo, è dominato da forze che vogliono la distruzione dell’uomo, forze contro le quali è inutili combattere.
Capito dove siamo andati a parare con Cornell Woolrich?
Siamo lontani dagli investigatori che risolvono tutto e si ergono al centro di una moltitudine di esseri alle prese con la lotta alla sopravvivenza (chi è davvero il colpevole?). Spesso e volentieri sono gente comune che alle prese con il delitto e che si da da fare in modo anche convulso per tentare di risolvere il mistero.
La domanda sorge spontanea (come sempre): perché delle opere di Cornell Woolrich abbiamo scelto L’angelo nero? Il romanzo fa parte di una serie dedicata al nero di quattro storie di cui questo è l’ultimo e che presenta una novità assoluta: l’io narrante è una donna il cui marito è stato condannato a morte per un delitto che non ha commesso. Ma l’ambientazione non è diversa però dagli altri gialli di Woolrich: una New York piena di tensione, nera e spesso inaffrontabile.
A questo punto facciamo un gioco (lo è per davvero), precisando però una cosa: si è sempre detto che Woolrich fosse omosessuale e che vivendo da solo con la madre, Claire Attalie, non riuscisse ad essere totalmente indipendente. Questo atteggiamento gli procurava tormenti profondi e cadeva spesso in depressione.
Nel 1943 decide di scrivere L’angelo nero (Mi chiamava sempre “Faccia d’Angelo”. Così mi chiamava quando eravamo soli. Era una cosa speciale, da lui per me.) E il punto cruciale della storia è quello in cui, la moglie che deve scoprire l’innocenza del marito, per una serie di circostanze e di avvenimenti, decide d’incontrare quattro uomini che, in un modo o nell’altro, erano in qualche modo presenti (chi più chi meno) nel periodo in cui veniva messo in pratica il delitto per cui il marito si trovava in prigione.
Avete capito il gioco? Woolrich per un attimo diventa una donna, l’io narrante, per dimostrarci la cattiveria e l’odio di questi quattro uomini di fronte al misfatto, cioè una sorta di compensazione alla vita stessa dello scrittore.
Sembrerebbe tutto ok, ma il gioco riesce fino ad un certo punto, perché la donna, attraverso mirabolanti imprese, alla fine è molto attratta dall’uomo numero tre. Dunque come la mettiamo?
Nello scherzo che abbiamo combinato c’è comunque una realtà: le storie di delitti di Woolrich, pur giungendo alla conclusione della scoperta dell’assassino, non esorcizzano i fantasmi. La suspence non finisce con la dissoluzione dell’incubo, perché per lo scrittore il mondo è tutto un incubo, è dominato da forze che vogliono la distruzione dell’uomo, forze contro le quali è inutili combattere.
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