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Il Paradiso degli Orchi
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INTERVISTE

Luigi De Pascalis

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Incontro Luigi De Pascalis in un freddo mattino post natalizio. Roma è ancora sbronza dei postumi fagocitanti delle feste. Sediamo in un caffè di piazza Fiume. E la chiacchierata non può non partire dall'epopea della famiglia Sarra. "E' un po' come se anche tu ne facessi parte", chiedo.



Sì, un un certo senso. Questo è un libro (la trilogia composta da La pazzia di Dio, Il labirinto dei Sarra e il terzo che ancora dovrà uscire) per cui ho impiegato quasi vent'anni e ho avuto tanti rifiuti, non del tutto ingiustificati perché avevo provato a mettere insieme tanti generi letterari diversi, un po' come la vita; doveva essere tutto mescolato ma questa cosa non andava bene a nessuno. Allora ho dovuto dividere in due quello che avevo fatto, lasciando da parte tutta una serie di altre pagine che poi concluderò con il terzo volume. In realtà sarebbe un libro solo, che racconta tre personaggi in tre epoche diverse.



Ma perché Sarra?



Sarra perché racconta un po' la storia della famiglia dalla parte di mia madre che viveva in un piccolo paese dell'Abruzzo, che non si chiama così (Borgo san Rocco, ndr) e poi ci sono alcuni aspetti che sono reali. Il fantasma di casa, per esempio, è quello che si aggira o dicono che si aggiri nella casa di famiglia. La selva della Madrella è quella. Il terrazzo che dà sulla selva è quello. Ho quindi mescolato un po' di cose che ho vissuto da bambino con cose totalmente inventate. Per la prima guerra mondiale mi sono documentato non sui libri ma con le fotografie. Per me in ogni fotografia ci sono venti venticinque pagine di bellissima descrizione. Forse per la mia formazione di pittore cerco molto di utilizzare l'immagine.



L'Abruzzo viene fuori in maniera forte e non è solo terra di marginalità e disastro.



E' terra magica, e io sono stato influenzato da quel grande artista che era Michetti e dalle sue tele. Era un pittore molto noto fra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, era un grande amico di D'Annunzio e ha fatto dei dipinti immensi, come quello di una processione dionisiaca, lui questo aspetto fantastico l'ha capito molto bene, così come aveva capito molto bene il rapporto fra l'immagine, il passato, il presente, il magico e il rappresentato in maniera oggettiva.



Da parte dei critici, come ad esempio Filippo la Porta che ha parlato di te, c'è un accenno lieve al fantastico come se loro fossero molto distanti da questa cosa.



Perché c'è una critica di sinistra che subisce ancora l'influenza del realismo socialista anche se non ne parlano apertamente. In realtà qualunque cosa tu racconti, un giallo, un noir, qualunque genere usi è come se mettessi una lente colorata sugli occhi e vedi solo certi colori. Se però metti gli occhiali bianchi vedi che i colori sono di tutti i tipi e si vedono tante cose. Questa cosa del fantastico va contro la formazione sia di chi scrive i libri sia di chi li giudica e del sistema culturale, che è anche il sistema industriale che ha bisogno di sapere e catalogare e facilitare, così il venditore che va dal libraio col suo book chiede, cosa vuoi, un giallo? E chiaramente se un libro viene catalogato come giallo tale deve essere.



In ogni caso c'è un terzo capitolo della saga...



Certo, io devo chiudere questo cerchio. Ed è la storia di Filippo, il padre di Andrea Sarra, che va in Africa, si incontra con la magia africana dopo esser fuggito da questo mondo magico campagnolo abruzzese. Ma lì s'imbatte in quello più primitivo, robusto dell'Africa e poi torna a casa e capisce che il magico fa parte della vita. Mio nonno ad esempio fece la guerra d'Africa, e io ho passato l'infanzia a giocare da un punto di vista fantastico con una immensa collezione di fotografie e da lì nasce la scatola de La Pazzia di Dio (quella che Andrea troverà nello studio del padre con la foto della regina di Saba, ndr). C'è anche un altro elemento. La storia della donna con il toro (ne La Pazzia di Dio, ndr) un po' l'ho presa dalla costellazione del toro ma era anche una foto che mio nonno aveva. E poi, siccome era un Don Giovanni, aveva tutta una serie di immagini di ragazze con dietro scritto il nome, le date, dove le aveva incontrate. Una volta chiesi a mia nonna: nonna chi è questa bella signora? E lei, chiedilo a quel porco di tuo nonno.



Ma Andrea Sarra è anche un po' te...



Andrea disegna come disegno io e questo segna un po' la sua solitudine come ha segnato la mia poi io nei primi anni '60 ho studiato medicina a Bari, e andavo a fare gli esami in un convento, e il convitto in cui viene rinchiuso Andrea era proprio così. Io però ci stavo solo due giorni. L'ambiente era lo stesso, cupo, con questi materassi di crine. Anche in quel caso mi è sembrato di poterlo restituire in qualche modo.



Dobbiamo parlare degli dèi che entrano prepotentemente nel 'Labrinto dei Sarra'. Il rapporto di questi ultimi con gli uomini?



Dunque c'è un personaggio che si chiama Nereus che compare in un racconto, poi mi ha seguito in Rosso Velabro (già uscito per La Lepre Edizioni, ndr), in cui dèi e uomini interagiscono e infine ricompare nuovamente questo satiro, non so per quale motivo, a casa Sarra.



Ma lui veglia sulla famiglia Sarra, o su parte degli umani, o su quelli che ruotano intorno ai Sarra...?



Per rispondere alla domanda devo dirti com'era la precedente versione del libro che ho dovuto smontare perché non lo voleva nessuno. L'idea era che questa casa fosse una specie di porta su un magazzino di memoria, borghesianamente una biblioteca, ma non so perché ma questa casa non era piaciuta. Secondo me funzionava invece, c'era un libro per ogni vita, le persone che si conoscevano stavano vicini di volume e il satiro era semplicemente uno dei guardiani che nel mondo aveva a che fare con la biblioteca.



Chiudiamo tornando al titolo: perché La Pazzia di Dio?



Viene da una frase che è la pazzia degli uomini e la pazzia di Dio. La pazzia di Dio in quanto proiezione degli uomini che tanto normali non sono.



O forse anche quella di un Dio che crea e non sa quello che fa?



Certo, anche.





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