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Il Paradiso degli Orchi
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CLASSICI

Ettore Maggi

Il romanzo che racconta di quando Stalin dovette rinunciare ad annettere la piccola Finlandia

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Il patto Molotov-Ribbentrop, siglato il 23 agosto 1939 a Mosca una settimana prima dell’aggressione alla Polonia, non fu soltanto un patto di non aggressione, come fu propagandato pubblicamente, ma una vera e propria alleanza.
Il patto, che scosse e stupì gli intellettuali di sinistra europei e americani (ma non George Orwell, che aveva visto con i suoi occhi gli orrori della propaganda e della repressione comunista nella Guerra civile spagnola), aveva un protocollo segreto, emerso dagli archivi del Cremlino solo dopo il crollo dell’URSS.
Il 1 settembre 1939, circa una settimana dopo la firma del patto, Hitler attaccò la Polonia. In ottemperanza agli accordi con il governo polacco, Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania.
Il 17 settembre l’URSS attaccò a sua volta, da est, la Polonia, che capitolò in poco tempo. In teoria, in base agli accordi con la Polonia, Inghilterra e Francia avrebbero dovuto dichiarare guerra anche all’Unione Sovietica. Ne discussero, ma non lo fecero.
Ma perché Stalin decise di attaccare la Polonia e occuparne la porzione orientale, guarda caso i territori a est della linea Curzon, più Białystok e la Galizia orientale? I territori acquistati furono incorporati nelle Repubbliche Sovietiche di Bielorussa e Ucraina.
E perché Hitler glielo lasciò fare? La spiegazione è che si trattava dell’applicazione del protocollo segreto. Il protocollo stabiliva una collaborazione militare  e logistica: la Germania forniva tecnologia militare e non, e l’Unione Sovietica forniva materie prime, soprattutto il petrolio, necessario per i carburanti degli aerei e dei panzer tedeschi. Senza il petrolio sovietico difficilmente Hitler avrebbe potuto invadere Danimarca, Paesi Bassi, Belgio e Norvegia, per non parlare della Francia.
Inoltre, il protocollo segreto prevedeva la spartizione dell’Europa tra Germania e URSS. All’Unione Sovietica sarebbero stati annessi tutti i territori che avevano fatto parte dell’impero zarista: parte della Polonia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Bessarabia (l’attuale Moldavia). E la Finlandia.
Stalin costrinse i paesi baltici ad accettare la protezione delle truppe sovietiche ed Estonia, Lettonia e Lituania si ritrovarono, nel giro di poco tempo, inglobate nell’Unione Sovietica (nel 1940 succederà anche alla Bessarabia).
L’unico ostacolo era la Finlandia. La Finlandia non era una nazione comune. Abitata dai Suomi, un fiero popolo appartenente a una delle tante etnie finniche disseminate tra la penisola scandinava, il Mar Baltico e il Mare di Barents, avevano mantenuto le loro tradizioni e una certa autonomia sotto il regno svedese. Nel 1809, dopo l’ultima guerra combattuta dagli svedesi, venne ceduta all’impero russo, in forma di Granducato parzialmente autonomo. Nel 1906 il parlamento finlandese votò per il diritto di voto e di elezione per le donne, inaugurando la politica di attenzione ai diritti sociali e civili che caratterizza la Finlandia moderna.
Ma lo zar Nicola II, che aveva già iniziato una politica di russificazione e di oppressione attuata in tutto l’impero zarista, pose fine all’autonomia, schiacciando la resistenza finlandese.
Ottenuta l’indipendenza a seguito della rivoluzione russa del 1917, il tentativo del partito comunista (appoggiato dai bolscevichi russi) di conquistare il potere e riportare la Finlandia nell’orbita di Mosca come era successo con l’Ucraina scatenò una guerra civile. Ci fu poi una serie di scontri con l’URSS in Carelia. Inoltre la storia passata di combattimenti contro i russi durante il periodo svedese, contribuiva a rendere l’indipendenza della Finlandia era ancora più fastidiosa per Stalin.
Nell’autunno del 1939 l’URSS chiese delle concessioni territoriali e militari, con l’obbiettivo non dichiarato di una successiva annessione e trasformazione della Finlandia in una repubblica sovietica, com’era successo ai paesi baltici. Il governo finlandese cercò di trattare, senza accettare tutte le richieste di Stalin. Le trattative tra ottobre e novembre 1939 furono molto intense, ma a un certo punto Stalin perse la pazienza.
