CLASSICI
Alfredo Ronci
Quando si crede di andare ‘oltre’: “Le stelle fredde” di Guido Piovene.

Riporto, parola per parola, quello che uno dei critici più in vista, e da noi spesso citati, e cioè Giorgio Bàrberi Squarotti, disse nella sua Narrativa italiana del dopoguerra, a proposito degli esordi letterari di Guido Piovene: Ci sono, nelle Lettere di una novizia, tutta l’eredità di un cattolicesimo veneto come gusto delle commistioni ambigue della religione e dei sensi, e il piacere delle analisi delle eccitazioni insolite, rare, preziose, e il compromesso del moralista che scruta tutto ciò sentendovisi impegnato, coinvolto, senza distacco e il non prendere decisione, il voler vedere le cose da troppi punti di vista a costo di perderne il senso e di dissolverne il giudizio, e un descrittivismo morbido degli aspetti fisici del mondo: ma non c’è mai una scelta che si opponga a tutto questo, l’ideologia di Piovene è costituita proprio dalla decisione di strutturare il suo mondo con l’ambiguità, dopo averle messo davanti il segno positivo di momento epico.
Ho riportato, quasi interamente, le parole e le idee di Bàrberi Squarotti per tentare di dare un senso all’intera produzione letteraria di Piovene, perché secondo i più (sì, diciamo i critici), dello scrittore vicentino si delineano due correnti ben precise: la prima fa riferimento esclusivamente a Lettere di una novizia (anche se poi ce ne sono altre di storie dopo l’esordio), la seconda comprende invece la produzione più recente dove però alla testa di questa corrente c’è proprio il romanzo che andiamo a menzionare, Le stelle fredde.
Ci sono invece pochi critici che non danno seguito a tale credenza e notano invece una più che evidente rassomiglianza tra il primo periodo ed il secondo. Ora bisogna dire che il commento di Bàrberi Squarotti esclude la seconda corrente semplicemente perché il libro, Narrativa italiana del dopoguerra è del 1968, quando invece la produzione sotto osservazione di Piovene parte soprattutto con Le stelle fredde del 1970.
Ma al di là di certe sottigliezze è davvero sicuro che nella letteratura di Piovene l’aspetto indefinibile dell’esistenza, ancora di più il legame tra l’essere vivo e l’essere morto, o ancor meglio, l’essere ritenuto vivo e l’essere non propriamente morto, sia l’elemento determinante di un uomo che, nonostante tutto e soprattutto agli inizi, raccoglieva l’eredità di un cattolicesimo veneto?
La trama de Le stelle fredde è davvero particolare: il protagonista lascia la città dove lavora e dove è vissuto per anni accanto a una donna che da poco lo ha abbandonato, per raggiungere in campagna la casa avuta in eredità dal nonno.
E in questa casa succedono degli strani avvenimenti. A parte le incomprensioni tra il nonno e il nipote sul mantenimento della casa, un abitante del luogo, che nutriva verso il protagonista un antico rancore, tenta di ucciderlo, e viene a sua volta ucciso in circostanze misteriose. Sospettato di aver sparato al suo attentatore, l’uomo si nasconde nel verde, ma tra questo ambiente incontra un poliziotto-filosofo e un enigmatico personaggio che parrebbe un idiota girovago e invece è un resuscitato Fedor Dostoevskij, tornato dall’al di là.
Inizia tra i tre una serie di considerazioni sul rapporto tra vivi e morti… La causa principale di quel dibattito perpetuo era lo sciogliersi e il dileguarsi dei corpi. Alcuni sostenevano che non era una vera morte. Secondo loro i corpi rinascevano una terza volta e in un terzo mondo, che non si poteva descrivere, mancandone ogni esperienza e qualsiasi rivelazione.
E ancora… se abbiamo continuato a vivere oltre la morte, è segno che siamo immortali, e che vivremo sempre; oppure: Non abbiamo vinto la morte, siamo essere inebetiti che finiscono di morire.
Onestamente da questo prolasso di considerazioni non se ne esce, qualcuno ha detto che dal rifiuto del quotidiano alla freddezza, dal disamore alla fuga, il protagonista arriva a contemplare quella luminosa sfera di fantasmi che è l’Universo.
O della serie: tutto e il contrario di tutto per non approdare a nulla e rimanere incastrati in un limbo fantasmatico di letteratura. Che per alcuni può sembrare classico.
L’edizione da noi considerata è:
Guido Piovene
Le stelle fredde
Mondadori
Ho riportato, quasi interamente, le parole e le idee di Bàrberi Squarotti per tentare di dare un senso all’intera produzione letteraria di Piovene, perché secondo i più (sì, diciamo i critici), dello scrittore vicentino si delineano due correnti ben precise: la prima fa riferimento esclusivamente a Lettere di una novizia (anche se poi ce ne sono altre di storie dopo l’esordio), la seconda comprende invece la produzione più recente dove però alla testa di questa corrente c’è proprio il romanzo che andiamo a menzionare, Le stelle fredde.
Ci sono invece pochi critici che non danno seguito a tale credenza e notano invece una più che evidente rassomiglianza tra il primo periodo ed il secondo. Ora bisogna dire che il commento di Bàrberi Squarotti esclude la seconda corrente semplicemente perché il libro, Narrativa italiana del dopoguerra è del 1968, quando invece la produzione sotto osservazione di Piovene parte soprattutto con Le stelle fredde del 1970.
Ma al di là di certe sottigliezze è davvero sicuro che nella letteratura di Piovene l’aspetto indefinibile dell’esistenza, ancora di più il legame tra l’essere vivo e l’essere morto, o ancor meglio, l’essere ritenuto vivo e l’essere non propriamente morto, sia l’elemento determinante di un uomo che, nonostante tutto e soprattutto agli inizi, raccoglieva l’eredità di un cattolicesimo veneto?
La trama de Le stelle fredde è davvero particolare: il protagonista lascia la città dove lavora e dove è vissuto per anni accanto a una donna che da poco lo ha abbandonato, per raggiungere in campagna la casa avuta in eredità dal nonno.
E in questa casa succedono degli strani avvenimenti. A parte le incomprensioni tra il nonno e il nipote sul mantenimento della casa, un abitante del luogo, che nutriva verso il protagonista un antico rancore, tenta di ucciderlo, e viene a sua volta ucciso in circostanze misteriose. Sospettato di aver sparato al suo attentatore, l’uomo si nasconde nel verde, ma tra questo ambiente incontra un poliziotto-filosofo e un enigmatico personaggio che parrebbe un idiota girovago e invece è un resuscitato Fedor Dostoevskij, tornato dall’al di là.
Inizia tra i tre una serie di considerazioni sul rapporto tra vivi e morti… La causa principale di quel dibattito perpetuo era lo sciogliersi e il dileguarsi dei corpi. Alcuni sostenevano che non era una vera morte. Secondo loro i corpi rinascevano una terza volta e in un terzo mondo, che non si poteva descrivere, mancandone ogni esperienza e qualsiasi rivelazione.
E ancora… se abbiamo continuato a vivere oltre la morte, è segno che siamo immortali, e che vivremo sempre; oppure: Non abbiamo vinto la morte, siamo essere inebetiti che finiscono di morire.
Onestamente da questo prolasso di considerazioni non se ne esce, qualcuno ha detto che dal rifiuto del quotidiano alla freddezza, dal disamore alla fuga, il protagonista arriva a contemplare quella luminosa sfera di fantasmi che è l’Universo.
O della serie: tutto e il contrario di tutto per non approdare a nulla e rimanere incastrati in un limbo fantasmatico di letteratura. Che per alcuni può sembrare classico.
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