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RECENSIONI

Fernando Aramburu

I pesci dell'amarezza

La nuova frontiera, Pag. 216 Euro 16,00
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Credo poco nelle casualità, eppure possono accadere, come tutte le cose. Ed infatti è pura casualità se nel breve arco di due mesi mi ritrovo ad aver letto due libri di autori baschi, che diciamocelo, non dominano certamente il mercato letterario o conquistano le misere pagine culturali dei nostri sempre più inutili quotidiani.

Due libri e due modi di vedere il fenomeno della violenza basca in modo del tutto differente. Abbiamo già parlato di Valigie impossibili di Juanio Olasagarre (tra l'altro intervistato da noi Orchi): un mondo, già di per sé chiuso e ristretto, vissuto attraverso le peripezie, le disavventure, gli odii e gli amori di quattro amici ed il dramma di uno di loro, omosessuale, che consapevole dell'impossibilità di vivere serenamente la propria condizione, abbandona il paese d'origine e fugge in Inghilterra. Dunque alla violenza monopolizzata dalla politica, dall'annosa questione del separatismo basco, si aggiunge la violenza del e sul 'privato'.

Il consesso umano di Fernando Aramburu, sconvolto quasi quotidianamente da un'unica ferocia, quello ideologica, vive invece di tentativi di resistenze, piuttosto che di rinunce. Pur nella drammaticità della condizione.

E' incredibile come il filo conduttore dei racconti che compongono I pesci dell'amarezza non sia riconducibile ad un'idea, ad una ossessione, ad una rappresentazione mentale, ma ad una catalizzante corporeità: sono, sembra scontato dirlo, le bombe, le esplosioni e le morti violente a fare da evento e da attrazione. Come una sorta di occhio del ciclone che ingloba in sé tutto quello che sta attorno.

Nel racconto di apertura, che è anche quello che da il titolo alla raccolta, è una bomba che colpisce alla gambe una ragazza a far da spartiacque nei rapporti tra la protagonista e suo padre. In Madri una donna è costretta a lasciar il paese, dopo che le hanno ammazzato il marito che indagava su una pista basca, perché indesiderata quanto l'uomo. Ne La cosa più bella erano gli uccelli assistiamo al tormento 'infantile' di una bambina che viene a sapere, a scuola, della morte del padre per una bomba scoppiata in strada. C'è anche la violenza subìta in modo indiretto, come nel racconto Relazione da Creta, dove una donna racconta alla sua psicologa il dramma del suo uomo che da piccolo ha visto morire suo padre sotto i propri occhi.

L'irredentismo sbandierato diventa dunque anche una sorta di zavorra dal peso insostenibile e nemmeno le domande che spesso i protagonisti si pongono sono sufficienti a dare una risposta o addirittura ad indicare una veritas: La cosa brutta dei compagni morti, pensa, è che non rispondono mai. Puoi anche chiedergli cose in continuazione. Non rispondono. (Pag.149).

In questo libro triste ed intenso si vive di lutti: sembra l'unica prospettiva ad una società stretta dai lacci di un immobilismo politico. Ma è anche la cristallina testimonianza di chi vuole raccontare la storia, come dice giustamente la quarta di copertina, spazzando via l'aura di ambiguo romanticismo che ancora circonda le gesta dell'ultimo gruppo terroristico dell'Europa occidentale.



di Alfredo Ronci


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