RECENSIONI
Robert R. Mc Cammon
La maledizione degli Usher
Gargoyle books, Pag. 486 Euro 17.50
Scrive Gianfranco Manfredi nell'introduzione: Quando, dunque, McCammon decide di scrivere Usher's Passing, non lo fa assolutamente perché sia convinto del potenziale commerciale di una exploitation di Poe. Anzi, è ben consapevole che in quel momento l'idea rischia di risultare del tutto fuori moda: è della nuova generazione di scrittori e di cineasti horror americani che si sta parlando in tutto il mondo. L'epoca dei film di Roger Corman dedicati ad Edgar Allan Poe è finita da un pezzo. Richiami a quel tipo di tradizione sembrano quindi destinati ad apparire datati, e lavori che vogliono ispirarvisi, destinati alla sconfitta sul mercato...
Quindi McCammon (autore, tra l'altro, spesso frequentato dalla Gargoyle, soprattutto per le sue opere degli anni ottanta) che fa? Sceglie una via di mezzo (e credo fosse l'unica): mantiene l'impalcatura della storia di Poe (dobbiamo dire ai più sprovveduti che Poe pubblicò un racconto dal titolo: Il crollo di casa Usher?) ma con intenti e suggestioni diverse.
Poe scrisse il suo racconto nel tentativo di rappresentare la decadenza dell'aristocrazia (nel caso specifico una famiglia aristocratica di musicisti); McCammon pur tracciando una vera e prorpia saga degli Usher, dalle origini fino ai nostri giorni (e quindi affrontando anche il periodo della crisi del '29), si limita (perché crediamo che la critica sociale non sia nelle sue corde... e questo appunto, per carità, non vuole essere elemento discriminante) ad una scelta più marcatamente horror-fantastica: quella di raccontare di una malattia che si trasmette tra i vari componenti della famiglia, una vera e propria tara, condita con elementi che vanno dal perturbante, come avrebbe detto Freud, fino al vampirismo-cannibalismo.
Attenzione: La maledizione degli Usher risale al 1984, quindi in qualche modo è capostipite di un certo modo di intendere la tradizione fantastica (McCammon è sempre stato considerato una sorta di contraltare allo strapotere letterario e mediatico di King, definito addirittura il King del sud per via delle sue origini in quel di Alabama), ma nello stesso tempo è lungi dalle propaggini e dalle derive nel nuovo corso 'di genere' che la letteratura d'oltreoceano, spinta anche da una rappresentatività catodica che ha influenzato la stessa scrittura, ha inserito nelle trame.
Insomma, McCammon non è Poe (e nessuno gli avrebbe chiesto di esserlo), ma è ancora saldamente legato ai canoni del fantastico più classico: nella rappresentazione della casa degli Usher e soprattutto nella Loggia ci vedo 'splendere' i riferimenti ad un capolavoro, troppo spesso dimenticato e per certi versi sottostimato, che è I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe.
McCammon è furbo: ha mischiato tradizione gotica e grandguignol, vampirismo e cannibalismo, il fittizio e il non reale (perché non vedere nel bastone simbolo della famiglia Usher un elemento magico che starebbe bene nelle avventure di Harry Potter?), ma nello stesso tempo lo ha fatto con garbo e studiata professionalità. Si direbbe, nell'accezione più positiva del termine, con spirito artigiano. Credo che i lettori se ne accorgeranno, preferendolo, i più smaliziati, alle superficiali 'sottostrutture' meyeriane.
di Alfredo Ronci
Quindi McCammon (autore, tra l'altro, spesso frequentato dalla Gargoyle, soprattutto per le sue opere degli anni ottanta) che fa? Sceglie una via di mezzo (e credo fosse l'unica): mantiene l'impalcatura della storia di Poe (dobbiamo dire ai più sprovveduti che Poe pubblicò un racconto dal titolo: Il crollo di casa Usher?) ma con intenti e suggestioni diverse.
Poe scrisse il suo racconto nel tentativo di rappresentare la decadenza dell'aristocrazia (nel caso specifico una famiglia aristocratica di musicisti); McCammon pur tracciando una vera e prorpia saga degli Usher, dalle origini fino ai nostri giorni (e quindi affrontando anche il periodo della crisi del '29), si limita (perché crediamo che la critica sociale non sia nelle sue corde... e questo appunto, per carità, non vuole essere elemento discriminante) ad una scelta più marcatamente horror-fantastica: quella di raccontare di una malattia che si trasmette tra i vari componenti della famiglia, una vera e propria tara, condita con elementi che vanno dal perturbante, come avrebbe detto Freud, fino al vampirismo-cannibalismo.
Attenzione: La maledizione degli Usher risale al 1984, quindi in qualche modo è capostipite di un certo modo di intendere la tradizione fantastica (McCammon è sempre stato considerato una sorta di contraltare allo strapotere letterario e mediatico di King, definito addirittura il King del sud per via delle sue origini in quel di Alabama), ma nello stesso tempo è lungi dalle propaggini e dalle derive nel nuovo corso 'di genere' che la letteratura d'oltreoceano, spinta anche da una rappresentatività catodica che ha influenzato la stessa scrittura, ha inserito nelle trame.
Insomma, McCammon non è Poe (e nessuno gli avrebbe chiesto di esserlo), ma è ancora saldamente legato ai canoni del fantastico più classico: nella rappresentazione della casa degli Usher e soprattutto nella Loggia ci vedo 'splendere' i riferimenti ad un capolavoro, troppo spesso dimenticato e per certi versi sottostimato, che è I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe.
McCammon è furbo: ha mischiato tradizione gotica e grandguignol, vampirismo e cannibalismo, il fittizio e il non reale (perché non vedere nel bastone simbolo della famiglia Usher un elemento magico che starebbe bene nelle avventure di Harry Potter?), ma nello stesso tempo lo ha fatto con garbo e studiata professionalità. Si direbbe, nell'accezione più positiva del termine, con spirito artigiano. Credo che i lettori se ne accorgeranno, preferendolo, i più smaliziati, alle superficiali 'sottostrutture' meyeriane.
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