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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Riccardo Bontae

Vento tra le costole

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Stropicciandosi gli occhi e sbadigliando. Così ogni mattina si rende conto di provare sempre la stessa sensazione. Un presagio di pericolo imminente. Intense correnti d'aria che turbinano nel suo petto, dietro al seno. Quel tipo di sensazione che porta di solito le persone a camminare velocemente, anche quando non sono di fretta. Non lei, però. Lei ha sempre reagito in modo diverso. Camminando adagio, a piccoli passi. Anche quando è in ritardo. E così sta facendo anche quella mattina, infatti.
   Dal muro della sua camera l’orologio, ticchettando con prepotente insistenza, la osserva passargli davanti. Lei, con inconsapevole sfrontatezza, avanza verso la cucina lentamente, quasi danzando. Nella mente le vorticano sempre le stesse domande. Le medesime che l'hanno accompagnata fino ad addormentarsi. Queste alimentano il vento nel suo petto, che si placa leggermente solo il tempo di ascoltare un podcast, sorseggiando un tè, per poi riprendere a soffiare impetuoso, dopo aver attraversato la soglia di casa.

  
   Il tram scorre lentamente sulle rotaie. Scivola nell'ombra, proiettata dagli edifici circostanti. Questi sembrano consapevoli, ma indifferenti al destino della persona seduta al suo interno.
   La ragazza tiene fra le mani un libro. Mentre legge, si umetta le labbra, sulle quali ha messo un rossetto da discount. I capelli lisci e quasi color nocciola sono lasciati cadere sulle sue spalle. Quando i raggi del sole riescono a vincere i palazzi, capita che le colpiscano la testa, trasformando i suoi capelli in estensione della luce stessa. Completamente all'oscuro di questo fenomeno, la ragazza sfoglia le pagine del suo libro. Le piccole dita affusolate spuntano da dei mezzi guanti neri e afferrano l'angolo di una pagina. Nel portare a termine questo gesto, si accorge di una pellicina che spunta da un'unghia. La distrazione interrompe la lettura. Tira, quindi, fuori la smartphone e nota molte notifiche. Whatsapp, Instagram, mail. Il turbinio nel petto aumenta di intensità.
   La giornata prosegue ordinaria. Le lezioni all'università, le chiacchere con gli amici, i messaggi alla sorella. Con lo scorrere delle ore, alla sensazione di vento nel petto, si aggiunge l'impressione di essere seguita. Uno stato d'animo che le si era presentato già più volte nella vita. La ragazza scaccia subito la sensazione. Sta sera andrà al cinema a rivedere un vecchio film in versione restaurata e se lo vuole godere. Non ha né tempo, né voglia di farsi prendere dalle sue pare.
   Scende dal tram. È in ritardo, come al solito. Il tempo di battere le palpebre e le sue mani e il ginocchio sinistro sono a terra.
   "Perché sono sempre così goffa" si chiede.
   Una voce le domanda se va tutto bene.
   "Sì, grazie, sono solo inciampata" risponde lei, guardando verso il basso e con la voce un po' rotta per il leggero imbarazzo.
   Si rialza, recupera la borsa e, affrettando insolitamente il passo, si dirige verso il cinema. Oltrepassa, quindi, la soglia della porta, trascinando la sua sensazione con sé. Rivolge, poi, lo sguardo verso la cassa e nota che il film inizia fra due minuti. Il vento nel petto si intensifica.


   La sala è vuota. La ragazza si sistema su una poltrona. Aggiusta i capelli sulle sue spalle e posa la borsa accanto a sé. La apre e scosta lo smartphone, in cerca degli occhiali. Li avrà dimenticati anche questa volta? Dopo aver scavato brevemente nel caos che alberga al suo interno, li trova e li inforca, sistemandoli poco sopra alla lieve gobbetta del suo naso e strabuzzando leggermente gli occhi. Le correnti d'aria nel suo petto ora si acquietano dolcemente, come se volessero concederle un po' di tranquillità. Almeno per la durata del film.
   Alla comparsa dei titoli di testa, le luci sono ancora accese. La ragazza si guarda attorno, nell'inconscio tentativo di farle spegnere con il suo semplice sguardo. Opportunamente, proprio in quel momento un suono secco e repentino accompagna lo spegnimento delle luci. Ora solo il bagliore dello schermo illumina il suo viso, donandole una carnagione chiara, quasi eterea. D'improvviso, senza un motivo apparente, la sensazione di essere seguita si ravviva. Ha un picco, al punto da spingerla a girarsi. Ma dietro di lei non vi è nulla. Solo una sala vuota, illuminata da una luce fioca. Quella luce dei cinema che rende l'ambiente tanto insolito e sinistro, quanto famigliare per lei, che vi ha passato decine e decine di ore della sua vita. Rasserenata, la ragazza fa per girare nuovamente la testa, quando la sala si fa buia.
