CLASSICI
Alfredo Ronci
Surrealismo eppure no. “Il fanalino della Battimonda” di Antonio Delfini.

Delfini era nato scrittore nel senso in cui si dice che si è nati con la penna in mano; scrivere era per lui un bisogno, una necessità fisiologica, un’estensione corporea. Scrivere era per Delfini una secrezione.
In qualche modo lo presenta così Cesare Garboli nell’introduzione a questa seconda edizione del Fanalino, dico in qualche modo perché sono anche altre e fondamentali le cose che lo scrittore e saggista ci dice su Delfini, e soprattutto su quella che tutt’ora viene considerata un’opera surrealista, ma di un surrealismo (chissà se la definizione di Garboli sarebbe piaciuta a Delfini) che proprio perché tiene conto dei desideri e delle convinzione dell’autore, si sposta un poco da quello che invece è detto e scritto: Il surrealismo di Delfini non ha quasi nulla di culturale o intellettuale, niente di “astratto”. Nasce dal basso, dalla fisiologia, non dalla cultura. Non assomiglia né all’Italia magica (e fascista) inventata dalle ideologie ‘900 e bene impacchettata da Bontempelli, né al surrealismo di scuola (non dico scolastico) di Savinio, o a quello nero e sofisticato di Landolfi. Il surrealismo di Delfini sa di farina e di campagna, sprigiona odori forti. E’ un surrealismo saporoso.
Certo quando comincia a scrivere Il fanalino della battimonda Delfini è reduce da un viaggio a Parigi, terra che praticamente ha inventato il surrealismo, e per non essere impreparato comprò diversi libri, il Manifesto surrealista, qualcosa di Eluard, Maxxime Alexandre, Aragon ecc.
Ma già da allora, pur aderendo, almeno così credeva, al movimento surrealista sentiva che comunque mancava di qualcosa. Lo stesso titolo del romanzo, così scriveva, era del tutto improvvisata… Il titolo del Fanalino è assolutamente arbitrario e non dovrebbe avere, se non l’acquisterà, alcun significato. Così in definitiva, anche il testo, del quale ero interamente distaccato, come autore, nelle ore in cui lo scrivevo.
Dunque Delfini si ritiene, a quel tempo, completamente distaccato o forse, come poi avrebbe suggerito lui stesso, del tutto o quasi distaccato. Allora perché scrisse Il fanalino della Battimonda?
Dice: La prima parte di questo racconto, presumibilmente automatico, è stata scritta in una sera del gennaio 1933; la seconda, la sera del 14 novembre 1934. Luogo: il salotto rosso al piano di casa Delfini sul corso Canalgrande n.21, di fronte alla chiesa di S.Vincenzo in Modena.
E’ l’incipit che noi lettori leggiamo a proposito del Fanalino… e crediamo, non facendo del male a nessuno, che già questa impostazione sembra più un compitino dattiloscritto che non la summa di un’opera che lui stesso, poi, avrebbe parzialmente rifiutato.
E nemmeno la trama, se essa davvero esiste, può essere ridotta a qualcosa di comprensibile, tanto che negli innumerevoli cenni all’opera fatti anche da critici ed intellettuali del tempo, più che parlare di una vicenda, si parla di come Delfini avesse in mente un caos, peccato originale della letteratura.
(Certo si può parlare, molto indicativamente, di due personaggi, di cui uno, che poi sarebbe lo stesso Delfini, di nome Ludovis – il mercante ebreo rinnegato – e la necessità di prendere possesso di una sorta di casolare ed alcune considerazioni prese qua e là, nel turbinio vocale della storia tipo… Mi piacerebbe conoscere un ulivo. Io dormo, dormo con una vivacità di ragazzo maleducato che ha paura del mondo, oppure un curioso ‘tratteggio’ psicosessuale… Quanto sono volgari le donne a dire “omo”. - Amo direi – sopraggiunse Ludovis dai suoi astrali concetti. – In senso di pesca può andare. – In quale altro senso, mi domando; poiché ci sarebbe, è vero, un altro significato, se significato può avere quella cosa pietosa alla quale non abbasseremo mai il nostro livello.)
Nasce così l’Accademia degli Informi, di cui Delfini è il capo conclamato. L’Accademia non ha sede, non ha statuti, non ha corpo accademico. E’ possibile solo esserne espulsi. I suoi canoni non consentono d’individuare la perfezione della perfezione, ma soltanto di indicare e infamare la perfezione dell’errore.
Sembrano solo invenzioni, e forse lo erano, ma da lì Delfini, proprio perché, come diceva Garboli, scrivere era una necessità fisiologica, produce altro, a cominciare da Il ricordo della basca, un gruppo di dieci racconti non raccolti però dallo stesso Delfini, anche se, anche in quel caso non era facile incastrare quel prodotto nei casellari del Novecento letterario.
