CLASSICI
Alfredo Ronci
Libro fatto di un unico periodo: “L’elisir di mezzanotte” di Francesco Serrao.

Sono nato a Roma il 1 luglio 1946, un giorno di sole atroce su cui pesava ancora l’incubo di luna piena della notte precedente.
Ho vissuto i primi quattro anni in un piccolo paese della Calabria, Palmi.
Mi sento attratto verso il mondo del mistero, della luna, dei gufi, dei balocchi magici che vivono di luce propria e non fanno male a nessuno.
Adoro mia madre: forse è una fata.
Il mio migliore amico è un grosso gatto persiano di nome Spumone.
Ecco come si presenta agli eventuali lettori di L’elisir di mezzanotte Francesco Serrao. E’ una bella descrizione che per noi, però, ha un’importanza particolare: espone, in breve, alcune delle caratteristiche della sua opera (che qui è in prosa, anche se, vedremo, prosa del tutto particolare, ma che poi si esporrà in poesia). Che sono: il mondo del mistero, della luna, dei gufi, dei balocchi magici.
Intendiamoci: non è che questi quattro elementi siano determinanti per entrare nel mondo artistico di Serrao, ma nella moltitudine espressiva delle parole che determina questo romanzo, è parte di una unità che fino ad un certo punto ci si convince di capire.
Il libro è fatto di un unico periodo, come dice la quarta di copertina… nelle cui pieghe ricordi, sogni, fantasie e esperienze di cose convenzionalmente più reali si combinassero e intrecciassero inestricabilmente, come nelle notti e nei giorni e il cui vasto edificio di proposizioni dipendenti fosse sostenuto da una celata principale, banale e tautologica come il fatto stesso che il mondo e la Scrittura esistono.
Si è tentato anche di ricercare dei maestri dell’arte di Serrao, maestri però che sin dall’inizio appaiono come deboli patrocinatori. Nell’introduzione a questo libro, il curatore della introduzione, che noi pensiamo essere Giovanni Mariotti, che era il direttore della biblioteca blu, e non Franco Maria Ricci scriveva: Cogliamo qui, combattuti tuttavia e arginati, come nella variante che esclude immobile e perciò stesso enigmatica del Servo, i primi sintomi del moderno defluire della scrittura dai territori del romanzo a quelli del testo. (…) Riflessioni liminari che sembrano convenire a una presentazione del giovine, del caro, dell’inaudito Francesco Serrao.
Non portiamo gli estratti che da l’introduttore, anche se per una corretta sintesi del passo precedente diciamo che era Gustav Flaubert, ma capiamo che in realtà nel quasi eccesso di precisione s’introduce in realtà la regola vaporosa della fantasticheria.
Siamo seri: è impossibile trovare una trama ne L’elisir di mezzanotte. Dei luoghi comuni del linguaggio e della letteratura Serrao riesce a fare un uso lirico, e non semplicemente virato al comico e quello che ne fuoriesce è un quadro complesso di realtà, di sogni, d’invenzione, e come si diceva prima, di fantasticheria.
All’inizio poteva sembrare che la trama potesse riguardare il rapporto d’amore tra il protagonista e Maddalena, una ragazza del luogo… mentre io e lei, la morbida fanciulla senza né età, né problemi, ci eravamo rincorsi lungo i fianchi del monte provando financo a dare fuoco ai campi come all’amore, senza che questi ne manifestasse bisogno alcuno, finché poi non ci ritrovammo spossati e sudati, ma contenti, dentro certi fienili fuori mano che il caso, aiutato anche dal fatto che la gente referiva in quel triste autunno senza vita, il mare e la scogliera, ci aveva come per dire sorridente così messo a disposizione a metà strada tra la fatica e la voglia di stringersi su di un elemento che non fosse solo la nuda terra.
Ma tra sogni, invenzioni e chissà che altro, sfuma anche quella piccola pretesa di entrare nel centro dell’armonia di Francesco Serrao.