   L'oscurità cala ovunque. Le tenebre la avvolgono così profondamente, che anche i confini dello schermo si confondono con esse fino a scomparire del tutto. Attorno a lei vi è il silenzio. Un'assenza di suono innaturale. Non si sente la pellicola che scorre nella macchina da presa, né alcun rumore tipico dei cinema. Non vi è solo silenzio. È come se in quel luogo il suono non fosse mai esistito. Non si vede nulla, non si sente nulla e non vi sono odori. L'unica cosa che la ragazza continua a percepire è la poltrona. Ma anche questa sembra reagire in maniera ambigua al tatto. Il materiale non sembra essere lo stesso di quando si è seduta. O forse sì? È come se lo fosse e non lo fosse nello stesso momento.
   In questa completa assenza di percezione dell'esterno, la ragazza si chiede quanto tempo stia passando. Potrebbero essere pochi secondi, come interi minuti. Stranamente non è agitata, né preoccupata. Questo vuoto attorno a lei ha come silenziato le sue emozioni. Si guarda attorno, quasi apatica. Forse giusto un po' incuriosita di comprendere la natura di questo "ambiente", ma non spaventata.
   Un suono secco e repentino accompagna la riaccensione delle luci, accecandola.


   Una pioggia torrenziale precipita sulla sua testa, inzuppandole i vestiti. La ragazza si trova in una via buia, illuminata solamente da piccole lampadine, appese a cadenti palazzi di cemento. Le gocce d'acqua picchiettano sul suo corpo minuto con violenza.
   Per ripararsi, la ragazza si avvicina, sgambettando, ad un edificio. Tocca con le dita il muro. Sente di doversi "appoggiare" a qualcosa di fisico e materiale, dopo la strana esperienza nel buio. La percezione della ruvidezza del cemento, umido e crepato, costituisce nella sua mente un'ancora a questa realtà. In quel momento quel muro è tutto ciò che le impedisce di tornare nel vuoto. Quando era lì non era spaventata, ma ora l'unica cosa importante è non ritornarci. Il solo pensiero la terrorizza. Si aggrappa con tutte le sue forze a quella parete, respirando affannosamente. Attorno a lei una cappa di caldo e di umidità la opprime, ma dentro di lei, le ormai consuete correnti d'aria scorrono impetuose e vorticano nel suo petto come mai prima d'ora avevano fatto.
   Dopo qualche istante, la ragazza si riprende e si guarda attorno. Quelle vie sono strane. È sicura di non esserci mai stata, ma hanno qualcosa di famigliare. Probabilmente un déjà vu, conclude. Sistemandosi la giacca inzuppata, la ragazza si rende gradualmente conto di una bizzarra e completamente irragionevole sensazione. Ha caldo. Anzi. Sta morendo di caldo. L'acqua, filtrata attraverso i vestiti, si mescola con il sudore sulla sua pelle, ad un punto tale da non permetterle più di distinguerne la differenza. Si chiede, perplessa, come possa    essere possibile, essendo pieno inverno. Tuttavia, scaccia prontamente la domanda dalla sua testa, come si fa con una mosca dispettosa. Si leva la giacca e ripone i guanti in tasca.
   Liberata dall'oppressione del vestiario, inizia a muoversi lungo il lato del palazzo, accarezzando il muro con la mano. Arrivata all'angolo, si sente sufficientemente sicura di potersi separare dal suo sostegno e prosegue. Le vie si somigliano tutte. Scure, grigie, a malapena illuminate e celate parzialmente dalla foschia della pioggia.
   Ad un certo punto scorge due figure, che si riparano, come lei, a lato di un edificio, di fronte ad una finestra, coperta da una grata. La ragazza si avvicina lentamente, a piccoli passi. È una coppia asiatica. Lui indossa un completo e ha in mano un ombrello nero. È anche lui inzuppato d'acqua dalla testa ai piedi. Lei un lungo vestito colorato. Porta anche una perfetta capigliatura in stile anni '60, per nulla intaccata dall'umidità e dalla pioggia. Vedendola, la ragazza cerca, come può, di raccogliere dietro la nuca i capelli bagnati, ormai appiccicati alla faccia. Continua ad avvicinarsi con lentezza. Loro non notano la sua presenza o le sono    indifferenti. Conversano con brevi frasi, scrutando di fronte a loro e a volte rivolgendo lo sguardo l'uno sull'altra. Ma mai fissandosi negli occhi. La ragazza all'inizio non distingue le loro parole a causa del fragore della pioggia, ma percepisce un tono di tristezza nelle loro voci.
   Avvicinandosi ulteriormente, finalmente i loro scambi si fanno più chiari.
   "So che non lascerai mai tuo marito" dice l'uomo, guardando verso il basso, e dopo una breve pausa, "E allora me ne vado".
   "Non credevo che ti innamorassi di me" risponde la donna, fissando anch'essa il marciapiede.
   L’uomo sbuffa leggermente e assume un sorriso amaro, ammettendo: "Nemmeno io lo credevo".    
   Per l'intera durata del dialogo la ragazza era rimasta paralizzata. I muscoli erano contratti e     l'iniziale curiosità di sentire le parole delle due figure era stata rapidamente sostituita dal dubbio e,        altrettanto rapidamente, dallo sconcerto. La scena che le si para di fronte è la stessa del film. Prima ancora che il pensiero avesse il tempo di formarsi completamente nella sua mente, le due figure si voltano d'improvviso verso di lei. I loro occhi incrociano le pupille sbigottite della ragazza, che già dilatate per l'oscurità, ora si espandono ulteriormente, invadendo il marrone dell'iride.
