RECENSIONI
Franz Bartelt
Il femore di Rimbaud
Prehistorica Editore, Pag. 236 Euro 18.00
I casi della vita. Preparavo per la rivista la presentazione del duo francese Boileau-Narsejac e quindi anche del noir francese quando arriva alla nostra redazione questo libro di Franz Bartelt, autore a me sconosciuto anche se sono molto preparata nel noir in generale (me lo dicono tutti, non sono io che faccio la falsa modesta).
Perché ho scritto i casi della vita. Semplicemente perché Franz Bartelt è un francese e secondo quanto detto da chi ha curato il volume, continuerebbe, anche se in modo molto particolare ed ironico, la grande tradizione del giallo transalpino.
Per capire appunto l’ironia e la particolarità del libro mi avvio ad un rapido excursus della trama: Majésu Monroe (sì come la Marylin) fa il rigattiere, propone alla clientela oggetti strani appartenuti a celebrita (qualche esempio? Un ritratto di Cristo a matita o un calzino bucato di Rimbaud, … e mi fermo qui). Ad un certo punto fa la conoscenza di Noème, una giovane ragazza, figlia di una coppia ricchissima, e s’innamora di lei (che per conquistarla afferma di aver ucciso un capitalista, ma pare non sia vero…) ed è pure ricambiato. Quando i due decidono insieme di organizzare l’omicidio dei genitori di lei, la vecchia coppia muore in un incidente aereo lasciando tutti gli averi (tanti, forse troppi) alla figlia che improvvisamente cambia strada e dice di essere convinta di divorziare da Majésu Monroe.
Può bastare (anche se dalla morte dei genitori di Noème ne succedono delle belle, o forse delle brutte). Qual è a questo punto il giudizio di una come me che ha letto migliaia di gialli/noir e che ad un certo punto ha anche stilato una classifica dei migliori scrittori di genere? Il giudizio è facile: la tradizione del giallo francese la si mantiene con una storia che avrebbe fatto la felicità (nel cinema) di Louis de Funès. C’è tutto e di più, ma anche una mancanza di energia che all’ultimo momento ci fa capire che della soluzione finale importi anche poco e che tutto si gioca con lo stile assolutamente sarcastico ed ironico di Bartelt.
Scritto nel 2013 è un giallo-noir dove il tempo sembra essersi fermato, dove non c’è nessun elemento che ci faccia capire dove esattamente siamo eppure tutto scorre e qualche volta ci si diverte pure.
di
Perché ho scritto i casi della vita. Semplicemente perché Franz Bartelt è un francese e secondo quanto detto da chi ha curato il volume, continuerebbe, anche se in modo molto particolare ed ironico, la grande tradizione del giallo transalpino.
Per capire appunto l’ironia e la particolarità del libro mi avvio ad un rapido excursus della trama: Majésu Monroe (sì come la Marylin) fa il rigattiere, propone alla clientela oggetti strani appartenuti a celebrita (qualche esempio? Un ritratto di Cristo a matita o un calzino bucato di Rimbaud, … e mi fermo qui). Ad un certo punto fa la conoscenza di Noème, una giovane ragazza, figlia di una coppia ricchissima, e s’innamora di lei (che per conquistarla afferma di aver ucciso un capitalista, ma pare non sia vero…) ed è pure ricambiato. Quando i due decidono insieme di organizzare l’omicidio dei genitori di lei, la vecchia coppia muore in un incidente aereo lasciando tutti gli averi (tanti, forse troppi) alla figlia che improvvisamente cambia strada e dice di essere convinta di divorziare da Majésu Monroe.
Può bastare (anche se dalla morte dei genitori di Noème ne succedono delle belle, o forse delle brutte). Qual è a questo punto il giudizio di una come me che ha letto migliaia di gialli/noir e che ad un certo punto ha anche stilato una classifica dei migliori scrittori di genere? Il giudizio è facile: la tradizione del giallo francese la si mantiene con una storia che avrebbe fatto la felicità (nel cinema) di Louis de Funès. C’è tutto e di più, ma anche una mancanza di energia che all’ultimo momento ci fa capire che della soluzione finale importi anche poco e che tutto si gioca con lo stile assolutamente sarcastico ed ironico di Bartelt.
Scritto nel 2013 è un giallo-noir dove il tempo sembra essersi fermato, dove non c’è nessun elemento che ci faccia capire dove esattamente siamo eppure tutto scorre e qualche volta ci si diverte pure.
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