L’edizione da noi considerata è:
Antonio Delfini
Il fanalino della battimonda
Lombardi editore.
In qualche modo lo presenta così Cesare Garboli nell’introduzione a questa seconda edizione del Fanalino, dico in qualche modo perché sono anche altre e fondamentali le cose che lo scrittore e saggista ci dice su Delfini, e soprattutto su quella che tutt’ora viene considerata un’opera surrealista, ma di un surrealismo (chissà se la definizione di Garboli sarebbe piaciuta a Delfini) che proprio perché tiene conto dei desideri e delle convinzione dell’autore, si sposta un poco da quello che invece è detto e scritto: Il surrealismo di Delfini non ha quasi nulla di culturale o intellettuale, niente di “astratto”. Nasce dal basso, dalla fisiologia, non dalla cultura. Non assomiglia né all’Italia magica (e fascista) inventata dalle ideologie ‘900 e bene impacchettata da Bontempelli, né al surrealismo di scuola (non dico scolastico) di Savinio, o a quello nero e sofisticato di Landolfi. Il surrealismo di Delfini sa di farina e di campagna, sprigiona odori forti. E’ un surrealismo saporoso.
Certo quando comincia a scrivere Il fanalino della battimonda Delfini è reduce da un viaggio a Parigi, terra che praticamente ha inventato il surrealismo, e per non essere impreparato comprò diversi libri, il Manifesto surrealista, qualcosa di Eluard, Maxxime Alexandre, Aragon ecc.
Ma già da allora, pur aderendo, almeno così credeva, al movimento surrealista sentiva che comunque mancava di qualcosa. Lo stesso titolo del romanzo, così scriveva, era del tutto improvvisata… Il titolo del Fanalino è assolutamente arbitrario e non dovrebbe avere, se non l’acquisterà, alcun significato. Così in definitiva, anche il testo, del quale ero interamente distaccato, come autore, nelle ore in cui lo scrivevo.
Dunque Delfini si ritiene, a quel tempo, completamente distaccato o forse, come poi avrebbe suggerito lui stesso, del tutto o quasi distaccato. Allora perché scrisse Il fanalino della Battimonda?
Dice: La prima parte di questo racconto, presumibilmente automatico, è stata scritta in una sera del gennaio 1933; la seconda, la sera del 14 novembre 1934. Luogo: il salotto rosso al piano di casa Delfini sul corso Canalgrande n.21, di fronte alla chiesa di S.Vincenzo in Modena.
E’ l’incipit che noi lettori leggiamo a proposito del Fanalino… e crediamo, non facendo del male a nessuno, che già questa impostazione sembra più un compitino dattiloscritto che non la summa di un’opera che lui stesso, poi, avrebbe parzialmente rifiutato.
E nemmeno la trama, se essa davvero esiste, può essere ridotta a qualcosa di comprensibile, tanto che negli innumerevoli cenni all’opera fatti anche da critici ed intellettuali del tempo, più che parlare di una vicenda, si parla di come Delfini avesse in mente un caos, peccato originale della letteratura.
(Certo si può parlare, molto indicativamente, di due personaggi, di cui uno, che poi sarebbe lo stesso Delfini, di nome Ludovis – il mercante ebreo rinnegato – e la necessità di prendere possesso di una sorta di casolare ed alcune considerazioni prese qua e là, nel turbinio vocale della storia tipo… Mi piacerebbe conoscere un ulivo. Io dormo, dormo con una vivacità di ragazzo maleducato che ha paura del mondo, oppure un curioso ‘tratteggio’ psicosessuale… Quanto sono volgari le donne a dire “omo”. - Amo direi – sopraggiunse Ludovis dai suoi astrali concetti. – In senso di pesca può andare. – In quale altro senso, mi domando; poiché ci sarebbe, è vero, un altro significato, se significato può avere quella cosa pietosa alla quale non abbasseremo mai il nostro livello.)
Nasce così l’Accademia degli Informi, di cui Delfini è il capo conclamato. L’Accademia non ha sede, non ha statuti, non ha corpo accademico. E’ possibile solo esserne espulsi. I suoi canoni non consentono d’individuare la perfezione della perfezione, ma soltanto di indicare e infamare la perfezione dell’errore.
Sembrano solo invenzioni, e forse lo erano, ma da lì Delfini, proprio perché, come diceva Garboli, scrivere era una necessità fisiologica, produce altro, a cominciare da Il ricordo della basca, un gruppo di dieci racconti non raccolti però dallo stesso Delfini, anche se, anche in quel caso non era facile incastrare quel prodotto nei casellari del Novecento letterario.
L’edizione da noi considerata è:
Antonio Delfini
Il fanalino della battimonda
Lombardi editore.
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