   "Non credevo che ti innamorassi di me" ripete la donna, fissandola.
   "Nemmeno io lo credevo" ammette nuovamente lui.
   Qualsiasi segno di tristezza e rammarico sembravano spariti. Nelle loro voci e nei loro occhi non vi erano emozioni.
   "Non credevo che ti innamorassi di me, nemmeno io lo credevo, non credevo che ti innamorassi di me, nemmeno io lo credevo".
   La coppia inizia a ripetere le battute ossessivamente e sempre più velocemente. L'apatia nei loro occhi e nelle loro voci gradualmente muta. Ad ogni frase ripetuta lo sguardo si fa più intenso, la voce più rabbiosa e roca. La ragazza, ormai consapevole, per quanto incredula dell'identità delle due persone, inizia a indietreggiare lentamente. La pioggia aumenta di intensità e le correnti d'aria nel suo petto, di pari passo con la collera della coppia, mutano in tempesta. Nel momento in cui l'uomo e la donna iniziano a muoversi verso di lei, così sembrano fare anche i loro contorni. La figura dell'uomo sembra farsi più imponente, il braccio si fonde con l'ombrello che tiene in mano e il completo sembra allungarsi fino a diventare un mantello d'ombra. Le sembianze della donna si fanno più sottili e ondulate e la sua forma più alta. L'offuscamento dettato dal diluvio illude per alcuni istanti la ragazza che si tratti di un effetto ottico, mentre i versi che le due figure emettono assomigliano ormai sempre meno alle frasi che ripetevano inizialmente e ne mantengono solo una vaga rassomiglianza. Quando la fioca luce di una lampadina illumina le due creature, rivelandone la ormai mostruosa forma, ogni dubbio sulla natura delle due figure è spazzato via.
   La ragazza, quindi, si volta e inizia a correre. Getta i vestiti che teneva ancora in mano a terra e, sospinta più dalla tempesta nel suo petto, che dalle sue gambe, fugge senza voltarsi. La pioggia le ferisce il volto e le offusca la vista. Volta a destra, poi a sinistra. "Queste cazzo di vie si somigliano tutte" pensa. Sente ancora i versi delle creature alle sue spalle, ma dopo un po' realizza che, forse, lentamente si stanno facendo più distanti. Inizia, quindi, a rallentare la corsa e, proprio in quell'istante, prova di nuovo quella sensazione, che l'aveva assalita anche al cinema. La ragazza percepisce una presenza più grande, più spaventosa e più...familiare, che la sta braccando, oltre alle due creature. Distratta da questa realizzazione, sente una delle sue gambe fermarsi e finisce a terra.
   Un suono secco e repentino accompagna la sua caduta.


   La ragazza, a carponi e con gli occhi ancora chiusi, capisce subito di essere finita in una sorta di pozza. L'acqua le arriva ai polsi e le ginocchia sono sommerse di almeno una ventina di centimetri.
   Apre gli occhi e osserva sotto di lei. L'acqua è cristallina e di un azzurro scintillante. Al di sotto di essa vi sono dei ciottoli e... dei binari? Alzandosi, la ragazza si rende conto di non essere più nelle grigie vie di quella città piovosa. In effetti il cielo è celeste e soffia una leggera e fresca brezza. Sembra essere in mezzo al mare, sopra ad una lunga striscia di terra, che non raggiunge per pochi centimetri la cima dell'acqua. Fra i ciottoli, sotto al mare, si fanno strada i binari di una ferrovia. Dove porge lo sguardo, la ragazza non vede altro che acqua. Solo da un lato in lontananza si distingue un'alta torre. È grigia, con elementi di legno rosso sulla cima e un tetto a pagoda verde. Per quanto le sembri impossibile, conosce bene quella torre. Prima ancora che possa rendersi conto dell'assurdità della situazione, la ragazza nota che la luce del sole è insolitamente brillante, i colori del mare, del cielo, dei suoi vestiti sembrano meno complessi e le loro sfumature più semplici. I contorni degli oggetti, dei pochi sotto la sua vista almeno, sono invece più marcati. Dopotutto è normale, se si trova veramente dove pensa di essere.
   Mentre riflette sulla possibilità di essere completamente impazzita, in lontananza vede avvicinarsi un treno, scortato dalla spuma dell'acqua, che viene spostata al suo passaggio. Quando il treno, composto da solamente due carrozze, la raggiunge, ella si sposta e lo osserva passarle lentamente accanto. Guardando al suo interno, vede numerose ombre e un'enorme figura con una divisa blu. Nel mezzo scorge, seduti, due personaggi più che familiari. Una ragazzina castana con una maglietta a righe bianca e verde e, accanto, un'ombra scura più alta delle altre e con una maschera bianca.
   La ragazza nell'osservarle sorride leggermente, confortata dal riconoscere due sembianze, che considera amiche. Si scopre più distesa. Questo momento di serenità, il primo da quando si trovava in questo folle e strampalato incubo, non poteva che esserle donato da loro due.