L’edizione da noi considerata è:
Francesco Serrao
L’elisir di mezzanotte
Franco Maria Ricci editore
Ho vissuto i primi quattro anni in un piccolo paese della Calabria, Palmi.
Mi sento attratto verso il mondo del mistero, della luna, dei gufi, dei balocchi magici che vivono di luce propria e non fanno male a nessuno.
Adoro mia madre: forse è una fata.
Il mio migliore amico è un grosso gatto persiano di nome Spumone.
Ecco come si presenta agli eventuali lettori di L’elisir di mezzanotte Francesco Serrao. E’ una bella descrizione che per noi, però, ha un’importanza particolare: espone, in breve, alcune delle caratteristiche della sua opera (che qui è in prosa, anche se, vedremo, prosa del tutto particolare, ma che poi si esporrà in poesia). Che sono: il mondo del mistero, della luna, dei gufi, dei balocchi magici.
Intendiamoci: non è che questi quattro elementi siano determinanti per entrare nel mondo artistico di Serrao, ma nella moltitudine espressiva delle parole che determina questo romanzo, è parte di una unità che fino ad un certo punto ci si convince di capire.
Il libro è fatto di un unico periodo, come dice la quarta di copertina… nelle cui pieghe ricordi, sogni, fantasie e esperienze di cose convenzionalmente più reali si combinassero e intrecciassero inestricabilmente, come nelle notti e nei giorni e il cui vasto edificio di proposizioni dipendenti fosse sostenuto da una celata principale, banale e tautologica come il fatto stesso che il mondo e la Scrittura esistono.
Si è tentato anche di ricercare dei maestri dell’arte di Serrao, maestri però che sin dall’inizio appaiono come deboli patrocinatori. Nell’introduzione a questo libro, il curatore della introduzione, che noi pensiamo essere Giovanni Mariotti, che era il direttore della biblioteca blu, e non Franco Maria Ricci scriveva: Cogliamo qui, combattuti tuttavia e arginati, come nella variante che esclude immobile e perciò stesso enigmatica del Servo, i primi sintomi del moderno defluire della scrittura dai territori del romanzo a quelli del testo. (…) Riflessioni liminari che sembrano convenire a una presentazione del giovine, del caro, dell’inaudito Francesco Serrao.
Non portiamo gli estratti che da l’introduttore, anche se per una corretta sintesi del passo precedente diciamo che era Gustav Flaubert, ma capiamo che in realtà nel quasi eccesso di precisione s’introduce in realtà la regola vaporosa della fantasticheria.
Siamo seri: è impossibile trovare una trama ne L’elisir di mezzanotte. Dei luoghi comuni del linguaggio e della letteratura Serrao riesce a fare un uso lirico, e non semplicemente virato al comico e quello che ne fuoriesce è un quadro complesso di realtà, di sogni, d’invenzione, e come si diceva prima, di fantasticheria.
All’inizio poteva sembrare che la trama potesse riguardare il rapporto d’amore tra il protagonista e Maddalena, una ragazza del luogo… mentre io e lei, la morbida fanciulla senza né età, né problemi, ci eravamo rincorsi lungo i fianchi del monte provando financo a dare fuoco ai campi come all’amore, senza che questi ne manifestasse bisogno alcuno, finché poi non ci ritrovammo spossati e sudati, ma contenti, dentro certi fienili fuori mano che il caso, aiutato anche dal fatto che la gente referiva in quel triste autunno senza vita, il mare e la scogliera, ci aveva come per dire sorridente così messo a disposizione a metà strada tra la fatica e la voglia di stringersi su di un elemento che non fosse solo la nuda terra.
Ma tra sogni, invenzioni e chissà che altro, sfuma anche quella piccola pretesa di entrare nel centro dell’armonia di Francesco Serrao.
L’edizione da noi considerata è:
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L’elisir di mezzanotte
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