RECENSIONI
Robert Louis Stevenson
Il Master di Ballantrae
Adelphi, Pag. 314 Euro 22.00
Ci mancava pure Adelphi. Già, come se fosse Natale, o Capodanno o qualsiasi altra festa degna di nota, arriva un editore che ricicla (ma il verbo in questo caso non è negativo) quello che secondo alcuni è il vero capolavoro di Stevenson.
Potevamo noi esimerci dall’ignorarlo? Naturalmente no, ma cerchiamo di renderlo ancora più attraente e misterioso di quanto non possa esserlo. Innanzi tutto Stevenson era uno che ci sapeva fare ad imbrigliare i cervelli dei suoi lettori. Instradarli in un sentiero che poi non si rivela effettivo.
Nessuno ha mai considerato (almeno nelle varie discussioni sul romanzo) il tentativo dello scrittore d’imbrigliare la sua storia su contenuti classici, ma poi completamente ridimensionati. Ad esempio: il luogo in cui avvengono i primi accadimenti è il consueto castello di proprietà, come se Stevenson avesse voluto paragonare la sua vicenda a quella, tra l’altro priva di accadimenti soprannaturali, presentata un po’ di anni prima da Ann Radcliffe e precisamente I misteri di Udolpho.
Ma la percezione è appena sentita perché poi, nel proseguo della vicenda, il castello scompare, e i proprietari addirittura si trasferiscono a New York.
Ma il romanzo al di là di queste piccole considerazioni offre altro ed è chiaro che l’aspetto più importante di questo romanzo, in termini di narrazione, è che esso sintetizza i due elementi che quasi ogni lettore si era ormai abituato a veder separati nella narrativa stevensoniana: il romanzo d’avventura e l’interesse clinico per la diabolica doppiezza della natura umana. Che in questo caso è doppia non perché sia presente in un unico individuo (Dottor Jekill e Mr Hide) ma in due. E i due sono i fratelli Durrisdeer. Uno normale e pacioso, l’altro bello e dannato.
La storia del Master di Ballantrae è tutta qua: anche nella malinconica fine dei due (già, perché muoiono entrambi, l’uno perché è diabolico e cattivo e la cattiveria non può trionfare, l’altro perché troppo onesto e corretto, e anche qui perché l’essere troppo accondiscendente può non essere la via migliore per il paradiso (si scherza).
Il Master di Ballantrae è comunque un classicissimo da rileggere in ogni momento (possibile).
di Alfredo Ronci
Potevamo noi esimerci dall’ignorarlo? Naturalmente no, ma cerchiamo di renderlo ancora più attraente e misterioso di quanto non possa esserlo. Innanzi tutto Stevenson era uno che ci sapeva fare ad imbrigliare i cervelli dei suoi lettori. Instradarli in un sentiero che poi non si rivela effettivo.
Nessuno ha mai considerato (almeno nelle varie discussioni sul romanzo) il tentativo dello scrittore d’imbrigliare la sua storia su contenuti classici, ma poi completamente ridimensionati. Ad esempio: il luogo in cui avvengono i primi accadimenti è il consueto castello di proprietà, come se Stevenson avesse voluto paragonare la sua vicenda a quella, tra l’altro priva di accadimenti soprannaturali, presentata un po’ di anni prima da Ann Radcliffe e precisamente I misteri di Udolpho.
Ma la percezione è appena sentita perché poi, nel proseguo della vicenda, il castello scompare, e i proprietari addirittura si trasferiscono a New York.
Ma il romanzo al di là di queste piccole considerazioni offre altro ed è chiaro che l’aspetto più importante di questo romanzo, in termini di narrazione, è che esso sintetizza i due elementi che quasi ogni lettore si era ormai abituato a veder separati nella narrativa stevensoniana: il romanzo d’avventura e l’interesse clinico per la diabolica doppiezza della natura umana. Che in questo caso è doppia non perché sia presente in un unico individuo (Dottor Jekill e Mr Hide) ma in due. E i due sono i fratelli Durrisdeer. Uno normale e pacioso, l’altro bello e dannato.
La storia del Master di Ballantrae è tutta qua: anche nella malinconica fine dei due (già, perché muoiono entrambi, l’uno perché è diabolico e cattivo e la cattiveria non può trionfare, l’altro perché troppo onesto e corretto, e anche qui perché l’essere troppo accondiscendente può non essere la via migliore per il paradiso (si scherza).
Il Master di Ballantrae è comunque un classicissimo da rileggere in ogni momento (possibile).
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