   Senza neanche avere il tempo di formulare il pensiero, nuovamente la ragazza sente quella sensazione. Percepisce una presenza che la bracca. Ancora lontana. Ancora distante dal trovarla. Ma sulle sue tracce. Le correnti d'aria, che per quei pochi minuti si erano acquietate, riprendono a soffiare lentamente nel petto. Si insinuano, quasi senzienti e con una sinistra destrezza, fra le costole della ragazza e le avvolgono, esercitando una leggerissima pressione, come a voler suggerire di poterle spezzare in qualsiasi momento, se solo volessero.
   Nuovamente a disagio, la ragazza riprende il cammino. Si muove lungo le rotaie, sapendo che, proseguendo in quella direzione, avrebbe incontrato una banchina di cemento. Dopo qualche minuto ancora a mollo, così avviene, infatti. Finalmente fuori dall'acqua, la ragazza si ferma nuovamente e si chiede cosa dovrebbe fare e come uscire da questa situazione. Inoltre, cosa la sta inseguendo? E perché? Vaglia tutte le possibilità. L'idea di essere completamente uscita di testa si ripresenta e si dimostra, ironicamente, quasi logica e ragionevole. Ma anche se fosse, deve trovare un modo per venirne fuori. Decide che deve proseguire. Qualcosa alla fine succederà, dopotutto.
   Nel momento in cui ritrova la risoluzione per muoversi, giunge alla banchina un altro treno. Sembra vuoto e composto, diversamente dal primo, da numerose carrozze. Si arresta proprio di fronte a lei e la porta si apre. La ragazza si chiede se le conviene entrare o aspettare il prossimo, magari più affollato. Il gradevole calore all'interno sceglie, però, per lei.
   I pavimenti sono di legno e i sedili rossi, proprio come ricordava. D'altronde ha visto quelle immagini numerose volte. Il pavimento scricchiola leggermente ad ogni suo passo. Improvvisamente, la porta si chiude e il treno parte. In quel momento la ragazza si domanda se salire sia stata una buona idea. Non sembrerebbe esserci nessuno. Né un'ombra, né l'enorme e paffuto controllore. "Chissà se ogni treno ne ha uno così?" si chiede distrattamente. La ragazza percorre il treno nella sua interezza, non incontrando niente e nessuno. Si siede dunque nell'ultima carrozza.
   Forse è meglio così. L'ultima volta che ha incontrato qualcuno non è finita bene. Forse è preferibile rimanere da sola. Stando isolati si corrono meno pericoli. Deve solo pensare alla "cosa" che la sta inseguendo e non è necessario guardarsi da altre possibili minacce.
   "Sì, da sola è meglio" conclude.
   Cullata da questi pensieri, la ragazza crolla in un sonno agitato da numerosi incubi.
   Si risveglia di soprassalto, quasi subito. Sfidando la forza di gravità, si alza con fatica e guarda fuori dal finestrino, accorgendosi, invece, che ormai si è fatta notte. Deve aver dormito, quindi, svariate ore. Il suo corpo non sembra d'accordo, però. La testa, appesantita, le gira ed i muscoli sono indolenziti. L'ambiente, prima quasi fiabesco, di notte si fa più minaccioso e assume toni più cupi.
   Osservando il nero del mare, i pensieri iniziano a galoppare. Quali pericoli si celano sotto quell'oscurità? Dove la sta portando il treno sarà al sicuro? Riuscirà a tornare a casa? Di pari passo con le preoccupazioni che le turbinano in testa, così le correnti d'aria nel suo petto, che non avevano mai smesso di soffiare, premendo sulle costole, aumentano la stretta. La ragazza posa una mano sul torace nel tentativo di attenuare il dolore. Ora vorrebbe che ci fosse qualcuno con lei. Non vuole rimanere sola. Perché è stata così stupida da desiderarlo? Con le lacrime agli occhi pensa a quanto sarebbe stato bello se fosse riuscita a salire sul primo treno. Con quel buffo controllore e con Chihiro. Una sensazione ormai nota interrompe, però, la sua fantasia.
   La cosa che la sta cercando è qui.
   Ed è più vicina di quanto sia mai stata.
   Un improvviso bagliore fuori dal finestrino, subito seguito da un rombo, attira la sua attenzione. Grosse gocce d'acqua iniziano a picchiettare sul vetro, sempre più violentemente. Il vento, questa volta all'esterno del suo petto, inizia a soffiare con rabbia. Il mare, ormai nero come la pece, sembra sinistramente seguire il treno e le sue onde, sempre più alte e maligne, sbattono contro la carrozza, tentando di abbatterla. Voltandosi verso la punta del treno, la ragazza nota in lontananza un alone d'ombra che si avvicina. È immateriale, ma al suo interno, al centro, sembra acquisire maggiore consistenza e una parvenza di forma. È ancora troppo distante per poterla distinguere con chiarezza, ma la figura è sicuramente ciò che la segue da quasi tutta la vita. La ragazza non sa come, ma lo sa.
