ATTUALITA'
Stefano Torossi
NICOLAJ RIMSKIJ KORSAKOV -1844-1908

Via col vento! È il 1862 e l’“Almaz”, clipper a vapore della Marina Imperiale Russa, costruito nei cantieri di San Pietroburgo, salpa insieme alle corvette “Vityaz”, “Varyag” e alle fregate “Alexander Nevsky”, “Peresvat” e “Oslyabaya” per una lunga crociera diplomatica con l’obiettivo di allentare la pressione della coalizione europea antirussa dell’epoca e di portare un sostegno morale agli Stati Uniti durante la Guerra Civile.
A bordo c’è il guardiamarina Nicolaj Rimskij Korsakov, consapevole di essere il rampollo di una nobile famiglia che tanti ufficiali ha dato alla Marina Imperiale, e quindi obbligato a fare il proprio dovere al servizio dello Zar; nello stesso tempo deciso a usare i tre anni della missione per approfondire la sua vera passione (probabilmente ancora non del tutto riconosciuta in casa).
Nel baule ha il trattato di orchestrazione di Berlioz, insieme a una abbondante fornitura di carta pentagrammata, che riempirà fino all’ultimo foglio con le note della sua Prima Sinfonia, della Sheherazade e di una quantità di appunti da usare in seguito per le sue opere di atmosfera marina.
Nessuna documentazione invece sulla eventuale presenza a bordo di un pianoforte o di una qualsiasi altra tastiera. È da presumere che lo spazio in cabina non sia molto, come anche la tolleranza verso Nicolaj, di buona famiglia, sì, ma fra tutti gli ufficiali quello di grado più basso.
Chissà come se la cava per la composizione. Certo il trattato di Berlioz lo mastica per bene, e poi lo digerisce anche egregiamente, perché per il resto della sua carriera sarà considerato con ragione il più grande degli orchestratori dell’epoca.
Nasce, come abbiamo detto, nella famiglia giusta. Mostra un precoce talento musicale, ma è comunque spinto alla carriera militare. Però non molla gli studi artistici, che segue da dilettante, finché, nel ’61, incontra Balakirev che lo attira sempre più dentro il mondo della musica professionale. Ma ancora non si decide a lasciare la Marina, tanto è vero che la crociera militar-diplomatica-musicale è dell’anno dopo.
Finalmente nel 1865 rimette piede a terra e si unisce al famoso Gruppo dei Cinque (Balakirev, Kjui, Musorgsky, Borodin e lui). La sua musica continua a sapere di acqua di mare, ma ormai anche di tavole di palcoscenico.
Arriva inaspettato e in parte imbarazzante da gestire per un ufficiale in servizio attivo, l’incarico di insegnante di composizione e orchestrazione al Conservatorio di San Pietroburgo. Lo accetta, naturalmente e questo è il passo che lo porta, per merito della sua grandissima abilità di orchestratore e revisore, a diventare il mago a cui gli incerti, i malati, perfino i moribondi si rivolgeranno per sistemare, rammendare, insomma dare una veste decente alle loro opere imperfette.
Prima però, nel ’73, esce dal servizio e diventa Ispettore Generale delle bande musicali della Marina, mette in un angolo la composizione e per sei anni non fa che studiare contrappunto, fuga e armonizzazione. Naturalmente nel frattempo si è sposato e ha avuto il solito nugolo di figli, alcuni dei quali seguiranno le sue tracce.
L’opera di Rimskij come benemerito aggiustatutto delle deficienze altrui ha inizio con la sistemazione strumentale richiestagli sul letto di morte dall’autore, Dargomitzkij, del “Convitato di pietra”. Dopo un altro decesso, quello per troppa wodka di Musorgskij, realizza la strepitosa orchestrazione della “Notte sul Monte Calvo” della “Kovanscina” e del “Boris Godunov”. Poi mette mano anche al “Principe Igor” di Borodin. Per questa sua miracolosa bravura nello spalmare di colore l’orchestra diventerà un faro per i musicisti del successivo periodo impressionistico.
Come professore al Conservatorio passano dalle sue mani molti grandi: Glazunov. Prokofiev, Stravinskij e perfino Ottorino Respighi. Nel 1897 compone, sul libretto di Puskin, “Mozart e Salieri”, l’operina che contribuirà così efficacemente alla bufala, diventata poi pseudo verità storica, di Salieri avvelenatore di Mozart. Scrive moltissimo di tutto, specialmente in campo operistico.
Finisce nei guai, come tanti artisti russi con la prima rivoluzione del 1905. Appoggia gli studenti e la loro libertà di manifestazione. Le autorità lo cacciano dal conservatorio e proibiscono l’esecuzione del suo repertorio. Riceve immediato il sostegno di tutti gli artisti e colleghi. Riammesso, si dedica alla stesura di un fondamentale Trattato di Strumentazione: finalmente tutta la sua scienza è consultabile sulla carta.
Ma non riesce a stare defilato e nel 1907 mette in scena “Il Gallo d’Oro”, da Puskin, una favola satirica con protagonista uno Zar mezzo scemo, e piena di una pesante critica al potere imperiale, che gli porta un nuovo blocco del repertorio e la definitiva cacciata dagli incarichi pubblici.
Dopo poco, amareggiato da tutto quello che gli hanno fatto e continuano a fargli, e braccato da un’angina che non perdona, muore.
