RECENSIONI
Sandor Marai
Volevo tacere
Adelphi, Traduzione di Laura Sgarioto, Pag. 147 Euro 17,00
Per un momento lasciate perdere lo scrittore de Le braci. Solo perché quello di cui si parla, anche se di una tragicità assoluta, e per nessun motivo, in qualche modo differenzia l’essere scrittore dall’essere semplicemente un cittadino. Almeno la penso così.
L’essere cittadino di Sandor Marai è quello di un uomo alle prese con le sue certezze e, dopo l’avvento del nazismo, con le sue debolezze. E il tutto prende l’avvio dalla conquista dell’Austria da parte di Hitler (il così detto Anschluss) e da una serie di circostanze che vedranno coinvolte autorità anche ungheresi nel far fronte ad una situazione mai verificatasi prima.
Dice Marai: Sto raccontando tutto questo solo per restare ancorato al personaggio e dimostrare come l’uomo contemporaneo possa essere ignaro del proprio destino in modo penoso e ridicolo.
Lo scrittore, anzi, l’uomo, fa presto a liberarsi dei suoi pesi, accusando le autorità ungheresi di episodi del tutto incomprensibili (si può citare l’episodio della persecuzione degli ebrei, anche se con una certa sicurezza Marai afferma che in Ungheria furono veramente pochi gli ebrei che subirono attacchi personali… o dell’atteggiamento della Chiesa che mai fu vicina alle istanze non solo del popolo ebraico, ma in generale del paese tutto) e del fatto che una politica chiaramente di destra in qualche modo privò la gente di una libertà che fino ad allora era stata parte trascinante dell’Ungheria.
Ma non fu solo Hitler a spaventare e far tremare i polsi del popolo ungherese: se la destra nazista compì i peggiori misfatti durante la seconda guerra mondiale, il successivo regime totalitario della Russia di Stalin finì col privare lo Stato di una attitudine al comando e alla decenza che fu impossibile disconoscere. Il pensiero umanista nel cui spirito sono cresciuto, nella cui cultura e consuetudine ho vissuto, di cui sento mia l’eredità morale e che non potrò mai rinnegare, rappresentava il nemico primario agli occhi dei portavoce dei sistemi totalitari.
Marai s’interroga sullo sviluppo di una borghesia di casta: sono parole che accompagnano l’uscita.
Al di là di ogni considerazione e di ogni situazione politica è il dolore che ha portato lo scrittore a fare i conti con se stesso e soprattutto con quella “speranza autoingannatoria” che lo ha costretto a vivere su un pantano ribollente sotto cui gorgogliava un vulcano.
Marai è morto suicida a 89 anni. Chissà cosa gli era rimasto di quella immutata malinconia del vivere.
di Alfredo Ronci
L’essere cittadino di Sandor Marai è quello di un uomo alle prese con le sue certezze e, dopo l’avvento del nazismo, con le sue debolezze. E il tutto prende l’avvio dalla conquista dell’Austria da parte di Hitler (il così detto Anschluss) e da una serie di circostanze che vedranno coinvolte autorità anche ungheresi nel far fronte ad una situazione mai verificatasi prima.
Dice Marai: Sto raccontando tutto questo solo per restare ancorato al personaggio e dimostrare come l’uomo contemporaneo possa essere ignaro del proprio destino in modo penoso e ridicolo.
Lo scrittore, anzi, l’uomo, fa presto a liberarsi dei suoi pesi, accusando le autorità ungheresi di episodi del tutto incomprensibili (si può citare l’episodio della persecuzione degli ebrei, anche se con una certa sicurezza Marai afferma che in Ungheria furono veramente pochi gli ebrei che subirono attacchi personali… o dell’atteggiamento della Chiesa che mai fu vicina alle istanze non solo del popolo ebraico, ma in generale del paese tutto) e del fatto che una politica chiaramente di destra in qualche modo privò la gente di una libertà che fino ad allora era stata parte trascinante dell’Ungheria.
Ma non fu solo Hitler a spaventare e far tremare i polsi del popolo ungherese: se la destra nazista compì i peggiori misfatti durante la seconda guerra mondiale, il successivo regime totalitario della Russia di Stalin finì col privare lo Stato di una attitudine al comando e alla decenza che fu impossibile disconoscere. Il pensiero umanista nel cui spirito sono cresciuto, nella cui cultura e consuetudine ho vissuto, di cui sento mia l’eredità morale e che non potrò mai rinnegare, rappresentava il nemico primario agli occhi dei portavoce dei sistemi totalitari.
Marai s’interroga sullo sviluppo di una borghesia di casta: sono parole che accompagnano l’uscita.
Al di là di ogni considerazione e di ogni situazione politica è il dolore che ha portato lo scrittore a fare i conti con se stesso e soprattutto con quella “speranza autoingannatoria” che lo ha costretto a vivere su un pantano ribollente sotto cui gorgogliava un vulcano.
Marai è morto suicida a 89 anni. Chissà cosa gli era rimasto di quella immutata malinconia del vivere.
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