   È alta quasi fino al soffitto e ogni volta che entra in una carrozza, abbassandosi per superare la soglia della porta, la fa precipitare nell'oscurità. Avanza lentamente, quasi danzando. Si trova nel penultimo vagone ora. Le correnti d'aria nel suo petto stringono le costole sempre di più come a volerne paralizzare i movimenti. Sembrano quasi aumentare l'intensità della presa di pari passo all'avvicinarsi del buio e della figura che lo abita. La ragazza realizza che se non fa qualcosa, qualsiasi cosa, prima che l'oscurità penetri nella sua carrozza, probabilmente, non sarà più in grado di muoversi. Si guarda attorno. Non c'è via di fuga. Non c'è nessuno che la possa aiutare. Non c'è nulla che possa usare per difendersi o per fuggire. Fuori c'è solo la tempesta e l'oscurità della notte e presto anche dentro non ci sarà altro che buio. Buio anche dentro di lei. Per sempre. Ha sbagliato tutto nella sua vita se ora si trova in quella situazione è colpa sua e di nessun altro delle decisioni prese e di quelle non prese delle cose che ha detto e che non ha detto di quello che ha fatto e non ha fatto non c'è nessuno che l'aiuti perché spinge qualunque persona si avvicini ad allontanarsi chiunque conosce l'abbandonerà e la odierà è sola e sarà sempre sola nel buio. E se lo merita.
   Questi pensieri prolificano e scorrono confusamente nella sua testa, sovrapponendosi e strusciando perversamente l'uno contro l'altro. Fanno le fusa, seducenti e untuosi, generando una blasfema orgia di sconforto, tormento, umiliazione e rimpianto.
   Fissando con gli occhi sbarrati di fronte a sé, la ragazza, nonostante lo smarrimento, nota che l'oscurità, ancora arginata nella carrozza precedente, ha iniziato a fluire sotto la porta, mutando forma in leggeri, immateriali e quasi invisibili lacci. Questi, scorrendo sinuosi sul pavimento, come serpenti, hanno raggiunto i suoi piedi e, approfittando della loro trasparenza e della distrazione della ragazza, hanno iniziato a risalire il suo corpo. I più sottili avevano già raggiunto il volto e si stavano infilando negli occhi.
   Ritrovata una vaga lucidità, quasi per automatismo, la ragazza afferra i lacci e li strappa. Di conseguenza, quei pensieri tetri, che le stavano colonizzando la mente, scivolano quasi interamente via, come fumo sospinto da una leggera brezza. Infine, relegate le rimanenze in un angolo isolato della sua testa, con le spalle alle muro, la ragazza apre la porta della carrozza dietro di sé ed esce.
   Tenendosi con le mani alle ringhiere, osserva di fronte a lei. Il treno scorre freneticamente nella tempesta. La pioggia precipita su di lei con furia, mentre le onde rincorrono il treno con bramosia. Prima ancora di decidere un gesto folle, un'enorme massa nera e bagnata la travolge, scaraventandola giù dal treno. Per qualche istante alla ragazza sembra di essere sospesa in aria, come una marionetta trattenuta dai suoi fili, fino a che un suono secco e repentino accompagna la sua caduta nelle gelide e nere acque del mare.


   È di nuovo a terra e ancora una volta i vestiti sono inzuppati. Sente di essere distesa su dei sassi e dell'acqua si muove avanti e indietro all'altezza dei suoi piedi.
   Aprendo gli occhi, la ragazza si rende conto di essere su una spiaggia, composta da pietre e circondata da alte rupi rocciose. Si alza con fatica. Gli ultimi avvenimenti iniziano a farsi sentire sul suo esile corpo e le correnti d'aria nel suo petto, per quanto abbiano attenuato la stretta, continuano costantemente a spirare. Soffiano e premono lievemente le costole, avvertendo incessantemente della loro presenza. La luce è strana. Tutto sembra in penombra. Il sole, nascosto in parte dall'orizzonte, non rivela se sia l'alba o il tramonto. Stropicciandosi gli occhi con le mani, la ragazza comprende, infine, il motivo di tale ambiguità. Non vi sono colori in questo luogo. Tutto è bianco o nero.
   Ormai abituata a queste stranezze, inizia, dunque, a camminare lungo la spiaggia, fissando i ciottoli sulla riva, con il capo chino per la stanchezza e lo sconforto. Non sta facendo progressi. Viene catapultata di volta in volta in un luogo differente, senza capirne il motivo. E ogni volta quella "cosa" è sempre più vicina. Di questo passo, prima o poi, la prenderà. Il solo pensiero le causa una fitta nel petto, che nuovamente la sua piccola mano non è in grado di contenere.
   "Tu non dovresti essere qui" sentenzia improvvisamente una voce. Il tono è calmo, ma perentorio, tipico di chi sceglie attentamente le parole e non è avvezzo a ripetersi.
   La ragazza volta lo sguardo in direzione della voce e vede poco lontano un uomo con un lungo vestito nero, coperto da un mantello. Porta un cappuccio aderente alla testa, che non lascia intravedere capelli al di sotto. Solo la pelle chiara del suo volto spunta dal nero delle sue vesti. È seduto di fronte ad una scacchiera, da solo. La mano destra accarezza il mento e pare assorto ed indifferente al mondo circostante. Osserva attentamente i pezzi di fronte a lui, come se dovesse risolvere un enigma.
