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ATTUALITA'

Eleonora del Poggio

Il poliziesco: "Qualcuno ha bussato alla porta" di Ezio D'Errico (13)

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Qui bisogna fare un discorso più serio. Parliamo di un giallista nostrano, che scrisse i suoi romanzi quasi tutti negli anni trenta e che per una serie di eventi anche inspiegabili (almeno lo sono per me, che non ho trovato la benché minima soluzione), nel corso del tempo è assorto a figura indispensabile e certa del poliziesco italiano, e i suoi romanzi gialli, poco più di una decina, sono tutti, ma proprio tutti, nei mercatini on-line dell’usato, valutati almeno 100 euro ognuno.
Diciamo ancora questo: Ezio D’Errico, insieme a Agusto De Angelis, è forse l’unico scrittore di poliziesco che possa giustamente competere, nonostante i divieti e le incazzature del regime fascista, con altri scrittori europei (ma mettiamoci anche quelli americani). Ma allora, perché i romanzi di De Angelis, grazie anche all’impegno soprattutto delle edizioni Sellerio, vengono a costare come qualsiasi altro romanzo in libreria, mentre quelli di D’Errico, che nessun editore si è azzardato a ripubblicare, nonostante il valore, costano quanto un occhio della testa?
Lo stesso volume che andiamo ad esaminare e cioè Qualcuno ha bussato alla porta, insieme ad un altro, è l’unico ad essere stato ripubblicato (l’altro, se non erro è La casa inabitabile). Come mai questo procedimento tutto italiano quando nell’ambiente il D’Errico è effettivamente accostato, per tutta una serie di motivi di cui qualcuno lo mettiamo pure noi, alle migliori penne del giallo e non solo?
Ci sono alcuni critici che accostano il D’Errico al Simenon di Maigret. Il periodo è praticamente lo stesso, e anche certe sottigliezze narrative, e non solo, possono far riecheggiare l’estro dello scrittore francese. In più c’è un’altra cosa da aggiungere: il D’Errico ambienta tutte le sue storie a Parigi, dove il commissario Emile Richard, che divide con… la sorella Geneviève gli agi e i disagi di un doppio celibato, opera fattivamente, ma che è solo il tentativo dello scrittore italiano di vincere le resistenze del regime fascista che non voleva che certe imprese delittuose si svolgessero in territorio italiano.
Non è un metodo… è un modo di intendere la vita e gli uomini… credi, si tratta sempre di comprensione e di umanità. Io mi affeziono al mio personaggio, come un amatore di antichità si affeziona al pozzo di scavo che le sue mani delicate e robuste liberano dalle macerie della città seppellita da millenni sotto la cenere del vulcano… ci vuole pazienza, tenacia amore… una mossa falsa e la statua va in briciole.
Ecco come il commissario Richard, nel romanzo in questione, spiega il suo metodo d’indagine ad un suo nipote a cui è molto legato perché l’ha cresciuto lui, un metodo che già aveva parzialmente commentato e che lo inquadrava in un cerchio d’interesse diverso dal solito tran tran poliziesco… Un’identica antipatia mostrava per i colleghi di Scotland Yard, con i quali però aveva dovuto qualche volta collaborare. “Brava gente, ma troppo calma… e poi siamo sempre lì, la letteratura li ha rovinati… la cenere del sigaro, il bottone della giacca, il pelo del cane marrone… non fatemi ridere.
Incredibile, c’era già qualcuno, negli anni trenta, che contestava l’ansia indagatrice dei vari investigatori pubblici e privati (parliamo degli investigatori di Agatha Christie, di John Dickson Carr, dello stesso sir Arthur Conan Doyle), e non si trattava di scrittori americani (tanto per dire… Raymond Chandler) ma di un italiano.
Ripetiamo: non si capisce perché il D’Errico non abbia avuto la ‘fortuna’ di un De Angelis. Possiamo mai sperare in un risveglio della nostra editoria? Comunque questo romanzo si trova ed è assolutamente da leggere.



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