ATTUALITA'
Stefano Torossi
Il museo al tempo della peste
A Palazzo Altemps si inaugura una mostra di Filippo De Pisis, pittore della prima metà del ‘900, ormai quasi dimenticato. Da sempre curiosi degli artisti minori, e ricordandoci quanto ci piacevano le sue Venezie e le sue scarne nature morte, decidiamo di andare a ficcare il naso per capire a che punto stanno le cose.
Un custode del museo a cui ci eravamo rivolti per informazioni il giorno prima ci aveva avvertiti: “Servirebbe la prenotazione, ma siccome c’è poca affluenza, non si preoccupi”.
Non ci siamo preoccupati: infatti c’è il deserto, ma la prenotazione serviva lo stesso. Cioè: arriviamo all’ingresso, mascherina indossata, fatta l’abluzione antibatterica delle mani e presa la temperatura (36,4°), il cassiere (gentilissimo, come sono quasi tutti in emergenza virus): “Lei dovrebbe prenotarsi collegandosi con il suo cellulare sul sito del ministero, ma non le basterebbe mezz’ora. Facciamone a meno, ma mi deve due Euro lo stesso, per la prenotazione”. Mano in tasca e fuori la moneta. Eh no! Non si può pagare in contanti. Solo col bancomat. Fatto. Finalmente si entra. Come già detto, deserto, qui e in tutto il museo. Per fortuna siamo in Italia e meglio ancora a Roma, dove se manca l’efficienza funziona la tolleranza. Certo, come promozione delle arti in tempo di pestilenza non ci siamo proprio.
In mostra ci sono dei begli olii: un bel Ponte di Rialto e bei fiori e verdure, che ci confermano nel nostro buon ricordo.
In coda, una serie di disegni rappresentanti languidi giovanotti, per la maggior parte gondolieri, di cui, come tutti a Venezia in quel periodo sapevano, il maestro andava ghiotto.
Tutto molto garbato, tutto di buon gusto, però (come eravamo stati costretti ad annotare in occasione di una mostra di Medardo Rosso che visitammo nelle stesse sale l’anno scorso a ottobre) il percorso si conclude, oggi come allora, con l’uscita impreparata e devastante in una sala, che in realtà fa parte del museo di scultura romana, dove, in agguato, ci aspettano due pezzi così potenti da sbriciolare qualsiasi altra opera e trasformare, al confronto, in pittore della domenica un artista altrimenti di buon livello e universalmente stimato.
Un errore di prospettiva organizzativa? E’ giusto così? E’ prudente? Certo il visitatore dovrebbe riuscire a concludere il discorso cominciato e poi aprirne un altro senza creare confronti, o magari gli si dovrebbe evitare il rischio di incontri così chiaramente pericolosi.
O forse non preoccuparsi di chi guarda e lasciare che l’arte parli per sé, senza bisogno di balie, traduttori, organizzatori?
Un custode del museo a cui ci eravamo rivolti per informazioni il giorno prima ci aveva avvertiti: “Servirebbe la prenotazione, ma siccome c’è poca affluenza, non si preoccupi”.
Non ci siamo preoccupati: infatti c’è il deserto, ma la prenotazione serviva lo stesso. Cioè: arriviamo all’ingresso, mascherina indossata, fatta l’abluzione antibatterica delle mani e presa la temperatura (36,4°), il cassiere (gentilissimo, come sono quasi tutti in emergenza virus): “Lei dovrebbe prenotarsi collegandosi con il suo cellulare sul sito del ministero, ma non le basterebbe mezz’ora. Facciamone a meno, ma mi deve due Euro lo stesso, per la prenotazione”. Mano in tasca e fuori la moneta. Eh no! Non si può pagare in contanti. Solo col bancomat. Fatto. Finalmente si entra. Come già detto, deserto, qui e in tutto il museo. Per fortuna siamo in Italia e meglio ancora a Roma, dove se manca l’efficienza funziona la tolleranza. Certo, come promozione delle arti in tempo di pestilenza non ci siamo proprio.
In mostra ci sono dei begli olii: un bel Ponte di Rialto e bei fiori e verdure, che ci confermano nel nostro buon ricordo.
In coda, una serie di disegni rappresentanti languidi giovanotti, per la maggior parte gondolieri, di cui, come tutti a Venezia in quel periodo sapevano, il maestro andava ghiotto.
Tutto molto garbato, tutto di buon gusto, però (come eravamo stati costretti ad annotare in occasione di una mostra di Medardo Rosso che visitammo nelle stesse sale l’anno scorso a ottobre) il percorso si conclude, oggi come allora, con l’uscita impreparata e devastante in una sala, che in realtà fa parte del museo di scultura romana, dove, in agguato, ci aspettano due pezzi così potenti da sbriciolare qualsiasi altra opera e trasformare, al confronto, in pittore della domenica un artista altrimenti di buon livello e universalmente stimato.
Un errore di prospettiva organizzativa? E’ giusto così? E’ prudente? Certo il visitatore dovrebbe riuscire a concludere il discorso cominciato e poi aprirne un altro senza creare confronti, o magari gli si dovrebbe evitare il rischio di incontri così chiaramente pericolosi.
O forse non preoccuparsi di chi guarda e lasciare che l’arte parli per sé, senza bisogno di balie, traduttori, organizzatori?
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