   La ragazza riconosce subito la situazione e quindi la figura, cui si trova vicina. Peggio di così non poteva andare. Sa benissimo chi lui sia e quale pericolo quell'"uomo" comporti. I muscoli, già indolenziti, si paralizzano e i venti, che ormai dominano il suo petto, riprendono ad ululare impetuosamente.
   L'uomo alza distrattamente lo sguardo e, fissandole il torace per un attimo, come se fosse pienamente consapevole della tempesta che si sta scatenando al suo interno, aggiunge: "Non c'è motivo di agitarsi tanto, non sono qui per te". Subito dopo abbassa nuovamente il capo, concentrandosi sulla scacchiera.
   La ragazza, con il cuore in gola e la voce rotta e flebile, chiede: "Perché sei qui allora?"
   "Lo sai perché. Lo aspetto per finire la nostra partita. Cosicché alla conclusione possa portarlo con me, dove è destinato ad andare" risponde l'uomo. "Dove tutti sono destinati ad andare" aggiunge poi, sorridendo leggermente.
   Alla vista di quel sorriso, le correnti d'aria stringono nuovamente le costole della ragazza con una singola e violenta contrazione.
   L'uomo, quasi spazientito, ma sempre assorto, senza rivolgerle lo sguardo, prosegue: "Non è il tuo momento. Ancora. Tu ora stai giocando una diversa partita".
   La ragazza, sempre più confusa, domanda che cosa l'uomo intenda.
   Egli alza lo sguardo e, scrutandole negli occhi, asserisce: "Il tuo competitore è ben più pericoloso di me. Nella Storia, ho visto numerosi uomini e donne cadere rovinosamente di fronte a lui. Io non posso essere sconfitto, ma ho un momento ben preciso nel quale mi rivelo e, fino a quel momento, nulla posso nei vostri confronti. Solo osservare ed attendere. Lui, diversamente, può presentarsi in qualsiasi istante e, quando avviene, voi stessi lo nutrite. Invero, è una vostra stessa creazione." L'uomo, se così ha senso chiamarlo, continua a guardarla negli occhi come se cercasse qualcosa dentro di essi. Una consapevolezza. O una rivelazione, forse. Infine, aggiunge: "Dimmi, non percepisci, forse, qualcosa di strano, quando questa creatura ti è vicina? Sembra che ti segua da sempre, senza mai raggiungerti, eppure senti di averla già conosciuta. Perché?"
   La ragazza, quindi, si astrae completamente, riflettendo sul quesito. È talmente assorta che per un attimo non sente più neanche le correnti d'aria nel suo petto.
   Viene svegliata di soprassalto dalla voce dell'uomo, che sentenzia: "La tua capacità di rispondere a questa domanda farà la differenza". Finito di parlare, la figura in nero si alza in piedi.
   La ragazza, desiderosa di poter sfruttare ulteriormente la sua conoscenza, si affretta a chiedere perché la stia aiutando.
   L'uomo, alzando lievemente l'angolo della bocca, risponde: "Perché la Morte gioca a scacchi con il Cavaliere?" Scostando rapidamente il mantello, alza poi il braccio e le spinge la spalla con un lieve tocco.
   La ragazza rimane immobile, ma il mondo attorno a lei sembra iniziare a girare. La figura in nero, la spiaggia e le rupi scivolano sotto i suoi piedi, seguite dal cielo grigio e nuvoloso sopra di esse. Per la nausea, infine, chiude gli occhi, finché la sua schiena non sbatte contro il terreno con un suono secco e repentino.


   Dolorante, fa un respiro profondo. Il movimento le provoca un dolore fitto alla schiena. È stanca di queste cadute. Sembra che ormai non stia facendo altro da quando è iniziata questa storia.
   Ancora distesa, apre gli occhi, chiedendosi, più con fastidio che con preoccupazione, dove sarà finita questa volta. Vede del bianco. Un soffitto, dunque.
   "Almeno questa volta non sono a mollo e sono al chiuso" pensa fra sé e sé con scoraggiato compiacimento.
   Posa le mani a terra e, sostenendo il peso della gravità, ormai sempre più opprimente, e con crescente sforzo, si alza. Ciò che vede le provoca un misto di eccitazione ed apprensione. Alla sua destra vi è una scrivania con al di sopra delle mensole piene di libri. Su di essa vi sono fogli, penne e quaderni, gettati alla rinfusa. Riconosce subito le sue cose, così come il suo peculiare e caotico modo di disporle, la cui definizione va ben oltre il concetto di disordine. A sinistra si trova invece un letto a castello con alcuni vestiti abbandonati sopra. Percepisce anche con soddisfazione che sono tornati i colori.
   Un sorriso incerto comincia a dipingersi sulle sua labbra e le correnti d'aria nel suo petto iniziano a muoversi nuovamente, ma questa volta vorticano velocemente attorno al suo piccolo cuore, irradiando il corpo della ragazza di energie, che non pensava di avere. I muscoli, prima indolenziti, dimenticano il dolore e la schiena assume una postura più retta. Il sorriso, inizialmente timoroso, rivela ormai del tutto i suoi denti perfettamente bianchi e l'euforia sostituisce definitivamente il sospetto, che fino a qualche istante prima albergava ancora nella sua mente. Sì, è a casa, decide.
