I Classici

Negli anni nulla è cambiato: “La volpe e le camelie” di Ignazio Silone.
Torna, in questa rubrica, Ignazio Silone. I motivi sono molteplici, ma mi piace spiegare lo scrittore abruzzese con un concetto che già abbiamo incontrato in altre circostanze e che, nel bene e nel male, abbiamo cercato, in tutti modi e maniere, di risolverlo.

La maturità letteraria de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia.
Non è facile parlare di Leonardo Sciascia, nemmeno quando sono passati quasi quarant’anni dalla sua morte.

Il bello e il brutto della giovinezza: “Miramare” di Nico Orengo.
Leggendo questo libro alla fine ci si chiede: ma perché non piacque a Calvino e non lo pubblicò?

Un esordio potente e silente: “Non ora, non qui” di Erri De Luca.
Questo è il tempo in cui in televisione si fa casino. Uno sproloquiare di insulti e di maldicenze. Curioso che in questo bailamme ogni tanto c’è qualcuno che dica qualcosa di giusto e non fazioso senza prendersela con qualcuno o con qualcosa.

Lo “psicologo” altamente letterato: “Centuria” di Giorgio Manganelli.
Cos’è allora Centuria? Rifacendosi a passati letterari fondamentali, possiamo anche azzardare l’ipotesi che il Manganelli si sia ispirato, chissà, alle Centurie astrologiche di Michel de Notre-Dame (Nostradamus)

Stavolta mi espongo: “Angelo” di Dario Bellezza.
L’ho scrissi già in occasione dell’esame di un altro romanzo di Bellezza L’amore felice. Lui non mi è mai piaciuto, non mi sono mai piaciuti i suoi atteggiamenti vittimistici che spesso assumeva durante le sue peregrinazioni televisive

Ma chi era esattamente costui?: “Giochi da ragazzi” di Bino Sanminiatelli.
Questa la devo proprio raccontare. Qualche anno fa, un collaboratore della rivista (in realtà un ottimo e soddisfacente aiuto nella direzione della stessa), parlando della nuova rubrica letteraria che avevamo intenzione di portare avanti (“I classici” appunto)

Sembra sempre la stessa attesa: “Barnabo delle montagne” di Dino Buzzati.
Buzzati non è mai stato un nome che si definisse correttamente. Voglio dire: un Leopardi sì, un Manzoni sì, un Moravia ancora meglio, per non parlare di Pavese o di Fenoglio. Ma Buzzati no. Ma soprattutto perché?

Sono state dette troppe cose: “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Sarò una persona un po’ strana (letterariamente un po’ strana) ma riguardo al capolavoro di Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo appunto, vorrei iniziare il mio contributo con un cenno che, per carità lo dico giusto per dire, non credo sia mai stato affrontato da altri recensori (o critici). Cenno che però riguarda sempre motivi letterari.

Un onesto raccontatore di tragedie: “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani.
Dicevamo a suo tempo (il tempo di ricordare Il giardino dei Finzi Contini): perché mai, pur affrontando situazioni ed argomenti così delicati, il Bassani fu accusato di trascinare la letteratura italiana verso sponde culturalmente di grido?
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