L’NKVD (antesignano del KGB) organizzò per il 26 novembre il bombardamento di una postazione militare sovietica, accusando poi l’esercito finlandese. Helsinki negò la responsabilità dell’azione e chiese un’inchiesta internazionale indipendente. Ma a Mosca avevano già deciso. Il 30 novembre le truppe sovietiche attaccarono la Finlandia con quattro corpi d’armata: due a sud-est, per conquistare la capitale Helsinki, una a est, con l'obiettivo di tagliare la Finlandia in due, separando il sud dalla Lapponia, e la quarta a nord, per chiudere l’unico porto finlandese sul mare artico. I russi pensavano di vincere in pochi giorni, al massimo tre settimane.
Stalin gettò contro la piccola Finlandia oltre mezzo milione di soldati (che successivamente arrivarono fino al milione) e 2500 carri armati e impiegò almeno duemila aerei, prevalentemente utilizzati per bombardare la capitale e le principali città.
Mentre i loro soldati saranno al fronte con gli occhi fissi sul confine che ci separa, bombarderemo le loro città che hanno lasciato indifese, le loro case, le loro mogli e i loro figli. Colpire il nemico al cuore per terrorizzare, paralizzare, annientare ogni resistenza fino alla radice. Ferirli in ciò che hanno di più caro. Mai una guerra sarà stata così breve, disse un generale sovietico.
La Finlandia disponeva di 36 carri armati, meno di 200 aerei e circa 350 mila uomini, in gran parte riservisti della Guardia Civica. Molti di loro avevano come unica arma il fucile con cui andavano a cacciare.
Tra di essi un 34enne di bassa statura che dimostrava molto meno della sua età. Veniva da una famiglia di contadini e cacciatori, aveva una mira infallibile e si era distinto in numerose competizioni della Guardia Civica. Si chiamava Simo e veniva da un paese vicino al confine russo, Rautjärvi, e fu assegnato alla 6° compagnia del 2° battaglione del 34esimo reggimento, come i suoi amici Onni e Toivo. La composizione dei reparti cercava, nei limiti del possibile, di riproporre quella della Guardia Civica, perché ogni uomo avesse a fianco amici e persone conosciute. Il loro comandante era Aarne Juutilainen, un ex membro della Legione Straniera. Nella loro unità erano presenti anche altri giovani, come Pietari e Yrjö, e come Leena, una delle tante Lotta, le ragazze che andarono al fronte per soccorrere e curare i feriti. Il reparto di Simo combatteva sul fronte di Kollaa, a nord del lago Ladoga, uno dei più critici, e doveva contrastare l’8 armata sovietica. Quando il generale Hägglund chiese al tenente Juutilainen se Kollaa avrebbe resistito, l’ex legionario rispose Kollaa kestää (Kollaa reggerà). La frase è diventata un’espressione comune in finlandese, per indicare perseveranza e determinazione di fronte a momenti di crisi.
Il tenente Juutilainen, pur con molti meno uomini e mezzi rispetto agli avversari (in certi momenti il rapporto fu di sette a uno), non si limitava a difendersi, ma compiva frequenti attacchi, con piccole squadre di uomini che si muovevano veloci sugli sci, coperti da una tuta bianca, quasi invisibili nella neve, dai quali ritornavano con un bottino di fucili, mitra ed esplosivi.
Soldato indisciplinato, spesso ubriaco, ma dal talento militare innato, il tenente Juutilainen era un nichilista che cercava inconsciamente la morte e, come spesso succede, sopravviveva ad ogni azione.
Da guerriero esperto, comprese subito le eccezionali capacità di Simo e gli permise di combattere a modo suo.
Il nome completo era Simo Hähyä. Ma divenne leggenda, con il soprannome di Belaja Smert: la Morte Bianca, in russo.
Dal 30 novembre 1939 al 6 marzo 1940 furono 542 le uccisioni confermate compiute da Morte Bianca con la sua versione finlandese del Mosin Nagant, l’M28/30, quindi probabilmente molte di più, tenuto conto che si spostava portando con sé, oltre al fucile di precisione, il mitra Suomi KP-31 e alcune bombe a mano.