   La ragazza indietreggia per appoggiarsi alla finestra e tirare un sospiro di sollievo. Così facendo, urta con la schiena la maniglia, provocando una leggera pressione nel punto ancora dolorante. Imprecando, posa una mano sulla zona sofferente e si gira su se stessa. Mentre con lo sguardo cerca la responsabile della vile aggressione, distrattamente, osserva fuori dalla finestra. Vi è l'oscurità. Tenebre fitte, che non lasciano intravedere né gli alberi, né le case, che era solita osservare dalla sua stanza. Non sembra, inoltre, provenire alcun rumore da fuori. Un'assenza di suono innaturale, come se all'esterno i suoni non fossero mai esistiti. Il vento nel suo petto, prima gradevole e vitalizzante, torna celermente ruvido e minaccioso. Dal carezzarle il cuore, si sposta nuovamente ad insidiarle le costole, sgrattandole, ed a tormentarle il petto. La ragazza, lentamente, si volta di nuovo, dando ancora una volta le spalle alla finestra e sapendo perfettamente cosa avrebbero trovato i suoi occhi. Il suo corpo glielo aveva ormai anticipato.
   È qui. Nella "sua" camera. Con lei. Un alone d'ombra copre il muro della stanza, di fronte alla ragazza. Un buio senza confini. Al centro, sembra comporsi gradualmente una forma. Più la ragazza la guarda, più questa si definisce. Dopo qualche istante i contorni della figura si fanno finalmente più vividi. È alta quasi sino al soffitto. Il volto è approssimativamente umano o lo sembra ricordare. È smunto, con la pelle chiara e ancora parzialmente celato dalle tenebre, che senza soluzione di continuità avvolgono ampie parti del suo corpo, costituendosi progressivamente in un mantello nero. Senza alcun minimo sforzo, la figura si distacca dalle ombre, rendendosi un'entità distintamente separata. Le tenebre alle sue spalle continuano a scortarla, seguendo ogni suo minimo movimento, ma lei non sembra più far parte di esse. Il volto, ora completamente scoperto, rivela dei tratti familiari alla ragazza. Le ricordano qualcuno, che non riesce a visualizzare nitidamente. I capelli sono lunghi, lisci e scompigliati. Il colore è bianco e sbiadito, con alcuni accenni di castano, ormai stinto da tempo. Dal mantello sbucano delle mani magre con dita esili e affusolate, sfigurate da lunghe unghie trasandate.
   Le correnti d'aria nel petto della ragazza quasi si solidificano. Mutano in lacci che, avvinghiati alle costole, le stringono in una presa, la quale a sua volta paralizza la ragazza nella posizione in cui si trova. Il suo cuore batte sempre più forte e sempre più violentemente, come se provasse a liberarsi dalla costrizione della cassa toracica, per guadagnare la libertà al di fuori del suo gracile corpo. Tutto ciò mentre il cervello si trasforma in una pesante pietra rovente, il cui calore le impedisce di pensare. Quando la figura si avvicina, l'oscurità pervade l'intero ambiente, come una nebbia. Attraverso le narici e le labbra della ragazza, la tenebrosa foschia si insinua all'interno del suo corpo. Si deposita al di sopra dei lacci attorno alle costole, rinforzandoli, e inizia ad avvicinarsi al cervello in fiamme e al cuore che, battendo all'impazzata, ormai brama disperatamente la fuga. Il corpo della ragazza è ormai pervaso dall'ombra e immobilizzato. Solo gli occhi riescono ancora a muoversi in una frenetica ricerca, più istintiva che metodica, di una qualche soluzione. La creatura, giunta ormai finalmente al suo obiettivo, si piega lentamente e avvicina il volto a pochi centimetri da quello della ragazza. La nebbia nera e fumosa la circonda ormai completamente, celando alla vista tutto ciò che non sia la creatura. Viene emanata anche dalla sua bocca e, amalgamata con il suo respiro, penetra fra le labbra della ragazza.
   Sentendo la foschia e il respiro della creatura addentrarsi nella sua bocca e nella sua gola, la ragazza viene presa da una strana sensazione di ebbrezza. Il cuore aumenta ulteriormente la già convulsa frequenza del battito, le palpebre sbattono freneticamente, i muscoli si contraggono e la testa si piega leggermente all'indietro. Completamente travolta dall'euforia, la ragazza ignora che la nebbia nel frattempo continua a diffondersi nel suo corpo ed è ormai quasi giunta al cuore ed al cervello, smaniando lussuriosamente di possederli. Ogni inalazione allontana sempre di più la ragazza dalla razionalità e dalla  cognizione di dove si trovi. Lei vuole rimanere lì. Vuole continuare a provare quella sensazione. La vuole perversamente abbracciare. Vuole godere della corrosione che la nebbia provoca.
