RECENSIONI
Carola Susani
Eravamo bambini abbastanza
Minimum fax, Pag. 210 Euro 13,50
Ninna o ninna o questo pupo a chi lo do, lo daremo all'uomo nero che lo tiene un anno intero, lo daremo alla befana che lo tiene una settimana, lo daremo al buon Gesù che...
Miracoli della memoria. Come ai tempi delle medie, quando s'affacciavano le prime idee di un'Europa unita (chi c'avrebbe mai pensato allo spread!) e i professori ci costringevano, in un'ora strappata al regolare percorso didattico, a pensare qualcosa di originale, possibilmente un disegno e trasferirlo su un foglio. Il 95% dei parti artistici (autistici?) erano dei caroselli di bimbi di varie nazioni, che si tenevano per mano, e che cantavano tutti insieme qualche canzoncina assurda.
Ricordo il mio caro professore di matematica, reduce dalla seconda guerra mondiale – lui sì che ne aveva viste! – che all'ennesimo cerchio di umanissima (per noi bimbi e scolari) confraternita sbuffò con un accento per nulla romano: l'è una porcata!
Chi poteva contraddirlo?
La Susani non è il mio vecchio professore di matematica – lo incontrai anni dopo, quando già facevo il liceo, mi sorrise per strada, mi avvicinò, mi accarezzò la testa, mi disse se me la cavavo, e alla mia ammissione su qualche problema col latino e greco, mi rincuorò e mi disse che ero un bravo ragazzino e che ce l'avrei fatta sicuramente – e di fronte ad un disegno a cerchio di festanti pischelli che si tengono per mano avrebbe sì sorriso, ma nello stesso tempo avrebbe pensato a cosa sarebbe successo se qualcuno di questi fosse stato aggredito alle spalle.
Sono adulto abbastanza per non comprendere appieno Eravamo bambini abbastanza: non capisco lo stile – mi si perdoni: ma non lo avevo capito manco col Giovane Holden – non capisco perché lo si definisca romanzo di formazione, non capisco perché possa definirsi parabola nera sull'esistenza.
Ho letto un libro di un personaggio chiamato Raptor che rapisce bambini di varia nazionalità (capito il riferimento al cerchio in cui i bimbi si tengono per mano? Geniale no?) e che poi fa la fine che ci si aspetta dopo che ha rapinato un neonato vicino San Pietro. Ho letto un libro in cui i bambini rapiti confessano non all'orco, ma ai coetani, i loro problemi, le loro origini difficili, i loro sogni e le loro più urgenti necessità.
Un giorno il mio professore di matematica portò in classe una polaroid perché voleva spiegarci il suo funzionamento. E poi chiamò alcuni di noi per fare qualche scatto: io immortalai una compagna di banco che teneva languidamente il palmo della mano sulla guancia.
Un fermo immagine piatto, sia perché la Polaroid era quello che era, sia perché non avevo ancora capito che la realtà non va raccontata soltanto, ma interpretata. Se avessi fotografato lo spazio vuoto tra la mia compagna di classe e la vicina di banco, avrei fatto ridere sicuramente l'intero consesso, ma io avrei capito che forse è da una cosa trascurabile che nasce il nuovo, non dal risaputo.
di Franco del Rio
Miracoli della memoria. Come ai tempi delle medie, quando s'affacciavano le prime idee di un'Europa unita (chi c'avrebbe mai pensato allo spread!) e i professori ci costringevano, in un'ora strappata al regolare percorso didattico, a pensare qualcosa di originale, possibilmente un disegno e trasferirlo su un foglio. Il 95% dei parti artistici (autistici?) erano dei caroselli di bimbi di varie nazioni, che si tenevano per mano, e che cantavano tutti insieme qualche canzoncina assurda.
Ricordo il mio caro professore di matematica, reduce dalla seconda guerra mondiale – lui sì che ne aveva viste! – che all'ennesimo cerchio di umanissima (per noi bimbi e scolari) confraternita sbuffò con un accento per nulla romano: l'è una porcata!
Chi poteva contraddirlo?
La Susani non è il mio vecchio professore di matematica – lo incontrai anni dopo, quando già facevo il liceo, mi sorrise per strada, mi avvicinò, mi accarezzò la testa, mi disse se me la cavavo, e alla mia ammissione su qualche problema col latino e greco, mi rincuorò e mi disse che ero un bravo ragazzino e che ce l'avrei fatta sicuramente – e di fronte ad un disegno a cerchio di festanti pischelli che si tengono per mano avrebbe sì sorriso, ma nello stesso tempo avrebbe pensato a cosa sarebbe successo se qualcuno di questi fosse stato aggredito alle spalle.
Sono adulto abbastanza per non comprendere appieno Eravamo bambini abbastanza: non capisco lo stile – mi si perdoni: ma non lo avevo capito manco col Giovane Holden – non capisco perché lo si definisca romanzo di formazione, non capisco perché possa definirsi parabola nera sull'esistenza.
Ho letto un libro di un personaggio chiamato Raptor che rapisce bambini di varia nazionalità (capito il riferimento al cerchio in cui i bimbi si tengono per mano? Geniale no?) e che poi fa la fine che ci si aspetta dopo che ha rapinato un neonato vicino San Pietro. Ho letto un libro in cui i bambini rapiti confessano non all'orco, ma ai coetani, i loro problemi, le loro origini difficili, i loro sogni e le loro più urgenti necessità.
Un giorno il mio professore di matematica portò in classe una polaroid perché voleva spiegarci il suo funzionamento. E poi chiamò alcuni di noi per fare qualche scatto: io immortalai una compagna di banco che teneva languidamente il palmo della mano sulla guancia.
Un fermo immagine piatto, sia perché la Polaroid era quello che era, sia perché non avevo ancora capito che la realtà non va raccontata soltanto, ma interpretata. Se avessi fotografato lo spazio vuoto tra la mia compagna di classe e la vicina di banco, avrei fatto ridere sicuramente l'intero consesso, ma io avrei capito che forse è da una cosa trascurabile che nasce il nuovo, non dal risaputo.
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