Simo Hähyä era un cecchino molte particolare: non usava ottiche perché il riflesso avrebbe potuto rivelare la sua posizione (aveva ucciso molti cecchini russi cogliendo lo scintillio del cannocchiale), non stava mai in posizioni elevate o sugli alberi ma sempre a terra, cospargeva di cenere la canna, teneva in bocca neve per non emettere condensa, e tenev,a le munizioni in tasca perché non congelassero (la guerra si svolse a temperature che andavano dai 20 ai 45 gradi sottozero). I sovietici, dato che soltanto il suo nome scatenava il terrore tra i loro soldati, cercarono in tutti i modi di eliminarlo, sia con bombardamenti massicci nei boschi del fronte di Kollaa, sia utilizzando a loro volta numerosi tiratori scelti. Uno di loro, il 6 marzo 1940, una settimana prima della fine della guerra, riuscì a colpire Simo con un proiettile esplosivo (vietato dalle leggi internazionali), che gli frantumò la mascella, lo mandò in coma per una settimana e, nonostante 25 interventi chirurgici, lo lasciò sfigurato per il resto della sua lunga vita (morì a 97 anni).
In un’intervista del 1976, a una giornalista che gli chiedeva se sentiva il rimorso per tutti quei soldati uccisi, rispose: Ho fatto quello che mi hanno chiesto, al meglio che ho potuto. Non ci sarebbe più una Finlandia se tutti non avessero fatto lo stesso.
E la Finlandia non sarebbe potuta diventare una delle nazioni più democratiche e civili del mondo e con il migliore sistema scolastico, completamente gratuito, del mondo.
I guerrieri d’inverno, romanzo dello scrittore francese Olivier Norek, racconta la storia di Morte Bianca e quella di altri personaggi realmente esistiti, come il comandante delle forze armate finlandesi Mannerheim, il ministro degli Esteri sovietico Molotov, il tenente Aarne Juutilainen, Toivo, Onni, Pietari, Leena  e molti altri. Un racconto appassionante, crudo ma non cinico. Un romanzo che riesce a vedere tutti i protagonisti come esseri umani, i finlandesi e i sovietici (nelle cui fila, come soldati semplici, combattevano soprattutto le molte etnie non russe), che da cadaveri tornano ad essere uguali, corpi congelati che in vita cercavano soprattutto di sopravvivere. Ma al tempo stesso mostra che chi combatte non è uguale, perché sono diverse le motivazioni. Un esempio: mentre l’esercito finlandese recuperava o cercava di recuperare sempre i suoi caduti, perché le famiglie potessero dar loro una sepoltura dignitosa, lo stato maggiore sovietico negava addirittura i propri morti: la propaganda stalinista non poteva ammettere che l’esercito finlandese, piccolo e male armato, potesse causare così tante vittime (le perdite sovietiche, in 105 giorni di guerra, furono circa di 400 mila uomini, tra uccisi, feriti, congelati, dispersi e prigionieri).
La Guerra d’Inverno fu un avvenimento che colpì e commosse il mondo intero e, dato che la guerra tra la Germania e gli alleati era praticamente ferma, i reporter di tutte le nazioni si recarono a Helsinki per scrivere articoli commoventi sull’eroismo dei finlandesi. Tra loro anche Martha Gellhorn, una grande giornalista che purtoppo fu famosa più per essere la terza moglie di Hemingway che per il suo talento. Ci furono anche dei volontari  internazionali, sull’esempio della Guerra civile spagnola. Furono circa 12 mila. La maggior parte formarono lo Svenska Frivilligkåren, un reparto composto interamente da scandinavi, soprattutto svedesi, che difese il fronte di Salla. Un gruppo di piloti svedesi diede vita al F19, uno stormo che difendeva i cieli dagli aerei sovietici. Tra i britannici, un giovanissimo Christopher Lee, che sarebbe diventato un attore famoso.
Il mondo intero si chiedeva come la piccola Finlandia riuscisse a contrastare il gigante sovietico. Francia e Inghilterra progettarono addirittura un piano che prevedeva l’intervento diretto in Finlandia. Se fosse successo gli Alleati sarebbero entrati in conflitto diretto con l’URSS, che all’epoca era alleato con la Germania. E lo svolgimento della Seconda guerra mondiale sarebbe stato diverso.
I tedeschi guardarono con attenzione alla guerra. Nell’agosto del 1939 Stalin aveva sconfitto le forze giapponesi in un breve conflitto, soprattutto grazie a un uso sapiente dei tank. Ma, nonostante la massa di soldati e mezzi militari, non riusciva a sconfiggere la piccola Finlandia. Probabilmente fu in quel momento che Hitler prese la decisione e iniziò a progettare l’operazione Barbarossa.
