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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

André Bazin

Jean Renoir

Mimesis Cinema, Pag. 256 Euro 22,00
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Mimesis manda in stampa la ben nota monografia che André Bazin dedicò al grande Jean Renoir, autore ad avviso di chi scrive e di molti altri di un film, La regola del gioco, che non potrebbe mancare nella lista dei dieci film imperdibili della storia. François Truffaut definì l'opera di Bazin «il miglior libro di cinema scritto dal miglior critico sul miglior regista». L'edizione presenta una lunga introduzione di Michele Bertolini ed è accompagnata da una filmografia le cui schede portano firme illustri, non solo Truffaut, ma Jacques Rivette, Eric Rohmer, Jean-Luc Godard.

Materiale estratto da un numero dei 'Cahiers du Cinéma', uno speciale del 1957 – della rivista Bazin fu tra i fondatori. Gli appassionati sapranno che il lavoro di Bazin restò incompiuto, e questa incompiutezza pare però definire nella sua indefinitezza "transitoria" una specie di significato simbolico: la sua teoria critica storicamente risulta essere un collante fra il cinema di Renoir e la successiva Nouvelle Vague di cui i Cahiers furono l'ala concettuale.

Bazin divide l'opera di Renoir in una serie di momenti capitali, partendo dal muto e passando per gli anni del Fronte Popolare, fino all'esperienza americana, tenendo in qualche modo ferma la barra del "realismo" ma declinandone la nozione attraverso vie impensabili alla mera "rappresentazione della realtà" (cosa che peraltro certa critica, specie italiana, per anni non ha capito, arrivando a considerare questo lavoro come un'"apologia" - il che dice che se il ridicolo è tale sempre, quello della critica raggiunge vertici insuperabili).

Mai riproduzione ma sempre invenzione, dunque. Prendiamo appunto La regola del gioco. Difficilmente come in questo film il cinema è riuscito a dare l'idea di una totalità del vivere e della scena in cui è sussunto: teatro e natura si confondono, com'è della vita "vera". Questo coglie Bazin, una sorta di teleologia del cinema (ricorda Bertolini): il realismo non è che il nome più approssimativo di una moltiplicazione delle soluzioni stilistiche, della superfetazione del linguaggio, per dire il mondo nella maniera più compiuta possibile. Ma mai esaustiva: è un "realismo" che sa di essere impossibile.

"Un'opera che si deve rivedere come si riascolta una sinfonia" scrive Bazin, "una composizione che si rivela poco a poco (...) intreccio di richiami, di allusioni, di corrispondenze". Renoir gioca a sua volta, il titolo lo dice persino in modo didascalico ma il suo film è l'opposto della didascalia. Il gioco è l'esistenza (e la sua percezione): caos di pulsioni, passioni, menzogne che sono però il solo mondo che abbiamo. Lo sanno bene i protagonisti della storia – anche se fingono il contrario... - confinati in una villa alto-borghese durante una battuta di caccia.

Come loro, noi spettatori viviamo fuori e dentro lo schermo, mondo-struttura mobile e geometrico che ha le sue regole (il lavoro stesso di Renoir è sempre passibile di trasformazioni in corsa). Il gioco non solo è serio: il gioco è il mondo ("la crudeltà è oggettiva", scrive Bazin, a proposito di un altro film, Il fiume). Il piano-sequenza lo abbraccia e lo ricrea, sconfinando sempre nel fuori – il fuori che è la stessa luce o lo stesso rumore di fondo pronti a entrare in qualsiasi momento nella nostra vita, che ne fa parte nonostante tutti i sistemi difensivi messi in atto per arginarla. E qui, fuori dal mondo-teatro in cui si muovono i personaggi, il rumore che minaccia di esplodere in una deflagrazione definitiva è quello della guerra. Non v'è nessuna cornice alla maniera pittorica nel cinema di Renoir letto da Bazin: "ciò che mostra trae il suo valore da quello che nasconde". Contempla la visione, va da sé, ma altrettanto ciò che le sfugge. Un cinema che non "fissa" mai niente per sempre: e nemmeno la realtà lo fa.



di Michele Lupo


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