RECENSIONI
Benjamin Labatut
Quando abbiamo smesso di capire il mondo
Gli Adelphi, Traduzione di Lisa Topi, Pag. 180 Euro 12.00
Prima o poi bisognava farlo. Labatut, nato a Rotterdam, ma residente in Cile, deve essere a tutti i costi considerato. Sì perché i suoi libri hanno molto successo e perché, letterariamente, lo scrittore è pieno di inestimabile intuito.
Già reduce dal successo di Maniac e, soprattutto per noi lettori di letteratura, La pietra della follia, Adelphi ci ripropone questo Quando abbiamo smesso di capire il mondo perché in qualche modo riapre e chiude i discorsi che aveva fatto nelle precedenti sortite, ma mi sorge un dubbio: chi mai accidenti ha voluto tradurre il libro con questo titolo ignorando l’originale Un verdor terrible che in qualche modo è molto più lineare e comprensivo di quello italiano (tanto per intenderci, verdor è una specie di colore tipico delle piante verdi).
Lasciamo perdere i titoli e veniamo al libro. Le centottanta pagine del testo riguardano essenzialmente le scoperte di fisica e astronomia realizzate da alcuni scienziati, forse meglio dire geni, che dagli anni venti in poi (venti del novecento, ovviamente) hanno rivoluzionato il campo. Posso anche citarli, ma è sicuro che ognuno di voi che legge questa recensione è in grado poi di classificarli a dovere?
Allora: Albert Einstein, ovviamente (ma in forma meno presente di altri), Karl Schwarzschid, Shinichi Mochizuki, Alexander Grothendieck, Erwin Schrodinger (chi non conosce la storia del gatto?), Karl Heisenberg ecce cc.
Sì, si parla delle loro teorie, dei loro veri e propri disfacimenti fisici, ma soprattutto della loro incredibile vita. Della serie. Il peggiore c’ha la rogna. Ma c’è una spiegazione anche per questo. Nelle pagine finali del libro, meglio, nei ringraziamenti che Labatut ha rivolto a molti personaggi, soprattutto nel settore della fisica e astronomia, lo scrittore avverte il lettore dicendo: Questa è un’opera di finzione basata su fatti reali.
Ecco dunque il vero il vero dilemma del libro: ma come faceva Labatut (lo so, è una mia personale considerazione) a sapere quante volte un genio andasse a cagare, quante volte si masturbasse e quante volte, con una condizione fisica al limite del disfacimento, confessasse a se stesso che si era innamorato?
Si scherza, ma non si scherza. E’ per questo che questo libro, pur riportando teorie che non tutti possono comprendere, è sfizioso e pure interessante.
Sì, prima o poi bisognava interessarsi di Labatut.
di Alfredo Ronci
Già reduce dal successo di Maniac e, soprattutto per noi lettori di letteratura, La pietra della follia, Adelphi ci ripropone questo Quando abbiamo smesso di capire il mondo perché in qualche modo riapre e chiude i discorsi che aveva fatto nelle precedenti sortite, ma mi sorge un dubbio: chi mai accidenti ha voluto tradurre il libro con questo titolo ignorando l’originale Un verdor terrible che in qualche modo è molto più lineare e comprensivo di quello italiano (tanto per intenderci, verdor è una specie di colore tipico delle piante verdi).
Lasciamo perdere i titoli e veniamo al libro. Le centottanta pagine del testo riguardano essenzialmente le scoperte di fisica e astronomia realizzate da alcuni scienziati, forse meglio dire geni, che dagli anni venti in poi (venti del novecento, ovviamente) hanno rivoluzionato il campo. Posso anche citarli, ma è sicuro che ognuno di voi che legge questa recensione è in grado poi di classificarli a dovere?
Allora: Albert Einstein, ovviamente (ma in forma meno presente di altri), Karl Schwarzschid, Shinichi Mochizuki, Alexander Grothendieck, Erwin Schrodinger (chi non conosce la storia del gatto?), Karl Heisenberg ecce cc.
Sì, si parla delle loro teorie, dei loro veri e propri disfacimenti fisici, ma soprattutto della loro incredibile vita. Della serie. Il peggiore c’ha la rogna. Ma c’è una spiegazione anche per questo. Nelle pagine finali del libro, meglio, nei ringraziamenti che Labatut ha rivolto a molti personaggi, soprattutto nel settore della fisica e astronomia, lo scrittore avverte il lettore dicendo: Questa è un’opera di finzione basata su fatti reali.
Ecco dunque il vero il vero dilemma del libro: ma come faceva Labatut (lo so, è una mia personale considerazione) a sapere quante volte un genio andasse a cagare, quante volte si masturbasse e quante volte, con una condizione fisica al limite del disfacimento, confessasse a se stesso che si era innamorato?
Si scherza, ma non si scherza. E’ per questo che questo libro, pur riportando teorie che non tutti possono comprendere, è sfizioso e pure interessante.
Sì, prima o poi bisognava interessarsi di Labatut.
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