Le spiegazioni della resistenza finlandese sono molteplici. Innanzi tutto, il Sisu, una parola intraducibile definita dalla didascalia iniziale del recente film Sisu - l’immortale: “una forma estrema di coraggio e di inimmaginabile determinazione. Sisu si manifesta quando è ormai persa ogni speranza”.
Inoltre, mentre i finlandesi combattevano per difendere le loro case e le loro famiglie e per difendere la loro libertà e la democrazia, i soldati sovietici combattevano perché altrimenti i commissari politici li avrebbero uccisi.
Inoltre, le grandi purghe di Stalin da una parte avevano ridotto la presenza di ufficiali esperti, ma dall'altra avevano lasciato nei superstiti la consapevolezza che bisognava dire ai gerarchi sovietici soltanto quello che avrebbero voluto sentire.
Infine, nonostante la mole di uomini e mezzi, i vertici dell’Armata Rossa pensavano che i bombardamenti massicci avrebbero da soli piegato la resistenza finlandese, quindi inizialmente le truppe mancarono di coordinamento e di logistica. La stessa attrezzatura, se abbondava di armi, era inadeguata e carente di tutto il resto. Mentre i finlandesi usavano gli sci e indossavano tute bianche quasi invisibili nella neve, i sovietici si muovevano a piedi e indossavano divise verdi (dopo il disastro iniziale Stalin sostituì il generale a capo dell’8° armata, e il nuovo comandante si premurò di dotare anche i suoi uomini di sci e tute bianche).
Una curiosità: dato che Molotov smentiva il lancio di bombe e sosteneva che gli aerei russi sganciassero su Helsinki pacchi di viveri, un soldato finlandese pensò che sarebbe stato educato offrire da bere a chi pretendeva di mandare cibo: tipico umorismo finlandese. Perciò, prendendo spunto dalle bombe a benzina costruite con barattoli di marmellata e utilizzate nella Guerra civile spagnola, i finlandesi crearono il Cocktail Molotov, con cui attaccavano i carri armati T-26 sovietici.
Corredato da un nutrita bibliografia e da numerose fotografie e cartine, il romanzo di Norak riesce a coinvolgere il lettore, senza enfasi ma con un racconto epico che non nasconde la brutalità e l’assurdità della guerra, ma che vuole che non sia dimenticato l’eroismo di chi è stato costretto a combattere per la libertà, senza inutile retorica, mostrando la guerra per quello che è: una cosa atroce. Ma con la consapevolezza che il mondo stesso è atroce e che la libertà ha un prezzo; che i nemici della libertà non sono mai inattivi e a volte ti lasciano soltanto la scelta di combattere o diventare schiavo. Simo, Onni, Toivo e Pietari e altri giovani uomini non avevano scelto di combattere e si sarebbero limitati a uccidere selvaggina o gli animali che depredavano le loro fattorie. Ma furono costretti a farlo. Uccidere oppure essere uccisi o, ancora peggio, diventare schiavi. Questo dilemma non ci fu per Leena e le altre ragazze Lotta, ma spesso finirono uccise o gravemente ferite, o morirono congelate, e dovettero spesso assistere impotenti alla morte di tanti ragazzi che fino a poco tempo prima lavoravano, cacciavano, studiavano e ballavano con loro nelle feste di paese.
Come disse il comandante delle forze armate finlandesi e futuro presidente, Carl Gustaf Mannerheim: Il popolo finlandese ha dimostrato che una nazione unita, anche modesta per dimensioni, può dare prova di una capacità di combattere senza precedenti. Il popolo finlandese ha conquistato il diritto di vivere nell’indipendenza, in seno alla famiglia dei popoli liberi.
In seguito la Finlandia dovettere combattere ancora due guerre: la Guerra di Continuazione (1941-1944), in cui si alleò con i tedeschi (senza tuttavia entrare nel patto d’acciaio e nell’Asse) per combattere contro l’URSS e riprendere i territori strappati da Stalin, ma senza partecipare attivamente all’operazione Barbarossa (Mannerheim rifiutò anche di partecipare all’assedio di Leningrado, nonostante si trovasse a pochi chilometri), e la Guerra di Lapponia (1944-1945), in cui invece combatté contro i tedeschi (il film Sisu è ambientato proprio in questo periodo).
Un romanzo da leggere, soprattutto in un’epoca come questa, in cui la libertà e la democrazia sono minacciate anche in Europa.


L'edizione da noi considerata è:
Olivier Norek
I guerrieri d’inverno
Rizzoli, 2006
 



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