   La sensazione diminuisce leggermente fra un respiro e l'altro, per poi riprendere ogni volta sempre più travolgente. Durante una di queste pause, dopo aver espirato ed esalato una piccola quantità di fumo nero, i suoi occhi si soffermano sulle labbra della creatura. Sono bianche e diafane, ma ancora si scorgono delle spente macchie di rosso. In un barlume di cognizione e con un ultimo e stremato sforzo, il suo cervello, riconosce, con una punta di quasi divertita sorpresa, la stessa tonalità di rossetto, che si era messa quella mattina. Questa scintilla di coscienza rimette in moto velocemente gli ingranaggi della sua mente e libera una consapevolezza, che a lungo era stata relegata in un angolo celato del suo cervello, lontana da qualsiasi pensiero conscio e razionale. La ragazza alza lo sguardo dalle labbra della creatura con un misto di timore e trepidazione. L'iride marrone dei suoi occhi viene nuovamente invaso dalle pupille nere, mentre i due occhi altrettanto marroni della creatura la fissano apatici.
   Osservando il suo volto, la ragazza ormai ne riconosce completamente i lineamenti. Gli occhi marroni, i capelli castani, le piccole labbra, il naso con la sua lieve gobbetta. In fondo aveva sempre saputo quale era l'origine di tutto. Da dove proveniva quella sensazione e la creatura che ne era derivata. Gradualmente, le sue sembianze iniziano a modificarsi. I capelli si fanno più scuri, le labbra riprendono colore, la mani riacquistano vigore e le unghie si accorciano. L'altezza di quella che ormai si appresta a tornare ad essere una giovane e bella ragazza si riduce. La foschia, progressivamente e di pari passo al processo di mutamento, si estingue, mostrando nuovamente la stanza. La ragazza, respirando, sente la nebbia venire espulsa dalla sua bocca. Ad ogni respiro si sente più pulita. Purificata. I lacci nel suo petto si sfaldano e scompaiono. Il cervello si raffredda e la mente è ora libera, mentre il cuore rallenta, assestando il suo battito su un ritmo placido e sereno.
   Quella che un tempo era la creatura che tanto a lungo le aveva dato la caccia, piega quindi leggermente la testa di lato. Apre poi le sue piccole labbra e le sorride. La ragazza sorride a sua volta di rimando. Dopo qualche istante, batte poi le palpebre e alla riapertura dei suoi occhi si ritrova da sola.
   Prima ancora di poter processare gli ultimi affastellati avvenimenti, sente picchiettare dietro di lei. Si volta e rimane per un attimo paralizzata alla vista di quella che sembra essere la punta di un'enorme penna, che batte sul vetro della finestra. Nonostante la sua mole, non sembrerebbe, però, essere minacciosa. Inoltre, il profondo buio, che prima si scorgeva al di fuori della stanza, è stato sostituito da un ambiente bianco e accecante. La ragazza, più incuriosita che intimorita, si avvicina al vetro. Guardando verso l'alto, riesce ad osservare solamente il corpo della penna, di colore verde, che si perde in nubi bianche e fumose. Il picchiettio continua, intervallato da brevi pause. La ragazza osserva nuovamente la camera in cui si trova, che non è altro che un simulacro della sua stanza. Per quanto possa sembrare assurdo, in qualche modo avverte che quella penna è il mezzo per tornare definitivamente a casa. Nella sua vera casa.
   Apre, dunque, la finestra. La smisurata punta entra leggermente dentro la stanza e sembra attendere. La ragazza abbraccia il freddo metallo di cui è composta e stringe le gambe attorno ad essa. La penna inizia lentamente ad alzarsi. Salendo sempre più in alto, la ragazza osserva sotto di sé. Vede la sua stanza, circondata da uno sterminato spazio bianco, diventare progressivamente più piccola. Guardando attorno ad essa, mentre il suo bizzarro mezzo di trasporto continua a sollevarsi, inizia a notare immense righe nere, che dipingono qua e là in maniera irregolare la sconfinata piana bianca, che sta sorvolando. La velocità, improvvisamente, aumenta e diventa sempre più complicato rimanere attaccata al liscio e scivoloso metallo, a cui è avvinghiata. Intense folate spingono per disarcionarla. Contrae i muscoli fino a farli bruciare, nel tentativo di stringere con più forza la punta della penna, ma questo gesto, inevitabilmente, la fa scivolare ulteriormente. A seguito di un brusco spostamento d'aria, perde definitivamente la presa. Cadendo, la mano accarezza il gelido metallo, nel vano sforzo di rimanere attaccata. Quando l'ultimo dito si separa da esso, la ragazza si trova in balia delle raffiche, che la scuotono, la spingono e la rivolgono su se stessa. Sentendo avvicinarsi il terreno, come si percepisce un treno in arrivo, chiude, quindi, gli occhi.


   Le sue mani e il ginocchio sinistro sono a terra.
   "Perché sono sempre così goffa" si chiede.
   Una voce le domanda se va tutto bene.
   "Sì, grazie, sono solo inciampata" risponde lei, guardando verso il basso e con la voce un po' rotta per il leggero imbarazzo.
   Si rialza, recupera la borsa e, affrettando insolitamente il passo, si dirige verso il cinema. Oltrepassa, quindi, la soglia della porta, lasciando la sua sensazione ad attenderla al di fuori. È serena. Nel suo petto non tira un filo di vento.
   Alle sue spalle, intanto, la porta si chiude con un suono secco e repentino.






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