RECENSIONI
Ogawa Yoko
L'anulare
Adelphi, Piccola Biblioteca, Pag. 103 Euro 9,00
C'è qualcosa di insondabile nella cultura giapponese: lo stesso, perché specchio della società, nella letteratura, sia contemporanea che del passato. Per anni ho pensato che l'innesto di elementi fantastici e orrorifici nei romanzi e nei racconti fosse dovuto al trauma di Hiroshima e Nagasaki. L'impatto devastante (è proprio il caso di dirlo) della bomba atomica nella carne e nell'immaginario collettivo aveva determinato una frattura così evidente con la realtà che questa non potesse essere più spiegata attraverso meccanismi consolidati e consueti. Almeno, visto che non tutti gli autori giapponesi hanno prediletto il fantastico, per una parte della cultura uscita allo scoperto. Poi ho incontrato Edogawa Ranpo. Lo scrittore, che purtroppo non ha avuto una fortuna editoriale qui da noi se si escludono due romanzi pubblicati il primo da Marcos y Marcos Il mostro cieco, e il secondo da Marsilio La belva nell'ombra, è noto in occidente oltre che per il suo nome che è la trasposizione fonetica di quello di Edgar Allan Poe, anche perché è ritenuto uno dei precursori dell'horror e del fantastico in terra orientale (in Giappone è sempre di moda: nel manga Detective Conan il protagonista Shinichi Kudo, per nascondere la sua vera identità, sceglie il nome fittizio di Conan Edogawa unendo i nomi di Doyle ed il cognome di Edogawa. Un personaggio del manga, Kogoro Mori, ha questo nome per un omaggio dell'autore al detective di Edogawa). Nato nel 1894, già tra la fine degli anni venti e gli anni trenta (quindi ancora relativamente lontano dal dramma delle atomiche) aveva 'ordinato' la sua materia offrendo un insieme terrificante ed ambiguo della realtà che lo circondava, anche se influenzato dalle tematiche del genere occidentale.
Ogawa Yoko, con questo suo breve romanzo (anzi, meglio sarebbe definirlo racconto) pensiamo offra il suo omaggio all'arte di Ranpo: la storia quasi irreale della giovane protagonista che prima perde una parte del suo anulare in una fabbrica di bibite e poi finisce a lavorare nello studio del signor Deshimaru che ha un laboratorio dove si raccolgono oggetti per farli diventare 'esemplari', ricorda da vicino, pur se distanti da un'ossessiva presenza dell'elemento paralizzante dell'angoscia, le tensioni e le storie del Poe orientale (crediamo che a quest'ultimo si ispirò anche il grandissimo Abe Kobo, ma l'autore de La donna di sabbia fu davvero il cantore della devastazione atomica).
Nel breve arco di un centinaio di pagine dunque si dipana, oserei dire, una tradizione ormai più che secolare, e si apprezza una tensione narrativa che sfocia in un finale, che ovviamente non riveliamo per non rovinare la lettura, che in qualche modo, pur se prevedibile (ma la prevedibilità non è un aspetto negativo perché non siamo in un romanzo giallo), conserva un'inquietudine che è 'sorella' di tutta la nuova cinematografia giapponese di questi ultimi anni.
Dunque il cerchio si chiude e L'anulare potrebbe essere il viatico (anche se non capisco come mai l'Adelphi abbia deciso di pubblicare, nel 2008, un'operina del 1994, senza un apporto quanto mai critico) per un comprensione più vasta di tutto il fenomeno culturale del Sol levante.
di Alfredo Ronci
Ogawa Yoko, con questo suo breve romanzo (anzi, meglio sarebbe definirlo racconto) pensiamo offra il suo omaggio all'arte di Ranpo: la storia quasi irreale della giovane protagonista che prima perde una parte del suo anulare in una fabbrica di bibite e poi finisce a lavorare nello studio del signor Deshimaru che ha un laboratorio dove si raccolgono oggetti per farli diventare 'esemplari', ricorda da vicino, pur se distanti da un'ossessiva presenza dell'elemento paralizzante dell'angoscia, le tensioni e le storie del Poe orientale (crediamo che a quest'ultimo si ispirò anche il grandissimo Abe Kobo, ma l'autore de La donna di sabbia fu davvero il cantore della devastazione atomica).
Nel breve arco di un centinaio di pagine dunque si dipana, oserei dire, una tradizione ormai più che secolare, e si apprezza una tensione narrativa che sfocia in un finale, che ovviamente non riveliamo per non rovinare la lettura, che in qualche modo, pur se prevedibile (ma la prevedibilità non è un aspetto negativo perché non siamo in un romanzo giallo), conserva un'inquietudine che è 'sorella' di tutta la nuova cinematografia giapponese di questi ultimi anni.
Dunque il cerchio si chiude e L'anulare potrebbe essere il viatico (anche se non capisco come mai l'Adelphi abbia deciso di pubblicare, nel 2008, un'operina del 1994, senza un apporto quanto mai critico) per un comprensione più vasta di tutto il fenomeno culturale del Sol levante.
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