Tanto bravo, tanto buono, ma anche lui ci ha lasciato un’eredità pesante: uno di quei virtuosistici tormentoni musicali che nei secoli continueranno ad affliggerci a ogni evento, passato, presente o futuro: l’insopportabile “Volo del calabrone”.
A bordo c’è il guardiamarina Nicolaj Rimskij Korsakov, consapevole di essere il rampollo di una nobile famiglia che tanti ufficiali ha dato alla Marina Imperiale, e quindi obbligato a fare il proprio dovere al servizio dello Zar; nello stesso tempo deciso a usare i tre anni della missione per approfondire la sua vera passione (probabilmente ancora non del tutto riconosciuta in casa).
Nel baule ha il trattato di orchestrazione di Berlioz, insieme a una abbondante fornitura di carta pentagrammata, che riempirà fino all’ultimo foglio con le note della sua Prima Sinfonia, della Sheherazade e di una quantità di appunti da usare in seguito per le sue opere di atmosfera marina.
Nessuna documentazione invece sulla eventuale presenza a bordo di un pianoforte o di una qualsiasi altra tastiera. È da presumere che lo spazio in cabina non sia molto, come anche la tolleranza verso Nicolaj, di buona famiglia, sì, ma fra tutti gli ufficiali quello di grado più basso.
Chissà come se la cava per la composizione. Certo il trattato di Berlioz lo mastica per bene, e poi lo digerisce anche egregiamente, perché per il resto della sua carriera sarà considerato con ragione il più grande degli orchestratori dell’epoca.
Nasce, come abbiamo detto, nella famiglia giusta. Mostra un precoce talento musicale, ma è comunque spinto alla carriera militare. Però non molla gli studi artistici, che segue da dilettante, finché, nel ’61, incontra Balakirev che lo attira sempre più dentro il mondo della musica professionale. Ma ancora non si decide a lasciare la Marina, tanto è vero che la crociera militar-diplomatica-musicale è dell’anno dopo.
Finalmente nel 1865 rimette piede a terra e si unisce al famoso Gruppo dei Cinque (Balakirev, Kjui, Musorgsky, Borodin e lui). La sua musica continua a sapere di acqua di mare, ma ormai anche di tavole di palcoscenico.
Arriva inaspettato e in parte imbarazzante da gestire per un ufficiale in servizio attivo, l’incarico di insegnante di composizione e orchestrazione al Conservatorio di San Pietroburgo. Lo accetta, naturalmente e questo è il passo che lo porta, per merito della sua grandissima abilità di orchestratore e revisore, a diventare il mago a cui gli incerti, i malati, perfino i moribondi si rivolgeranno per sistemare, rammendare, insomma dare una veste decente alle loro opere imperfette.
Prima però, nel ’73, esce dal servizio e diventa Ispettore Generale delle bande musicali della Marina, mette in un angolo la composizione e per sei anni non fa che studiare contrappunto, fuga e armonizzazione. Naturalmente nel frattempo si è sposato e ha avuto il solito nugolo di figli, alcuni dei quali seguiranno le sue tracce.
L’opera di Rimskij come benemerito aggiustatutto delle deficienze altrui ha inizio con la sistemazione strumentale richiestagli sul letto di morte dall’autore, Dargomitzkij, del “Convitato di pietra”. Dopo un altro decesso, quello per troppa wodka di Musorgskij, realizza la strepitosa orchestrazione della “Notte sul Monte Calvo” della “Kovanscina” e del “Boris Godunov”. Poi mette mano anche al “Principe Igor” di Borodin. Per questa sua miracolosa bravura nello spalmare di colore l’orchestra diventerà un faro per i musicisti del successivo periodo impressionistico.
Come professore al Conservatorio passano dalle sue mani molti grandi: Glazunov. Prokofiev, Stravinskij e perfino Ottorino Respighi. Nel 1897 compone, sul libretto di Puskin, “Mozart e Salieri”, l’operina che contribuirà così efficacemente alla bufala, diventata poi pseudo verità storica, di Salieri avvelenatore di Mozart. Scrive moltissimo di tutto, specialmente in campo operistico.
Finisce nei guai, come tanti artisti russi con la prima rivoluzione del 1905. Appoggia gli studenti e la loro libertà di manifestazione. Le autorità lo cacciano dal conservatorio e proibiscono l’esecuzione del suo repertorio. Riceve immediato il sostegno di tutti gli artisti e colleghi. Riammesso, si dedica alla stesura di un fondamentale Trattato di Strumentazione: finalmente tutta la sua scienza è consultabile sulla carta.
Ma non riesce a stare defilato e nel 1907 mette in scena “Il Gallo d’Oro”, da Puskin, una favola satirica con protagonista uno Zar mezzo scemo, e piena di una pesante critica al potere imperiale, che gli porta un nuovo blocco del repertorio e la definitiva cacciata dagli incarichi pubblici.
Dopo poco, amareggiato da tutto quello che gli hanno fatto e continuano a fargli, e braccato da un’angina che non perdona, muore.
Tanto bravo, tanto buono, ma anche lui ci ha lasciato un’eredità pesante: uno di quei virtuosistici tormentoni musicali che nei secoli continueranno ad affliggerci a ogni evento, passato, presente o futuro: l’insopportabile “Volo del calabrone”.
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